Puntuali come le stagioni elettorali, tornano i “nuovi” partitini.
Nascono ovunque, proliferano nel disordine generale, si presentano come salvatori della patria, promettono rivoluzioni morali, recupero dei valori, centralità della persona, attenzione ai territori, difesa della famiglia, della libertà, del lavoro. Cambiano i simboli, cambiano i nomi, ma il meccanismo resta sempre lo stesso. Non nascono per costruire una visione del Paese. Nascono per occupare uno spazio nel mercato elettorale.
Dietro molti di questi soggetti non vi è una comunità politica, né una elaborazione culturale seria, né un progetto credibile. Vi è spesso soltanto un calcolo: raccogliere qualche punto percentuale, intercettare il malcontento, trattare candidature, pesarsi ai tavoli delle coalizioni e infine confluire, disciplinatamente, dentro gli schieramenti già esistenti.
È una politica ridotta a commercio. A sopravvivenza personale. A trasformismo permanente. Ed è persino grottesco assistere, a ogni tornata elettorale, alla riesumazione del cosiddetto “Centro”. Da quando la Democrazia Cristiana ha cessato di esistere, decine di piccoli gruppi tentano di ereditarne il consenso senza possederne né la cultura né la statura politica. Ci si richiama alla Dottrina Sociale della Chiesa senza conoscerla davvero.
La si usa come etichetta moderata, come richiamo nostalgico, come strumento per attirare un elettorato cattolico ormai spaesato e privo di riferimenti autentici. Ma la Dottrina Sociale non è uno slogan elettorale.
Non è una formula da inserire nei manifesti o nei convegni pre-elettorali. È una visione alta della persona, della giustizia sociale, della responsabilità politica, del bene comune. Richiede coerenza, studio, sacrificio, credibilità.
E invece assistiamo all’ennesima recita: piccoli leader che fino al giorno prima si dichiarano alternativi a tutti e che, alla vigilia del voto, corrono ad apparentarsi con il “campo largo” a sinistra oppure con il “panettone” a destra, purché vi sia un posto garantito, una candidatura sicura, una possibilità di sopravvivenza. Il cittadino osserva. E si allontana.
La verità che nessuno vuole affrontare è una sola: il più grande soggetto politico italiano oggi è il non voto. Milioni di italiani non partecipano più. Non perché disinteressati. Non perché incapaci di comprendere la politica. Ma perché disgustati da un sistema che appare sempre più autoreferenziale, cinico, distante dalla vita reale. Sono lavoratori impoveriti, famiglie schiacciate dall’incertezza, giovani senza prospettive, pensionati dimenticati, professionisti traditi da uno Stato inefficiente. Persone che non cercano miracoli, ma almeno serietà. Almeno coerenza. Almeno il rispetto dell’intelligenza collettiva. Eppure, quasi nessuno parla davvero a loro. Tutti cercano voti nei piccoli recinti organizzati. Nessuno vuole affrontare il deserto morale e sociale che cresce fuori dai palazzi. Nessuno ascolta quel silenzio composto, amaro, dignitoso di quanti hanno smesso di credere alle promesse seriali della politica-spettacolo. Ed è proprio lì che si sta consumando la crisi più grave della democrazia italiana. Non nella sconfitta di questo o quel partito. Ma nella frattura tra popolo e rappresentanza. Continuare a ignorarlo significa preparare un Paese sempre più fragile, rabbioso, manipolabile. Perché quando i cittadini smettono di credere nelle istituzioni democratiche, prima o poi prevalgono il rancore, l’astensione cronica o l’uomo della provvidenza.
L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo simbolo improvvisato. Non ha bisogno di cartelli elettorali costruiti un mese prima del voto. Non ha bisogno di professionisti del galleggiamento politico. Ha bisogno di credibilità. Di cultura politica. Di persone capaci di servire e non di servirsi. E soprattutto ha bisogno di qualcuno che torni a parlare non agli apparati, ma agli italiani silenziosi, onesti, delusi. A quel popolo invisibile che non occupa i talk show, non frequenta le segreterie di partito e non vive di slogan.
Il giorno in cui quel silenzio troverà finalmente una voce autentica, molti dei piccoli mercanti della politica scompariranno nello stesso modo in cui sono nati: rapidamente, rumorosamente e senza lasciare nulla dietro di sé.