La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

di Amedeo Massimo Minisini

Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

Nacque il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino allora appartenente all’Impero austro-ungarico. Quella formazione maturata in una terra di confine gli insegnò presto che le identità possono convivere e che le frontiere, quando diventano muri, preparano incomprensioni e guerre. Prima ancora di essere statista italiano, De Gasperi conobbe direttamente la complessità europea. 

Dalla scuola di Sturzo alla responsabilità del governo

Giornalista, uomo di cultura e parlamentare, De Gasperi aderì al Partito Popolare Italiano fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Quando il fascismo costrinse Sturzo all’esilio e soffocò progressivamente ogni libertà politica, De Gasperi divenne uno dei principali riferimenti del popolarismo italiano e dell’opposizione al regime.  Il rapporto tra Sturzo e De Gasperi costituisce una delle pagine più importanti della storia politica dei cattolici. Sturzo fu il sacerdote che liberò i cattolici dalla subordinazione e li chiamò all’impegno civile come cittadini responsabili. De Gasperi fu il laico cristiano che tradusse quella lezione nella difficile arte del governo. Il primo indicò la strada; il secondo dovette percorrerla tra compromessi, emergenze, alleanze e decisioni spesso dolorose. Entrambi, tuttavia, rifiutarono l’idea di un partito confessionale dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche. La fede doveva formare le coscienze, non sostituire la responsabilità personale. La politica, per loro, non era il pulpito dal quale impartire precetti religiosi, ma il luogo nel quale trasformare i valori cristiani in libertà, giustizia sociale, solidarietà e rispetto della persona.

La persecuzione e il silenzio operoso

De Gasperi pagò personalmente la propria opposizione al fascismo. Arrestato nel 1927, conobbe il carcere, l’isolamento e le difficoltà economiche. Grazie all’intervento della Santa Sede ottenne la libertà condizionata e, dal 1929, lavorò presso la Biblioteca Vaticana. Vi rimase per circa quattordici anni. Non furono anni di resa, ma di preparazione. Mentre il regime occupava ogni spazio pubblico, De Gasperi studiava, osservava gli avvenimenti internazionali, manteneva prudentemente i contatti con gli ambienti cattolici e preparava le idee sulle quali sarebbe nata la Democrazia Cristiana.  Questa parte della sua vita contiene una lezione importante: la politica autentica non nasce necessariamente sotto i riflettori. Può maturare nel silenzio, nello studio e perfino nella sconfitta. Chi possiede una visione non considera mai inutile il tempo dell’emarginazione.

Un Paese sconfitto da riportare tra le democrazie

Quando De Gasperi assunse la guida del governo, nel dicembre del 1945, l’Italia era un Paese sconfitto, povero, diviso e materialmente distrutto. Le città portavano ancora le ferite dei bombardamenti, mancavano case, lavoro e generi alimentari, mentre la giovane democrazia doveva imparare nuovamente a vivere dopo vent’anni di dittatura. De Gasperi guidò otto governi consecutivi, dal dicembre 1945 all’agosto 1953: un periodo nel quale si svolsero il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea costituente, la nascita della Repubblica e il consolidamento delle nuove istituzioni democratiche. Dopo la proclamazione del risultato referendario, assunse temporaneamente anche le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, accompagnando il delicato passaggio dalla monarchia alla Repubblica.  Alla Conferenza di pace di Parigi del 1946 si presentò davanti alle potenze vincitrici consapevole di rappresentare una nazione sconfitta. Non cercò di cancellare le responsabilità italiane, ma rivendicò l’esistenza di un’Italia democratica e antifascista che aveva sofferto e combattuto contro la dittatura. Fu un atto di dignità, non di arroganza. De Gasperi comprese che la credibilità internazionale non si conquista gridando contro gli altri, ma riconoscendo i propri errori e dimostrando di voler costruire un futuro diverso.

La ricostruzione come opera morale

La ricostruzione degasperiana non fu soltanto economica. Prima delle strade, delle industrie e delle abitazioni, occorreva ricostruire la fiducia degli italiani nello Stato e nella libertà. La democrazia non poteva limitarsi alle elezioni. Doveva offrire lavoro, istruzione, protezione sociale, possibilità di miglioramento e partecipazione. Doveva impedire che la disperazione spingesse nuovamente il popolo verso le avventure autoritarie. Sotto i governi De Gasperi l’Italia consolidò la propria collocazione occidentale, utilizzò gli aiuti della ricostruzione e pose le basi del successivo sviluppo economico. Alle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana ottenne una netta affermazione, ma De Gasperi continuò a governare attraverso coalizioni con liberali, repubblicani e socialdemocratici.  Avrebbe potuto trasformare una grande vittoria elettorale in un dominio politico. Scelse invece il metodo della collaborazione. Questa era la sua idea del bene comune: non la somma degli interessi di una maggioranza, ma la ricerca di condizioni nelle quali anche chi aveva perduto le elezioni potesse sentirsi pienamente cittadino.

