Premesso: Colpisce, e fa riflettere, la recente presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che ha chiamato in causa Donald Trump invitandolo a sospendere iniziative e abbassare i toni sul dossier Iran. Un richiamo che, nelle intenzioni, va nella direzione giusta: disinnescare tensioni, evitare escalation, aprire spiragli di dialogo. Ma proprio qui nasce una domanda inevitabile: perché questa sollecitudine non si manifesta con la stessa forza nei confronti di Vladimir Putin per la guerra tra Russia e Ucraina? E perché non si leva con identica chiarezza per le decine di conflitti dimenticati che insanguinano il mondo?
Premesso: ogni spiraglio di pace va sostenuto, lodato, inseguito con ostinazione. Sempre. Senza riserve. Ma proprio per questo non possiamo ignorare una contraddizione sempre più evidente: esistono guerre che mobilitano il mondo e guerre che vengono lasciate scivolare nel silenzio.
Si invocano mediazioni, si cercano interlocutori, si attivano canali diplomatici quando gli equilibri economici e strategici lo richiedono. Altrove, invece, si consuma la stessa tragedia – morti, profughi, persecuzioni, spesso anche contro comunità cristiane – ma senza la stessa urgenza, senza la stessa attenzione, senza la stessa volontà di soluzione.
È qui che nasce una domanda scomoda: la pace è un principio o una convenienza?
Non si tratta di ingenuità. La politica internazionale non è un’aula di catechismo. È fatta di interessi, alleanze, energia, sicurezza, mercati. Ma proprio per questo la coscienza pubblica dovrebbe alzare la voce quando la gerarchia delle crisi diventa una gerarchia delle vite umane.
Abbiamo già detto, e va ribadito, che esiste un’economia della guerra. Un sistema industriale che produce armamenti, li accumula, li rinnova. Non è una caricatura sostenere che questo sistema condizioni le scelte: sarebbe semmai ingenuo negarlo. Ma ridurre tutto a questo sarebbe altrettanto superficiale. Il punto è più grave: manca una volontà politica globale capace di sottrarre la pace al calcolo degli interessi.
Così accade che alcune guerre diventino centrali, altre periferiche. Alcune entrano nei titoli di apertura, altre restano relegate a poche righe, quando va bene. Eppure il dolore è identico. La morte non cambia peso a seconda della latitudine. Il sangue non ha classifiche.
In questa selezione implicita si consuma una frattura morale. Perché se la pace viene perseguita solo dove conviene, allora non è più un diritto: è un privilegio.
E invece la pace è, e deve restare, un diritto universale. Non negoziabile. Non selettivo. Non condizionato dal valore strategico di un territorio o dalla visibilità mediatica di un conflitto.
Ogni popolo ha diritto alla pace. Ogni uomo. Ogni donna. Ogni bambino. Senza distinzione di colore, razza, religione o interesse geopolitico.
Se la comunità internazionale dimentica questo principio, tradisce se stessa. E tradisce, soprattutto, l’idea stessa di umanità che dice di voler difendere.
La pace non può avere doppio standard. O è per tutti, o non è.