Lavoro, impresa e bene comune

di Giangabriele Foschini

Le fabbriche senza sciopero : utopia o realizzazione della Dottrina sociale della Chiesa?
Dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus: lo sciopero è un diritto ma non il fine. Quando l’impresa diventa comunità e il lavoro torna persona, il conflitto si previene nella giustizia sociale. La lezione sturziana per l’Italia che vuole tornare a produrre.
C’è una domanda che attraversa in silenzio il mondo del lavoro contemporaneo: è possibile un’impresa nella quale lo sciopero diventi inutile non perché vietato, ma perché superato dalla giustizia sociale?
La Dottrina sociale della Chiesa risponde da oltre un secolo con una chiarezza che oggi appare profetica.
Già con la Rerum Novarum (1891) Leone XIII sottraeva il lavoro alla logica della merce per restituirlo alla dignità della persona. Da quel momento il conflitto sociale non veniva negato, ma ricondotto dentro un orizzonte più alto: quello del bene comune.
San Giovanni Paolo II, nella Laborem Exercens, riconosce esplicitamente lo sciopero come diritto legittimo dei lavoratori, ma lo definisce anche per ciò che è realmente: uno strumento estremo. Segno di una ferita. Non la normalità di un sistema giusto.
Una società che vive di scioperi permanenti non è una società più avanzata: è una società che non ha ancora risolto la questione della giustizia nel lavoro.
La grande intuizione del Magistero sociale — da Leone XIII a Benedetto XVI — è che l’impresa non è un semplice luogo di produzione ma una comunità di uomini.
Qui cade la falsa alternativa che ha segnato il Novecento:
• capitalismo senza volto
• collettivismo statalista
La via cristiana è un’altra: centralità della persona, giusto salario, partecipazione dei lavoratori, diffusione della proprietà, corpi intermedi vivi. È l’economia sociale di mercato. È l’economia civile. È, in Italia, l’intuizione politica di don Luigi Sturzo. Sturzo aveva compreso che la questione sociale non si risolve nello scontro ma nella costruzione di un ordine giusto.

Il suo principio è oggi più attuale che mai:eApplicato al lavoro significa: • relazioni industriali partecipative
• contrattazione reale
• welfare aziendale
• responsabilità condivisa
Non paternalismo. Non assistenza. Ma organismo sociale.
Quando lo sciopero diventa inutile? Esistono realtà produttive nelle quali il conflitto è rarissimo. Non perché il lavoratore sia più debole ma perché:
• il salario è giusto
• la persona è rispettata
• l’impresa è percepita come bene comune
Qui si realizza concretamente ciò che la Dottrina sociale indica da sempre. Lo sciopero resta possibile, ma non necessario. Ed è questa la vera vittoria della giustizia sociale.
Attenzione però: non ogni fabbrica senza scioperi è un modello cristiano specie poi se il silenzio nasce da:
• precarietà
• paura
• assenza di rappresentanza
non siamo davanti all’armonia sociale ma alla negazione della dignità del lavoro.
La Dottrina sociale della Chiesa non accetta la pace fondata sulla debolezza.
In un tempo in cui:
• il lavoro è frammentato
• l’impresa è finanziarizzata
• il lavoratore è isolato
la proposta cristiano-popolare torna ad essere l’unica alternativa credibile alla guerra sociale permanente.
Non si tratta di nostalgia.
Si tratta di scegliere tra: società del conflitto e società della cooperazione La fabbrica senza sciopero non è un’utopia è l’obiettivo naturale di un ordine sociale fondato su:
• persona
• partecipazione
• bene comune
È il programma indicato dalla Dottrina sociale della Chiesa.
È la via tracciata dal popolarismo sturziano.
È la riforma di cui l’Italia ha oggi drammaticamente bisogno.
Perché dove la giustizia è reale, il conflitto non scompare per decreto: semplicemente
non serve.

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La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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