IL MERCATO DEI PARTITINI E IL SILENZIO DEGLI ITALIANI

di Amedeo Massimo Minisini

Puntuali come le stagioni elettorali, tornano i “nuovi” partitini.
Nascono ovunque, proliferano nel disordine generale, si presentano come salvatori della patria, promettono rivoluzioni morali, recupero dei valori, centralità della persona, attenzione ai territori, difesa della famiglia, della libertà, del lavoro. Cambiano i simboli, cambiano i nomi, ma il meccanismo resta sempre lo stesso. Non nascono per costruire una visione del Paese. Nascono per occupare uno spazio nel mercato elettorale.

Dietro molti di questi soggetti non vi è una comunità politica, né una elaborazione culturale seria, né un progetto credibile. Vi è spesso soltanto un calcolo: raccogliere qualche punto percentuale, intercettare il malcontento, trattare candidature, pesarsi ai tavoli delle coalizioni e infine confluire, disciplinatamente, dentro gli schieramenti già esistenti.

È una politica ridotta a commercio. A sopravvivenza personale. A trasformismo permanente. Ed è persino grottesco assistere, a ogni tornata elettorale, alla riesumazione del cosiddetto “Centro”. Da quando la Democrazia Cristiana ha cessato di esistere, decine di piccoli gruppi tentano di ereditarne il consenso senza possederne né la cultura né la statura politica. Ci si richiama alla Dottrina Sociale della Chiesa senza conoscerla davvero.
La si usa come etichetta moderata, come richiamo nostalgico, come strumento per attirare un elettorato cattolico ormai spaesato e privo di riferimenti autentici. Ma la Dottrina Sociale non è uno slogan elettorale.
Non è una formula da inserire nei manifesti o nei convegni pre-elettorali. È una visione alta della persona, della giustizia sociale, della responsabilità politica, del bene comune. Richiede coerenza, studio, sacrificio, credibilità.

E invece assistiamo all’ennesima recita: piccoli leader che fino al giorno prima si dichiarano alternativi a tutti e che, alla vigilia del voto, corrono ad apparentarsi con il “campo largo” a sinistra oppure con il “panettone” a destra, purché vi sia un posto garantito, una candidatura sicura, una possibilità di sopravvivenza. Il cittadino osserva. E si allontana.

La verità che nessuno vuole affrontare è una sola: il più grande soggetto politico italiano oggi è il non voto. Milioni di italiani non partecipano più. Non perché disinteressati. Non perché incapaci di comprendere la politica. Ma perché disgustati da un sistema che appare sempre più autoreferenziale, cinico, distante dalla vita reale. Sono lavoratori impoveriti, famiglie schiacciate dall’incertezza, giovani senza prospettive, pensionati dimenticati, professionisti traditi da uno Stato inefficiente. Persone che non cercano miracoli, ma almeno serietà. Almeno coerenza. Almeno il rispetto dell’intelligenza collettiva. Eppure, quasi nessuno parla davvero a loro. Tutti cercano voti nei piccoli recinti organizzati. Nessuno vuole affrontare il deserto morale e sociale che cresce fuori dai palazzi. Nessuno ascolta quel silenzio composto, amaro, dignitoso di quanti hanno smesso di credere alle promesse seriali della politica-spettacolo. Ed è proprio lì che si sta consumando la crisi più grave della democrazia italiana. Non nella sconfitta di questo o quel partito. Ma nella frattura tra popolo e rappresentanza. Continuare a ignorarlo significa preparare un Paese sempre più fragile, rabbioso, manipolabile. Perché quando i cittadini smettono di credere nelle istituzioni democratiche, prima o poi prevalgono il rancore, l’astensione cronica o l’uomo della provvidenza.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo simbolo improvvisato. Non ha bisogno di cartelli elettorali costruiti un mese prima del voto. Non ha bisogno di professionisti del galleggiamento politico. Ha bisogno di credibilità. Di cultura politica. Di persone capaci di servire e non di servirsi. E soprattutto ha bisogno di qualcuno che torni a parlare non agli apparati, ma agli italiani silenziosi, onesti, delusi. A quel popolo invisibile che non occupa i talk show, non frequenta le segreterie di partito e non vive di slogan.

Il giorno in cui quel silenzio troverà finalmente una voce autentica, molti dei piccoli mercanti della politica scompariranno nello stesso modo in cui sono nati: rapidamente, rumorosamente e senza lasciare nulla dietro di sé.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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