Enrico Mattei, l’uomo che volle un’Italia padrona del proprio destino

Chiamato a liquidare l’Agip, ne comprese le potenzialità e costruì l’Eni. Sfidò i grandi interessi internazionali, cercò rapporti più giusti con i Paesi produttori e trasformò l’energia in uno strumento di crescita nazionale. Una figura complessa, ma capace di pensare l’Italia in grande.

di Amedeo Massimo Minisini

Ci sono uomini che amministrano ciò che esiste e uomini che riescono a vedere ciò che ancora non c’è. Enrico Mattei apparteneva alla seconda categoria.

Quando iniziò la sua avventura nell’industria energetica, l’Italia era un Paese uscito distrutto dalla guerra, povero di materie prime, bisognoso di lavoro, infrastrutture e fiducia. Mattei comprese che la ricostruzione non poteva dipendere soltanto dagli aiuti stranieri o dalle decisioni delle grandi potenze. Senza energia accessibile, senza autonomia industriale e senza una strategia nazionale, l’Italia sarebbe rimasta debole e subordinata.

La sua grandezza fu proprio questa: trasformare una necessità economica in un progetto politico e sociale per l’intero Paese.

Dalle Marche alla Resistenza

Enrico Mattei nacque ad Acqualagna, nelle Marche, il 29 aprile 1906, in una famiglia di condizioni modeste. Figlio di un sottufficiale dei Carabinieri, iniziò a lavorare giovanissimo e conobbe direttamente la fatica, la precarietà e il desiderio di riscatto. Dopo alcune esperienze da operaio e dirigente, avviò a Milano un’attività nel settore chimico. 

 

 Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza, diventando uno dei principali rappresentanti delle formazioni partigiane cattoliche nel Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia. La sua formazione era legata al cattolicesimo sociale: un pensiero nel quale l’iniziativa personale, la solidarietà e la responsabilità pubblica non erano elementi contrapposti, ma parti dello stesso dovere civile. 

L’esperienza resistenziale gli insegnò il valore dell’organizzazione, della decisione e dell’unità tra persone provenienti da culture differenti. Qualità che avrebbe poi trasferito nella guida dell’industria pubblica.

Doveva chiudere l’Agip, decise di salvarla

Nel 1945 Mattei ricevette l’incarico di occuparsi dell’Agip, l’Azienda generale italiana petroli. L’orientamento iniziale era quello di ridimensionare o liquidare l’azienda. Mattei, però, studiò le carte, ascoltò i tecnici e comprese che nel sottosuolo della Pianura Padana esistevano risorse capaci di contribuire alla ripresa italiana.

Invece di limitarsi a eseguire un ordine burocratico, si assunse la responsabilità di contestarlo nei fatti. Salvò l’Agip, ne potenziò le attività di ricerca e valorizzò i giacimenti di metano scoperti a Caviaga e Cortemaggiore. Da quelle risorse nacque una rete di metanodotti che portò energia alle fabbriche e accompagnò lo sviluppo industriale del dopoguerra. 

Il 10 febbraio 1953 nacque l’Ente nazionale idrocarburi. Mattei ne divenne il primo presidente e fece dell’Eni uno degli strumenti fondamentali del miracolo economico italiano. 

Non si trattava solamente di vendere benzina o estrarre gas. Si trattava di permettere alle imprese italiane di produrre, alle famiglie di migliorare le proprie condizioni di vita e allo Stato di non dipendere completamente dalle decisioni altrui.

La sfida alle “Sette sorelle”

Mattei sapeva che per garantire energia all’Italia bisognava entrare nei mercati internazionali dominati dalle grandi compagnie petrolifere angloamericane, da lui definite le “Sette sorelle”.

L’Eni era molto più piccola di quei colossi. Mattei raccontava efficacemente questa sproporzione paragonando l’azienda italiana a un piccolo animale che entrava in uno spazio occupato da grandi e potenti concorrenti. Ma quel “piccolo” protagonista possedeva rapidità, capacità diplomatica e una diversa proposta politica.

Mattei non si presentava ai Paesi produttori soltanto come compratore di petrolio. Proponeva società miste, partecipazione alle decisioni, formazione dei tecnici locali e una distribuzione dei profitti più favorevole agli Stati proprietari delle risorse. La cosiddetta “formula Mattei” rompeva la tradizionale logica coloniale secondo la quale le ricchezze del sottosuolo venivano sfruttate quasi esclusivamente a vantaggio delle compagnie straniere. 

