Maranza, lo Stato arrivi prima

La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

di Amedeo Massimo Minisini

La parola della settimana è stata “maranza”.

Una definizione diventata rapidamente politica, giornalistica e perfino legislativa. Indica gruppi di giovani che si muovono nelle periferie e nei luoghi della movida, spesso con atteggiamenti aggressivi, provocatori o intimidatori. Talvolta portano coltelli, commettono rapine, aggrediscono altri ragazzi, danneggiano beni pubblici e sfidano apertamente le forze dell’ordine.

Non si tratta di un fenomeno da sottovalutare né, tantomeno, da giustificare.

Chi esce di casa con una lama in tasca, chi accerchia un coetaneo per sottrargli il telefono, chi trasforma una piazza in un territorio da occupare deve sapere che lo Stato esiste, interviene e punisce. La sicurezza non è un capriccio della destra né una concessione all’autoritarismo: è un bene comune, senza il quale la libertà dei cittadini più deboli diventa soltanto una parola scritta sulla carta.

Il Consiglio dei ministri del 14 luglio ha approvato un nuovo disegno di legge sulla sicurezza e sulla prevenzione del disagio giovanile. Il provvedimento prevede, tra le altre misure, l’estensione ai minorenni del fermo di prevenzione, il divieto di aggregazione disposto dal questore nei confronti di gruppi pericolosi, pene più severe per i danneggiamenti commessi da almeno cinque persone e maggiori strumenti operativi per le forze di polizia. ure comprensibili e, in alcuni casi, necessarie.

Ma la politica commetterebbe un grave errore se pensasse di avere risolto il problema semplicemente aumentando i fermi, i divieti e gli anni di carcere.

Il “maranza” non nasce nel momento in cui viene fermato dalla polizia. Nasce molto prima.

Nasce quando una famiglia non riesce più a educare o viene lasciata sola. Nasce quando la scuola perde un ragazzo e nessuno va a cercarlo. Nasce nelle periferie dove lo Stato si presenta soltanto con una volante, ma non con un insegnante, un assistente sociale, un campo sportivo, una biblioteca o un’opportunità di lavoro.

Nasce quando l’unico modello di successo diventa quello esibito sui social: il denaro facile, la prepotenza, il possesso di oggetti costosi, il disprezzo delle regole, la violenza trasformata in spettacolo.

Nasce, soprattutto, quando un giovane non riconosce più alcuna autorità: né quella dei genitori, né quella della scuola, né quella della comunità, né quella dello Stato.

Non dobbiamo naturalmente cadere nell’errore opposto. La povertà, l’emarginazione o una famiglia difficile non autorizzano nessuno ad aggredire, rapinare o terrorizzare gli altri. Comprendere le cause non significa assolvere le responsabilità.

Ma una politica seria non può accontentarsi di intervenire sul reato ignorando il terreno nel quale quel reato è maturato.

Il disegno di legge contiene anche la previsione di una rete territoriale dell’alleanza educativa, collegata ai centri per la famiglia, alle scuole e alle realtà sociali. È probabilmente questa la parte meno appariscente, ma potenzialmente più importante del provvedimento. a vera sicurezza nasce dalla presenza.

Occorrono più agenti nelle strade, certamente. Ma occorrono anche più educatori nei quartieri, più insegnanti sostenuti nel loro lavoro, più famiglie accompagnate nelle difficoltà, più luoghi nei quali i giovani possano incontrarsi senza essere consegnati alla strada o agli algoritmi dei social network.

Serve inoltre evitare che il termine “maranza” diventi un’etichetta etnica o sociale.

Lo Stato deve colpire i comportamenti, non gli abiti, l’accento, la provenienza o il colore della pelle. Un ragazzo è responsabile per ciò che fa, non per il gruppo al quale qualcuno decide di associarlo. La legalità perde autorevolezza quando diventa discriminazione; ma perde ugualmente autorevolezza quando, per paura di discriminare, rinuncia a far rispettare le regole.

Il compito del buon governo è mantenere insieme fermezza e giustizia.

Fermezza verso chi minaccia, aggredisce e delinque. Giustizia verso le vittime, troppo spesso dimenticate. Ma anche capacità di recuperare quei ragazzi che non sono ancora criminali, sebbene stiano percorrendo una strada che potrebbe condurli alla criminalità.

Don Luigi Sturzo ci ha insegnato che lo Stato non può sostituirsi alla famiglia, alla scuola e alle comunità locali, ma deve aiutarle a svolgere la propria funzione. È il principio di sussidiarietà: intervenire senza soffocare, sostenere senza occupare, responsabilizzare senza abbandonare.

La lotta alle bande giovanili non si vincerà dunque soltanto nelle questure o nei tribunali.

Si vincerà nelle case, nelle aule scolastiche, negli oratori, nei centri sportivi, nei servizi sociali e nei quartieri. Si vincerà restituendo ai giovani il senso del limite, ma anche una speranza credibile per il futuro.

La repressione è necessaria quando il reato è stato commesso.

Il buon governo, però, comincia prima.

Prevenire per non reprimere. Anche contro la violenza giovanile.

Amedeo Massimo Minisini

 

 

 

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