La giustizia che canta: quando l’imparzialità rischia di stonare.
Il video pubblicato da Il Mattino riaccende un tema delicato: può la magistratura apparire parte, anche solo simbolicamente, dopo un risultato referendario?
Non è una canzone il problema.
Non è “Bella ciao”.
Il punto non è la melodia, né il suo significato storico, né tantomeno la libertà personale di ciascun cittadino – magistrati compresi – di esprimere emozioni, partecipare, persino festeggiare. Il punto è un altro. Ed è più serio.
Quando chi è chiamato per funzione a essere arbitro appare – anche solo per un momento – come parte, si incrina qualcosa di più profondo della semplice immagine: si incrina la fiducia. Il video rilanciato da Il Mattino mostra un momento che, seppur conviviale, inevitabilmente assume un valore simbolico. Perché la magistratura, in uno Stato democratico, non è un potere come gli altri: è un potere che deve apparire – oltre che essere – terzo, sobrio, distante dalle passioni contingenti.
Non si tratta di moralismo.
Si tratta di equilibrio istituzionale.
La giustizia non è chiamata a partecipare alla contesa, ma a garantire che la contesa resti dentro le regole. E proprio per questo, ogni gesto che possa essere interpretato come schieramento – anche indiretto, anche emotivo – pesa più di quanto si creda. C’è un principio antico, caro alla migliore tradizione liberale e popolare: le istituzioni forti non hanno bisogno di esibire consenso, ma di esercitare autorevolezza. E l’autorevolezza, soprattutto in tempi difficili, si nutre di sobrietà. Non serve gridare vittoria.
Non serve cantare.
Serve, piuttosto, ricordare che il confine tra libertà personale e ruolo pubblico, per chi indossa una funzione così delicata, è più sottile di quanto si voglia ammettere. Perché oggi il rischio non è lo scandalo.
È qualcosa di più silenzioso e più pericoloso: la percezione di una giustizia che partecipa, invece di una giustizia che giudica.
E quando la percezione cambia, prima o poi cambia anche la fiducia.
AMM
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La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.
LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI
La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.
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