Guerre di serie A, guerre di serie B

di Amedeo Massimo Minisini

Premesso: Colpisce, e fa riflettere, la recente presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che ha chiamato in causa Donald Trump invitandolo a sospendere iniziative e abbassare i toni sul dossier Iran. Un richiamo che, nelle intenzioni, va nella direzione giusta: disinnescare tensioni, evitare escalation, aprire spiragli di dialogo. Ma proprio qui nasce una domanda inevitabile: perché questa sollecitudine non si manifesta con la stessa forza nei confronti di Vladimir Putin per la guerra tra Russia e Ucraina? E perché non si leva con identica chiarezza per le decine di conflitti dimenticati che insanguinano il mondo?

Premesso: ogni spiraglio di pace va sostenuto, lodato, inseguito con ostinazione. Sempre. Senza riserve. Ma proprio per questo non possiamo ignorare una contraddizione sempre più evidente: esistono guerre che mobilitano il mondo e guerre che vengono lasciate scivolare nel silenzio.

Si invocano mediazioni, si cercano interlocutori, si attivano canali diplomatici quando gli equilibri economici e strategici lo richiedono. Altrove, invece, si consuma la stessa tragedia – morti, profughi, persecuzioni, spesso anche contro comunità cristiane – ma senza la stessa urgenza, senza la stessa attenzione, senza la stessa volontà di soluzione.

È qui che nasce una domanda scomoda: la pace è un principio o una convenienza?

Non si tratta di ingenuità. La politica internazionale non è un’aula di catechismo. È fatta di interessi, alleanze, energia, sicurezza, mercati. Ma proprio per questo la coscienza pubblica dovrebbe alzare la voce quando la gerarchia delle crisi diventa una gerarchia delle vite umane.

Abbiamo già detto, e va ribadito, che esiste un’economia della guerra. Un sistema industriale che produce armamenti, li accumula, li rinnova. Non è una caricatura sostenere che questo sistema condizioni le scelte: sarebbe semmai ingenuo negarlo. Ma ridurre tutto a questo sarebbe altrettanto superficiale. Il punto è più grave: manca una volontà politica globale capace di sottrarre la pace al calcolo degli interessi.

Così accade che alcune guerre diventino centrali, altre periferiche. Alcune entrano nei titoli di apertura, altre restano relegate a poche righe, quando va bene. Eppure il dolore è identico. La morte non cambia peso a seconda della latitudine. Il sangue non ha classifiche.

In questa selezione implicita si consuma una frattura morale. Perché se la pace viene perseguita solo dove conviene, allora non è più un diritto: è un privilegio.

E invece la pace è, e deve restare, un diritto universale. Non negoziabile. Non selettivo. Non condizionato dal valore strategico di un territorio o dalla visibilità mediatica di un conflitto.

Ogni popolo ha diritto alla pace. Ogni uomo. Ogni donna. Ogni bambino. Senza distinzione di colore, razza, religione o interesse geopolitico.

Se la comunità internazionale dimentica questo principio, tradisce se stessa. E tradisce, soprattutto, l’idea stessa di umanità che dice di voler difendere.

La pace non può avere doppio standard. O è per tutti, o non è.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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