Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.

di Amedeo Massimo Minisini

Mario Roggero ha 72 anni. Il 15
luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici
anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un
terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28
aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata
ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di
fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini
acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla
gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo
l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata
e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi
familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il
principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando
serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi
nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non
consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed
esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano
rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella
gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi
commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può
essere ucciso quando il pericolo è cessato.

Questa è la legge.

Esiste, però, anche una seconda
verità: quella umana. È la verità di un uomo che vede entrare dei criminali nel
proprio negozio, che teme per la moglie e per la figlia, che in pochi istanti
avverte crollare ogni sicurezza e che reagisce in uno stato di paura, rabbia e
sconvolgimento. Questa verità non assolve automaticamente, ma non può essere
ignorata. I giudici devono stabilire se un comportamento costituisca reato. La
società e la politica hanno invece il dovere di domandarsi perché un cittadino,
di fronte a una rapina, possa arrivare a convincersi di essere rimasto solo e
di dover provvedere personalmente alla propria sicurezza. È qui che il caso
Roggero supera la cronaca giudiziaria. Il problema non è soltanto stabilire se
quei colpi siano stati esplosi qualche secondo prima o qualche secondo dopo la
cessazione del pericolo. Il problema è capire che cosa accade in una società
nella quale le vittime dei reati non si sentono difese, mentre i delinquenti
appaiono spesso liberi di colpire nuovamente.

La politica deve stare molto
attenta.

Non può trasformare Roggero in un
eroe nazionale, perché il messaggio secondo il quale “la difesa è sempre
legittima” è falso e pericoloso. Se ogni cittadino potesse inseguire e sparare
a chi fugge, non avremmo maggiore sicurezza, ma una società dominata dalle
armi, dalla paura e dalla vendetta privata. Allo stesso tempo, la politica non
può voltarsi dall’altra parte e liquidare questa vicenda affermando
semplicemente che “la sentenza va rispettata”. Le sentenze vanno certamente
rispettate. Ma possono e devono essere comprese, valutate e discusse, senza
insultare i magistrati e senza delegittimare la giustizia. Quattordici anni e
nove mesi rappresentano una pena durissima per un uomo di 72 anni. Non
equivalgono formalmente all’ergastolo, ma potrebbero accompagnarlo per quasi
tutto il tempo che gli resta da vivere. È comprensibile, quindi, che una parte
dell’opinione pubblica avverta una sproporzione tra la responsabilità accertata
e la pena inflitta, soprattutto considerando che tutto ebbe origine da una
rapina della quale Roggero e la sua famiglia erano le vittime. Ma proprio
perché il tema è così delicato, la richiesta di grazia non può diventare uno
slogan elettorale. La grazia è un atto individuale di clemenza che può ridurre
o cancellare la pena, ma non elimina la condanna. La Costituzione attribuisce
questa facoltà esclusivamente al presidente della Repubblica. Il Quirinale ha
inoltre osservato che ogni valutazione è prematura prima di conoscere le
motivazioni della Cassazione. Sarà dunque il presidente Sergio Mattarella,
nella sua autonomia e dopo avere esaminato tutti gli elementi, a decidere se
nel caso di Mario Roggero esistano ragioni umanitarie tali da giustificare un
provvedimento di clemenza. L’Idea Popolare ritiene che questa possibilità debba
essere valutata seriamente. Non perché Roggero debba essere dichiarato
innocente dalla politica, dopo essere stato condannato dalla magistratura. E
neppure perché si debba affermare il principio secondo cui chi subisce una
rapina possa uccidere chi fugge. La grazia avrebbe un significato diverso:
riconoscere che la giustizia, pur restando ferma nell’accertamento della
responsabilità, può considerare l’età, la storia personale, il contesto nel
quale il fatto è avvenuto e la concreta funzione che la pena deve ancora
svolgere.

La pena non deve essere una
vendetta dello Stato.

Deve servire a responsabilizzare il
colpevole, a proteggere la società e, quando possibile, a recuperare la
persona. Bisogna domandarsi quale funzione rieducativa possa realisticamente
avere una detenzione tanto lunga per un uomo di 72 anni che non appartiene alla
criminalità organizzata e che non aveva programmato di uccidere per interesse
economico. Ma il caso Roggero deve porre anche un’altra domanda alla politica. Dov’era
lo Stato prima che quell’uomo impugnasse la pistola? Lo Stato non può comparire
soltanto dopo, con la polizia scientifica, i magistrati, gli avvocati e le
sentenze. Deve essere presente prima: con il controllo del territorio, la
prevenzione, la certezza della pena per chi rapina, il sostegno alle vittime e
la sicurezza garantita a commercianti, lavoratori e famiglie. Quando il
cittadino sente di doversi difendere da solo, lo Stato ha già perso una parte
della propria autorevolezza. Questo non autorizza la giustizia privata. Ma
obbliga le istituzioni a interrogarsi sulle proprie assenze. Don Luigi Sturzo
avrebbe ricordato che l’autorità non si misura soltanto nella capacità di
punire, ma soprattutto in quella di prevenire il male e proteggere il bene
comune. La giustizia deve impedire che la difesa diventi vendetta. Ma deve
anche impedire che la vittima, dopo essere stata abbandonata alla paura, venga
percepita dall’opinione pubblica come l’unica persona sulla quale lo Stato
abbia esercitato fino in fondo tutta la propria forza. Mario Roggero ha
sbagliato. Lo hanno stabilito tre gradi di giudizio e nessuna campagna politica
può cancellarlo. Ma ora lo Stato deve dimostrare di saper essere non soltanto
severo, ma anche umano. Perché una giustizia senza fermezza diventa debolezza. Una
giustizia senza umanità rischia di diventare soltanto un’altra forma di
vendetta.

Lo Stato che arriva soltanto dopo
lo sparo arriva due volte in ritardo.

amm

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