Finito anche questo appuntamento elettorale, resta sul tavolo un dato che nessuna coalizione dovrebbe ignorare: non basta più vincere un Comune, conquistare un ballottaggio o sventolare una percentuale per dire di avere recuperato il rapporto con il Paese reale.
La politica continua a misurarsi tra destra e sinistra, tra alleanze, simboli, liste civiche e piccoli partiti nati spesso più per occupare uno spazio che per rappresentare davvero una comunità. Ma fuori dai palazzi, fuori dai comitati elettorali, fuori dalle conferenze stampa, cresce un popolo silenzioso: quello di chi non vota più.
Non vota per protesta.
Non vota per sfiducia.
Non vota perché non crede più alle promesse.
Non vota perché ha visto troppe parole e pochi fatti.
Anche la destra, pur conservando una presenza forte, non può leggere il risultato come una marcia trionfale. Dove non sfonda, dove perde consenso, dove appare al di sotto delle aspettative, deve interrogarsi.
Ma lo stesso devono fare il centrosinistra, il centro, le liste personali e quei piccoli partitini che pensavano di raccogliere voti semplicemente invocando parole nobili, valori cristiani o richiami alla Dottrina sociale della Chiesa.
La Dottrina sociale della Chiesa non è un amo elettorale per far abboccare i cattolici delusi. Non è una bandierina da piantare su un manifesto. Non è un’etichetta da usare quando servono voti moderati, popolari o cattolici.
È una cosa seria.
È dignità della persona.
È lavoro.
È famiglia.
È giustizia sociale.
È sussidiarietà.
È solidarietà.
È bene comune.
È responsabilità.
Chi la invoca senza praticarla la tradisce due volte: davanti agli elettori e davanti alla coscienza cristiana
La sonora bocciatura ricevuta da molte piccole sigle nate all’ultimo momento, spesso senza radicamento, senza classe dirigente, senza proposta amministrativa, dimostra che i cattolici non sono più disponibili a essere usati. Non basta dire “ci richiamiamo alla Dottrina sociale” per ottenere fiducia. Non basta citare Don Sturzo per essere sturziani. Non basta parlare di popolo se poi il popolo viene cercato soltanto alla vigilia del voto.
Serve un passo indietro.
Un passo indietro dalle ambizioni personali.
Un passo indietro dalle sigle inutili.
Un passo indietro dai piccoli narcisismi politici.
Un passo indietro da chi usa la fede, i valori e la Chiesa come strumenti di consenso.
E poi serve un passo avanti: verso una politica dei fatti.
Qui può e deve collocarsi la proposta dell’Idea Popolare.
Il giornale fondato da Luigi Sturzo non può limitarsi a commentare. Deve diventare luogo di ricostruzione. Non un partito mascherato, non una corrente, non un comitato elettorale, ma una casa libera, laica, di ispirazione cristiana, capace di rimettere al centro la persona e la comunità.
L’Idea Popolare può proporre un percorso semplice e serio: ascolto dei territori, formazione politica, amministratori preparati, controllo dei programmi, verifica degli impegni, rispetto della Dottrina sociale della Chiesa non come slogan ma come metodo.
Bisogna recuperare il non voto non con le promesse, ma con iniziative credibili.
Aprire forum cittadini.
Ascoltare famiglie, giovani, anziani, imprese, lavoratori.
Costruire proposte su scuola, sanità, sicurezza, casa, lavoro, ambiente, servizi sociali.
Chiedere agli eletti di rendere conto ogni sei mesi.
Preparare una nuova classe dirigente.
Restituire alla politica la parola “servizio”.
Questa è la sfida.
Non inseguire il potere, ma ricostruire fiducia.
Non cercare poltrone, ma formare coscienze.
Non dividere i cattolici tra destra e sinistra, ma richiamarli alla responsabilità del bene comune.
Don Sturzo non fondò una politica della nostalgia. Fondò una politica della responsabilità. E oggi quella lezione torna attuale più che mai.
La politica italiana non ha bisogno dell’ennesimo partitino. Ha bisogno di una coscienza popolare nuova. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano dire no alla propaganda e sì alla competenza, no alla strumentalizzazione religiosa e sì alla Dottrina sociale vissuta, no alla promessa facile e sì al dovere quotidiano.
Il non voto non si recupera con un manifesto.
Si recupera con l’esempio.
E se l’Idea Popolare saprà essere fedele alla sua storia, libera dalle appartenenze di parte, guidata dal pensiero di Sturzo e dalla Dottrina sociale della Chiesa, potrà diventare uno dei pochi strumenti seri per riportare alla politica chi oggi se ne è andato in silenzio.
Perché il vero sconfitto non è soltanto questo o quel partito.
Il vero sconfitto è il cittadino che non crede più.
Ed è da lui che bisogna ripartire.