Macroregione Centro studi LeoneXIII

di Amedeo Massimo Minisini

L’Idea Popolare, ha accolto con interesse l’invito a partecipare a questo convegno promosso dal Centro Culturale Leone XIII sul tema della macroregione.
Partecipiamo non per moda istituzionale o per un esercizio accademico, ma perché riteniamo che il tema della collaborazione tra territori sia una delle questioni più concrete e urgenti del nostro tempo.
La parola macroregione può sembrare tecnica, quasi burocratica. In realtà dietro questo termine si nasconde una domanda molto semplice: come possono le regioni collaborare meglio tra loro per risolvere problemi che da sole non riescono più ad affrontare?
Negli ultimi decenni l’Italia ha conosciuto una crescita normativa impressionante. Leggi nazionali, leggi regionali, regolamenti locali, direttive europee: una stratificazione che spesso, anziché semplificare la vita ai cittadini, la complica. E qui emerge il primo punto che vorremmo sottolineare. 1. La burocrazia come ostacolo allo sviluppo Molte difficoltà che incontrano cittadini, imprese e amministrazioni non derivano dalla mancanza di risorse, ma dalla frammentazione delle regole. Pensiamo alla sanità.
Ogni regione ha sistemi organizzativi diversi, procedure diverse, modelli amministrativi diversi. Questo produce inevitabilmente disuguaglianze territoriali, tempi diversi di risposta, mobilità sanitaria crescente. Il cittadino non percepisce più il sistema sanitario come un servizio nazionale, ma come una geografia di diritti diversi.
Eppure la salute non è un fatto regionale: è un diritto fondamentale della persona. Una maggiore cooperazione tra regioni – anche attraverso strumenti di coordinamento macroregionale – può consentire di condividere servizi, strutture, modelli organizzativi e piattaforme amministrative, riducendo sprechi e duplicazioni. 2. Il lavoro e la mobilità economica Lo stesso discorso vale per il lavoro. Le economie regionali non sono più compartimenti stagni. Le filiere produttive attraversano territori diversi, le imprese operano su scala interregionale, la mobilità dei lavoratori è ormai quotidiana. Eppure le normative, gli incentivi, i sistemi amministrativi spesso non dialogano tra loro. Questo crea ostacoli invisibili ma pesanti: procedure diverse, tempi diversi, interpretazioni diverse.
La macroregione può diventare allora uno strumento di coordinamento, non per togliere autonomia ai territori, ma per armonizzare le politiche di sviluppo, favorire infrastrutture comuni, semplificare i percorsi amministrativi. Non si tratta di creare nuovi livelli burocratici. Si tratta piuttosto di ridurre quelli inutili. 3. Ambiente e territorio: problemi che non conoscono confini Il terzo ambito è quello ambientale. Fiumi, montagne, bacini idrici, corridoi ecologici, sistemi forestali: la natura non conosce i confini amministrativi. Molti problemi ambientali nascono proprio quando ogni territorio agisce isolatamente. La gestione delle risorse idriche, la prevenzione del dissesto idrogeologico, la tutela dei parchi e dei sistemi naturali richiedono visioni territoriali più ampie. Una macroregione può diventare uno spazio di programmazione condivisa, capace di mettere insieme conoscenze, strumenti e responsabilità. Non è un caso che anche l’Unione Europea abbia sviluppato negli ultimi anni diverse strategie macroregionali proprio per affrontare problemi che superano i confini amministrativi tradizionali. 4. Il principio della collaborazione A questo punto però è necessario chiarire un principio. La macroregione non deve essere vista come una nuova struttura di potere. Deve essere prima di tutto un metodo di collaborazione. Un luogo di dialogo tra amministrazioni, università, imprese, corpi sociali. Qui entra in gioco anche la visione della Luigi Sturzo, alla quale spesso il nostro giornale si richiama. Sturzo parlava di autonomie responsabili, non di centralismi soffocanti e nemmeno di localismi chiusi. L’autonomia ha senso solo quando si traduce in servizio al bene comune. E oggi il bene comune richiede sempre più spesso cooperazione tra territori. 5. Prevenire invece di rincorrere le emergenze C’è poi un altro elemento che come giornale abbiamo più volte sottolineato. Un buon governo deve prevenire, non limitarsi a reprimere o a rincorrere le emergenze. Quando le amministrazioni agiscono isolate, spesso intervengono solo quando il problema è già esploso. La collaborazione tra regioni consente invece di anticipare le criticità, condividere dati, coordinare politiche pubbliche. Questo vale per la sanità, per il lavoro, per l’ambiente, ma anche per infrastrutture, sicurezza territoriale, gestione delle risorse. 6. Il ruolo della società civile Un progetto di collaborazione tra territori non può essere solo istituzionale. Deve coinvolgere la società civile, le associazioni culturali, le realtà sociali, il mondo del volontariato. Per questo riteniamo importante il lavoro che realtà come il Centro Culturale Leone XIII stanno svolgendo: creare spazi di riflessione, di dialogo, di proposta. Il rischio della politica contemporanea è quello di ridursi a gestione quotidiana, perdendo la capacità di immaginare il futuro. Convegni come questo servono proprio a riaprire uno spazio di pensiero. 7. Una prospettiva di responsabilità La macroregione non è una bacchetta magica. Non risolve automaticamente i problemi. Ma può rappresentare uno strumento di responsabilità condivisa. Significa riconoscere che molti problemi non possono essere affrontati da soli. Significa passare dalla logica della competizione tra territori alla logica della cooperazione tra territori.
Significa, in fondo, riscoprire un principio semplice ma fondamentale: insieme si governa meglio.
Conclusione Una convinzione che come giornale ci guida da tempo. Le riforme istituzionali hanno senso solo se migliorano concretamente la vita dei cittadini. Se la macroregione diventa un modo per semplificare la burocrazia, per rendere più efficiente la sanità, per favorire il lavoro, per tutelare meglio l’ambiente, allora essa merita attenzione, studio e sperimentazione. Per questo L’Idea Popolare partecipa con convinzione a questo confronto. Non con spirito ideologico, ma con uno spirito pragmatico e costruttivo. Perché la buona politica non nasce dalle contrapposizioni sterili, ma dalla capacità di costruire collaborazione. E oggi, più che mai, il futuro dei nostri territori passa proprio da qui.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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