Le imprese italiane e l’eredità sturziana dell’economia al servizio della società

di Giangabriele Foschini

Nel tempo della globalizzazione finanziaria e della crescente concentrazione del potere economico, il sistema produttivo italiano continua a esprimere realtà imprenditoriali che richiamano una concezione dell’economia non riducibile al solo profitto, ma orientata al lavoro, alla responsabilità e al bene comune.
È una visione che affonda le sue radici nel pensiero di don Luigi Sturzo, fondatore nel 1919 de L’Idea Popolare, per il quale l’economia doveva restare strumento della società e non fine a sé stessa, e l’impresa svolgere una funzione sociale inscindibile dalla dignità della persona e dal ruolo delle comunità.
In questo solco si collocano molte imprese italiane capaci di competere a livello globale restando ancorate all’economia reale. Ferrari, esempio di eccellenza manifatturiera e valore del lavoro qualificato, Leonardo, gruppo strategico dell’aerospazio e della difesa, e Prysmian, leader mondiale nelle infrastrutture energetiche e digitali, mostrano come industria, innovazione e interesse nazionale possano procedere insieme. Nel settore del Made in Italy e del lusso, marchi come Luxottica-Essilor, Prada, Moncler e Armani dimostrano che competitività internazionale e identità produttiva non sono in contraddizione, ma possono rafforzarsi reciprocamente quando l’impresa non è ridotta a mero veicolo finanziario.
Particolarmente significativo resta il comparto agroalimentare, dove aziende come Ferrero, Barilla, Lavazza e Illy incarnano un modello imprenditoriale attento alla qualità, alla stabilità occupazionale e al legame con i territori. Un’impostazione coerente con il pensiero sturziano, che vedeva nella diffusione dell’impresa e nella tutela del lavoro un argine tanto al collettivismo quanto al capitalismo speculativo. Nel campo energetico e infrastrutturale, ENI, Enel, Terna e Snam rappresentano asset strategici per il Paese e per l’Europa. L’impegno nella sicurezza energetica e nella transizione ecologica richiama il principio di responsabilità verso il futuro, centrale tanto nella Dottrina sociale quanto nella tradizione del cattolicesimo democratico.
Nel loro insieme, queste esperienze confermano l’attualità di un’idea di economia che Sturzo avrebbe definito popolare: fondata sul lavoro, sulla produzione e su un equilibrio tra mercato, Stato e corpi intermedi. Un modello che oggi, più che mai, interpella la politica industriale del Paese e il ruolo pubblico nell’orientare lo sviluppo. Una lezione che, a distanza di oltre un secolo, rende ancora attuale il pensiero di don Luigi Sturzo nel dibattito economico e politico del Paese.
Ci sono anche 28 aziende italiane tra le mille migliori al mondo in cui lavorare, secondo la terza classifica annuale del Time sul tema. La rivista ha tenuto conto di tre parametri principali per stilare la lista: le impressioni (e quindi la soddisfazione dei dipendenti), la crescita dei ricavi e la trasparenza sul fronte della sostenibilità, elemento sempre più sentito ma spesso utilizzato più come elemento di marketing che come reale impegno verso l’ambiente. Sono state prese in considerazione soltanto le più “grandi aziende”, cioè quelle che tra il 2023 o il 2024 hanno generato un fatturato di almeno 100 milioni di dollari.

Ecco quali sono le imprese che sono entrate in classifica. posiziona ai vertici mondiali per prestigio e innovazione.
• Giorgio Armani: Sinonimo di eleganza senza tempo
• Gucci: Icona del lusso, parte del gruppo Kering.
• Moncler: Leader nell'abbigliamento sportivo di lusso. Automotive e Industria
• Ferrari: Brand di lusso riconosciuto tra i migliori al mondo per reputazione e design.
• Lamborghini: Eccellenza nelle auto sportive di lusso.
• Pirelli: Leader mondiale nel settore pneumatici.
• Leonardo: Gigante nel settore aerospaziale, difesa e sicurezza.
• Fincantieri: Uno dei più grandi complessi cantieristici al mondo.
Energia, Infrastrutture e Servizi
• Enel: Tra le principali aziende energetiche a livello globale.
• Eni: Leader nel settore petrolifero e dell'energia.
• Prysmian: Leader mondiale nel settore dei cavi in energia e telecomunicazioni.
• Webuild: Eccellenza nelle grandi opere infrastrutturali.
• Generali: Tra i leader globali nel settore assicurativo. Food, Bevande e Lavoro
• Ferrero: Gigante dolciario italiano, tra i marchi più rinomati al mondo.
• Barilla: Leader mondiale nella produzione di pasta.

Lavazza riconosciuta come uno dei migliori datori di lavoro.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

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