FINCHE’ LA GUERRA RESTERA’ UN AFFARE, FINCHE’ IL PROFITTO TROVERA’ SPAZIO TRA LE MACERIE, LA PACE RISCHIERA’ DI ESSERE SOLO UNA PAROLA VUOTA.

di Amedeo Massimo Minisini

In un tempo in cui l’informazione dovrebbe illuminare, troppo spesso assistiamo a un cono di luce ristretto, puntato sempre sugli stessi scenari, mentre il resto del mondo brucia nel silenzio.

Ucraina, Gaza, Iran, Siria: nomi ormai familiari, consumati nel racconto quotidiano. Ma oltre questi teatri, almeno una decina di conflitti continuano a mietere vittime, a destabilizzare popoli, a generare disperazione. Guerre dimenticate, o peggio: ignorate.

Non si tratta solo di una gerarchia delle notizie. Qui siamo davanti a una vera e propria selezione morale dell’attenzione. Ciò che conviene raccontare viene amplificato; ciò che disturba interessi consolidati scivola ai margini. E così intere popolazioni diventano invisibili, private non solo della pace, ma anche della dignità di essere riconosciute.

È lecito domandarsi: chi decide cosa merita il titolo di apertura e cosa no? È solo una questione di prossimità geografica o di impatto politico, oppure esiste una convenienza economica che orienta lo sguardo dei media? Le guerre, oggi, non sono soltanto tragedie umane: sono anche mercati. Dietro ogni conflitto si muovono filiere di interessi che vanno dalle risorse naturali fino ai grandi affari della ricostruzione.

E, più a monte, c’è una realtà che raramente viene raccontata: le fabbriche di armi, i magazzini pieni, le commesse da onorare. Un sistema industriale che non può permettersi la pace prolungata senza entrare in crisi. Così la guerra diventa anche uno sbocco, uno “svuotamento” necessario, una domanda da alimentare. È una verità scomoda, ma decisiva per capire perché certi conflitti sembrano non avere mai fine.

In questo scenario, il silenzio di molti telegiornali e giornali non è neutrale. È un silenzio che pesa, che seleziona, che finisce per legittimare. Perché ciò che non si racconta, agli occhi dell’opinione pubblica, semplicemente non esiste.

Eppure, proprio mentre il rumore mediatico si fa selettivo, si leva una voce diversa, più scomoda, meno allineata. È la voce di chi, con forza morale, richiama i potenti della terra a una responsabilità che non può essere delegata né rinviata. Un richiamo netto: deporre le armi, fermare la spirale dell’interesse che alimenta la guerra, restituire centralità alla persona umana.

Non è un appello ingenuo. È, al contrario, una denuncia lucida: finché la guerra resterà un affare, sarà difficile spegnerla. Finché il profitto troverà spazio tra le macerie, la pace rischierà di essere solo una parola vuota.

Serve allora un sussulto di coscienza, prima ancora che politico. Serve un’informazione più coraggiosa, capace di rompere il recinto dell’abitudine e di restituire visibilità a tutte le guerre, non solo a quelle “utili”. Serve una cultura che rimetta al centro il bene comune, senza piegarsi alle convenienze del momento.

Perché la pace non si costruisce solo nei trattati, ma anche nello sguardo che scegliamo di avere sul mondo. E oggi, quello sguardo, appare troppo spesso distratto, quando non complice.

Quanti focolai di guerra esistono oggi:

Secondo analisi di centri di ricerca sui conflitti (ACLED, CFR ecc.), nel 2026 ci sono circa 10 grandi guerre attive e decine di conflitti minori o regionali.

Le principali guerre oggi: Ucraina – guerra con la Russia, Striscia di Gaza / Israele, USA  –  IRAN, Sudan – guerra civile, Myanmar – guerra civile dopo il colpo di stato, Yemen guerra tra governo e Houthi, Siria – conflitto ancora attivo dal 2011, Repubblica Democratica del Congo – guerra nellest, Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger),  Haiti – guerra tra stato e gang armate, CUBA – bande interne.

A questi si aggiungono decine di conflitti minori (Nigeria, Somalia, Afghanistan-Pakistan, Messico con i cartelli, ecc.). Alcuni studi parlano di oltre 60 conflitti armati nel mondo negli ultimi anni, il livello più alto dalla Seconda guerra mondiale. Le zone dove i cattolici (e più in generale i cristiani) sono più colpiti dalle guerre e dalle violenze oggi si concentrano soprattutto in Africa subsahariana, Medio Oriente e alcune aree dellAsia.

Quanti cattolici tra le vittime: Non esiste una statistica precisa delle vittime per religione. Però si possono fare stime approssimative guardando la presenza cattolica nei paesi in guerra. Conflitti dove muoiono anche molti cattolici: Ucraina circa 5-10% cattolici (greco cattolici e latini), Repubblica Democratica del Congo uno dei paesi più cattolici dellAfrica (circa 50%) → molte vittime cattoliche, Myanmar circa 1% cattolici, ma persecuzioni dirette contro villaggi cristiani, Sudan circa 1% cattolici (soprattutto minoranze africane), Conflitti con quasi nessun cattolico: Gaza Strip: cristiani circa 1-2%, Yemen: cattolici quasi 0%, Siria: cristiani circa 2-5%

Stima globale- Se si guardano tutte le guerre i morti annui nei conflitti armati globali: circa 100.000-200.000 negli ultimi anni, cattolici tra le vittime: probabilmente tra il 10% e il 20%, perché molti conflitti sono in paesi africani con forte presenza cattolica. Quindi decine di migliaia di cattolici ogni anno possono essere tra le vittime dirette o indirette delle guerre.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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