La patria europea

De Gasperi comprese con straordinario anticipo che l’interesse nazionale italiano non poteva essere difeso contro l’Europa, ma dentro un’Europa unita. Insieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer contribuì a immaginare una comunità fondata non soltanto sugli scambi economici, ma sulla riconciliazione tra popoli che si erano combattuti. Sostenne la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e il progetto di una comunità politica e di difesa sovranazionale. Riteneva che la Germania non dovesse essere umiliata o emarginata, ma reinserita nella famiglia delle democrazie europee, per impedire nuove rivincite e nuovi conflitti.  La sua Europa non era quella dei regolamenti lontani dai cittadini. Era una comunità di destino, rispettosa delle autonomie locali e capace di garantire pace, libertà, prosperità e giustizia sociale. Nel 1952 affermò che l’avvenire non si costruisce con la forza o con la conquista, ma attraverso la pazienza democratica, le intese e il rispetto della libertà.  Parole che, ancora oggi, dovrebbero essere poste all’ingresso di ogni istituzione europea.

Il cristiano nella politica

De Gasperi fu profondamente credente, ma non utilizzò mai il cattolicesimo come uno strumento di propaganda. Non confuse il governo del Paese con la difesa degli interessi ecclesiastici e non pretese che la Chiesa approvasse ogni sua scelta. La sua fede si riconosceva soprattutto nello stile: sobrietà, senso del limite, rispetto dell’avversario, attenzione verso i più deboli e consapevolezza che il potere fosse sempre temporaneo. Non si proclamava indispensabile. Non trasformava il partito in una proprietà personale. Non considerava il dissenso un tradimento. Sapeva che il politico è chiamato a decidere, ma anche a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Questa autonomia responsabile rappresenta una delle più autentiche applicazioni della Dottrina sociale della Chiesa: non imporre una fede attraverso lo Stato, ma illuminare l’azione pubblica attraverso una coscienza formata.

L’uomo lasciato solo

Anche De Gasperi conobbe l’amarezza dell’isolamento. Dopo la fine della sua esperienza di governo, nel 1953, vide ridursi rapidamente il proprio peso politico. Morì il 19 agosto 1954, a Sella di Valsugana, mentre temeva che il progetto della Comunità europea di difesa potesse fallire e che l’unificazione politica dell’Europa subisse un grave arresto.  Il Senato ha successivamente riconosciuto che l’Italia conserva nei suoi confronti un debito e che occorrerebbe riprendere il filo interrotto del degasperismo.  Non significa ricostruire nostalgicamente un partito scomparso. Significa recuperare un metodo: competenza, serietà, mediazione, visione internazionale, sobrietà personale e capacità di anteporre il futuro del Paese alla convenienza immediata.

Ciò che De Gasperi domanda alla politica di oggi

De Gasperi apparteneva a una generazione che aveva conosciuto il carcere, la dittatura, la guerra e la fame. Per questo considerava la democrazia un bene fragile, da custodire quotidianamente. Oggi la politica appare troppo spesso prigioniera del consenso immediato, delle dichiarazioni quotidiane, della ricerca dell’avversario e della costruzione di leadership personali. De Gasperi ci ricorda invece che governare significa anche assumere decisioni impopolari, spiegandole con chiarezza e accettandone la responsabilità. Il suo insegnamento non consiste nell’assenza di errori. Nessun governante ne è privo. Consiste nell’aver concepito il potere come servizio e la politica come costruzione paziente. Don Luigi Sturzo aveva restituito ai cattolici la libertà dell’impegno politico. Alcide De Gasperi dimostrò che quella libertà poteva diventare governo democratico, ricostruzione nazionale ed Europa. Per questo merita di essere ricordato tra i Testimoni del bene comune. Non perché appartenne a una stagione irripetibile, ma perché indica ancora oggi ciò che manca maggiormente alla vita pubblica: politici capaci di pensare alla prossima generazione, e non soltanto alla prossima elezione.

 

 

Altri Articoli

Cosa cerca la Matematica

Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

Leggi Tutto »

Maranza, lo Stato arrivi prima

La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

Leggi Tutto »

Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

Leggi Tutto »

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

Leggi Tutto »

Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

Leggi Tutto »

Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

Leggi Tutto »

La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

Leggi Tutto »

L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

Vice direttore Pasquale Tucciariello

In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

Web Master Patrizio Latini

Segretaria di redazione Elena Cimaschi

Contatti