Il Silenzio dei vili Il dolore e i morti in Iran

di Amedeo Massimo Minisini

Sono in maggioranza tutti giovani, ragazze e ragazzi uccisi in Iran nei giorni scorsi, quelli della protesta in piazza contro la dittatura di Khamenei.
Dodici di questi manifestanti uccisi con un colpo in mezzo agli occhi su ordine del dittatore. Mentre negli Stati Uniti e più precisamente a Minneapolis, al Golden Globe, gli attori manifestavano la loro protesta e la loro indignazione con una spilletta “Be Good” per ricordare la donna uccisa da un poliziotto. In Iran intanto la polizia del regime, i Guardiani della Rivoluzione, nel silenzio più totale delle democrazie occidentali, che puzza di consenso, uccidevano oltre dodicimila persone.

Anche nelle nostre televisioni e giornali di sinistra un silenzio assordante o poche righe su questa tragedia senza fine. Nel talk show, fiumi di parole e ospitate per i maranza, i mussulmani che nascondono la verità sull’interpretazione del Corano e le indagini degli avvocati e delle comparsate degli opinion leader sul delitto di Garlasco.
Maurizio Landini e i maggiori leader della sinistra ogni fine settimana bloccano le citta con cortei e manifestazioni filo HAMAS e persino per difendere un altro dittatore, Maduro. Non si è mai assistito ad un corteo contro Khamenei, neppure una presa di posizione o richiesta di dibattito in parlamento. Silenzio e vigliacca omertà di tutti i media, politici e sindacati della sinistra, per Erfan Soltani, il giovane 26nne, ucciso barbaramente dalla “giustizia” del dittatore, perchè tra i capi della rivolta di Teheran. Silenzio per le poche scene viste in TV Mediaset sulle migliaia di famiglie che andavano a fare il riconoscimento dei cadaveri dei loro cari allineati nei sacchi a pelo.

Riprese televisive e foto fatte e distribuite dal regime degli ayatollak. Un silenzio assordante di Landini, Conte, Fratoianni, Elly Schlein e i loro ascari conduttori televisivi. Noi possiamo solo dire che debbono, questi falsi moralizzatori e garantisti della libertà e democrazia a senso unico, rotolare nella vergogna, non si può essere in silenzio quando c’è in gioco la dignità di un Popolo.
Il silenzio dei vili sarà per sempre la loro vergogna

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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