Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

di Amedeo Massimo Minisini

La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

Il ricongiungimento familiare, previsto dalle norme vigenti, rappresenta oggi una delle principali porte d’ingresso nel nostro Paese. È una scelta legittima e umanamente comprensibile. Tuttavia, ogni scelta politica deve interrogarsi sulle proprie conseguenze sociali, economiche e demografiche. Quale capacità hanno i nostri servizi sanitari, le scuole, il sistema abitativo e il welfare di sostenere una crescita costante della popolazione immigrata, mentre contemporaneamente diminuiscono le nascite italiane e aumenta l’invecchiamento della popolazione? Porre questa domanda non significa essere contro gli immigrati. Significa essere a favore della responsabilità. L’errore più grave sarebbe continuare a ignorare i numeri e lasciare che il fenomeno venga governato solo dall’emergenza. L’Europa ci offre già esempi da osservare con attenzione: quartieri difficili da integrare, tensioni sociali, perdita di identità comunitarie e crescente diffidenza reciproca. Il problema non è l’uomo che arriva, ma l’incapacità dello Stato di prepararsi al suo arrivo.

Se l’Italia continua a perdere popolazione, a non sostenere la natalità delle proprie famiglie e contemporaneamente a non programmare l’integrazione di chi entra, il rischio è quello di creare nuove povertà e nuovi conflitti sociali. La vera domanda, quindi, non è se accogliere oppure no. La domanda è: quale Italia vogliamo tra venticinque anni? Un Paese che subisce i cambiamenti oppure un Paese che li governa? Lo Stato ha il dovere di conoscere i dati, programmare i servizi, favorire l’integrazione, pretendere il rispetto delle leggi e, nello stesso tempo, sostenere la famiglia italiana, oggi sempre più fragile e sempre meno incline alla natalità.

La solidarietà senza programmazione genera disordine. La chiusura senza umanità genera ingiustizia. La politica, invece, dovrebbe trovare il difficile equilibrio tra diritti e doveri, tra accoglienza e responsabilità. Don Sturzo ci insegnò che governare significa prevenire e non reprimere. Ed è forse proprio qui il grande limite dell’Italia di oggi: non aver ancora deciso se vuole guidare il fenomeno migratorio o semplicemente subirlo. E una nazione che rinuncia a programmare il proprio futuro rischia, lentamente, di perdere anche la propria identità.

Un’altra domanda che la politica continua ad evitare riguarda i costi.

quanto costa complessivamente il fenomeno migratorio e il ricongiungimento familiare?

Accogliere comporta inevitabilmente delle spese: sanità, scuola, assistenza sociale, edilizia pubblica, servizi comunali, mediazione culturale e assegni familiari. Non è una colpa e non deve diventare un argomento di scontro ideologico. Ma i cittadini hanno il diritto di conoscere i numeri. Quanto incide il ricongiungimento familiare sui bilanci dello Stato e degli enti locali? Quanto costano i servizi aggiuntivi? Quanto invece producono in termini di lavoro, contributi previdenziali e crescita economica gli immigrati regolarmente inseriti? Una politica seria non può limitarsi agli slogan dell’accoglienza senza limiti né a quelli della chiusura totale. Deve presentare ai cittadini un bilancio trasparente: costi, benefici, prospettive future. Secondo diverse stime, solo gli assegni familiari e alcune prestazioni sociali destinate alle famiglie straniere rappresentano una voce di spesa di diversi miliardi di euro ogni anno, mentre miliardi di euro vengono inviati all’estero sotto forma di rimesse dalle comunità immigrate. Sono dati che meritano attenzione e approfondimento, non per alimentare paure, ma per consentire una programmazione responsabile. Il problema non è stabilire se un immigrato costi troppo o troppo poco. Il vero problema è sapere se l’Italia possieda un progetto. Perché una nazione che non conosce i propri numeri, non governa il fenomeno: lo subisce. Ed anche in questo caso l’insegnamento di Don Luigi Sturzo appare attualissimo: prevenire, programmare, amministrare con prudenza. La solidarietà è una virtù; l’improvvisazione è invece un pericolo per tutti, italiani e immigrati.

“L’accoglienza è un dovere morale; la trasparenza sui costi è un dovere democratico. Nascondere i numeri significa rinunciare a governare il futuro.”

 

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La forza della competenza
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