La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.
Non è collettivismo.
Non è populismo.
Non è assistenzialismo clientelare.
Non è sovranismo urlato.
Non è progressismo ideologico.
È responsabilità. È equilibrio. È coscienza morale applicata alla vita pubblica.
E soprattutto non può essere separata dalla coerenza personale e politica.
Don Luigi Sturzo non avrebbe mai accettato che il richiamo alla Dottrina Sociale della Chiesa diventasse una maschera elettorale. Sturzo parlava di “liberi e forti”, non di opportunisti e trasformisti. Parlava di autonomia morale della politica, non di marketing spirituale. Denunciava già cento anni fa il trasformismo italiano, il potere usato come mestiere, la religione piegata a propaganda.
Ed è qui la grande attualità di Sturzo.
Oggi molti evocano la Dottrina Sociale della Chiesa senza aver letto una sola enciclica sociale, senza conoscere la “Rerum Novarum”, senza comprendere il significato della sussidiarietà, senza sapere perché Sturzo combatté sia il socialismo statalista sia il nazionalismo autoritario. Peggio ancora: alcuni usano il nome della Chiesa mentre praticano metodi politici opposti ai suoi principi — personalismo esasperato, ricerca del consenso facile, populismo aggressivo, gestione del potere come occupazione.
La Dottrina Sociale della Chiesa non è un bancomat elettorale.
Non si può citarla nei comizi e dimenticarla nelle scelte concrete.
Non si può parlare di famiglia e poi distruggere il tessuto sociale.
Non si può parlare di solidarietà e alimentare odio.
Non si può parlare di popolo e usare il popolo soltanto come serbatoio di voti.
La vera politica sturziana richiede studio, sacrificio, preparazione amministrativa, rispetto delle istituzioni e soprattutto onestà intellettuale.
Per questo oggi serve un’opera di chiarezza culturale prima ancora che politica. Serve spiegare ai giovani che cosa sia davvero la Dottrina Sociale della Chiesa. Serve restituire dignità al pensiero di Don Luigi Sturzo. Serve ricordare che essa non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene alla coscienza cristiana applicata alla società.
Chi la usa solo per rastrellare consenso compie una doppia offesa: alla politica e alla fede.
E forse il vero scandalo del nostro tempo non è che molti tradiscano la Dottrina Sociale della Chiesa.
Il vero scandalo è che troppi la nominino senza nemmeno sapere cosa sia.
LIBERI E FORTI? NO!
OPPORTUNISTI E TRASFORMISTI.
CHI NON CONOSCE DON STURZO NON PUÒ PARLARE IN NOME DELLA DOTTRINA.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per creare poltrone, ma per servire il popolo. Oggi invece viene usata come una etichetta da campagna elettorale