Questa impostazione gli consentì di dialogare con l’Egitto, l’Iran, i Paesi del Nord Africa e altre nazioni che cercavano una maggiore indipendenza economica. Mattei comprese in anticipo che non poteva esistere una collaborazione duratura senza riconoscere dignità, interessi e sovranità agli interlocutori.

Era una politica energetica, ma anche una forma di diplomazia.

L’impresa come comunità

Un altro aspetto importante della sua esperienza riguardò i lavoratori. Mattei riteneva che il successo di un’impresa dipendesse dalle persone, dalla formazione e dalla capacità di costruire una comunità competente e motivata.

L’Eni investì nella preparazione di tecnici e dirigenti, nelle abitazioni per i dipendenti, nelle strutture sociali, nello sport e nei luoghi di vacanza destinati alle famiglie. Nei villaggi aziendali, secondo l’impostazione voluta da Mattei, operai, impiegati e dirigenti dovevano poter usufruire degli stessi servizi senza rigide distinzioni gerarchiche. 

Era un modello paternalistico, certamente legato alla cultura industriale dell’epoca, ma conteneva un principio ancora attuale: il lavoratore non è soltanto una voce del bilancio; è una persona, con una famiglia, una dignità e un futuro da costruire.

Un uomo potente e discusso

Trasformare Mattei in un santino significherebbe tradirne la storia. Fu un uomo di potere, determinato e talvolta spregiudicato. Costruì una vasta rete di rapporti politici, esercitò una forte influenza sul sistema dei partiti e comprese perfettamente il peso della comunicazione e della stampa.

Il suo modo di agire suscitò opposizioni, diffidenze e critiche. Ma anche i suoi avversari dovettero riconoscergli una qualità rara: Mattei non utilizzava il potere soltanto per conservare una posizione personale. Aveva una visione dell’interesse nazionale e cercava gli strumenti necessari per realizzarla.

Non sempre i mezzi furono immuni da contestazioni. Ma l’obiettivo era chiaro: rendere l’Italia più autonoma, più industriale e più rispettata.

Il bene comune non richiede uomini privi di difetti, perché uomini simili non esistono. Richiede persone capaci di mettere la propria intelligenza, il proprio coraggio e persino la propria ambizione al servizio di un progetto più grande.

La morte e gli interrogativi mai spenti

Il 27 ottobre 1962 l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò nei pressi di Bascapè, in provincia di Pavia. Morirono con lui il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale. Mattei aveva soltanto 56 anni. 

La tragedia fu inizialmente presentata come un incidente. Le indagini e gli approfondimenti successivi alimentarono però l’ipotesi di un sabotaggio. Mandanti e responsabilità non sono mai stati individuati in modo definitivo, lasciando la sua morte avvolta da interrogativi che fanno ormai parte della storia italiana.

Resta una certezza: al momento della sua scomparsa Mattei aveva costruito interessi, alleanze e opposizioni che superavano largamente i confini nazionali.

La lezione per i giovani

Enrico Mattei lascia ai giovani almeno tre insegnamenti.

Il primo è il coraggio della competenza. Mattei non si limitò a protestare contro la dipendenza energetica: studiò, ascoltò i tecnici, organizzò uomini e risorse e costruì un’alternativa.

Il secondo è la capacità di pensare in grande senza dimenticare le persone. L’industria, l’economia e il profitto hanno senso quando contribuiscono al lavoro, alla dignità e allo sviluppo della comunità.

Il terzo è l’indipendenza. Mattei non accettò che l’Italia dovesse considerarsi per sempre una nazione minore, condannata a chiedere il permesso ai più forti. Non confuse la collaborazione internazionale con la subordinazione.

Oggi il suo esempio ci ricorda che un Paese cresce quando possiede una classe dirigente capace di guardare oltre la prossima elezione, il prossimo incarico o il vantaggio personale.

Enrico Mattei seppe immaginare l’Italia non per come era, povera e sconfitta, ma per come avrebbe potuto diventare: industriale, moderna, autonoma e rispettata.

Per questo merita di essere ricordato tra i testimoni del bene comune. Non perché fosse perfetto, ma perché ebbe il coraggio di mettere la propria forza al servizio di una grande idea di Paese.

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