Il Dentista nella scuola dell’obbligo. Proposte di ecologia integrale

di Pasquale Tucciariello

Nella complessa trama della pedagogia contemporanea, il corpo dell’educando rischia spesso di essere ridotto a mero simulacro o, al contrario, a macchina da efficientare. San Tommaso d’Aquino interviene sull’unità indissolubile di anima e corpo (anima forma corporis). Curare l’uno significa custodire l’altra. Perché il bene va custodito, occorre prendersene cura. È in tale cornice filosofica che si inserisce l’idea di introdurre stabilmente il dentista nella scuola dell’obbligo, attraverso sinergie strutturate e finanziate tra il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione.

   Garantire due visite di controllo all’anno a tutti gli studenti è misura di profilassi medica, rappresenta fattore di alto valore pedagogico e sociale. La scuola, istituzione che storicamente nella tradizione cattolica – da don Bosco ai grandi teorici della cura – ha il compito di formare la persona nella sua interezza, diventerebbe così il luogo in cui la salute cessa di essere un privilegio privatizzato per tornare ad essere un bene comune.

   Sono iniziative che incarnano principi di sussidiarietà e di solidarietà, pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa. Spesso le famiglie meno abbienti trascurano la salute orale dei figli per ragioni economiche, generando disuguaglianze invisibili ma dannose. Portare la prevenzione direttamente tra i banchi significa rafforzare equità, educare alla responsabilità, abbandonare la cultura dello scarto.

   Insegnare ai bambini il valore del proprio sorriso significa educarli alla bellezza e al rispetto di sé, inteso come tempio da custodire. Unire le forze dei due Ministeri per finanziare simili progetti, più che costo significano investimenti di natura educativa.

 

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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