Manifesto per città e paesi abitabili. Lettera aperta alle Istituzioni

Al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella Al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni Illustri Autorità,
Scriviamo dalle colonne de L’Idea Popolare, testata che si ispira all’eredità di don Luigi Sturzo, per dare voce a un’inquietudine e un’evidenza: il declino della vivibilità urbana e il fallimento delle politiche di integrazione e sicurezza dell’attuale governo e dei governi precedenti. Cronaca di una deriva. Tacere ancora oltre davanti a quella che don Sturzo definirebbe una patologia della vita sociale è disonestà.

I fatti sono incontrovertibili. Milano e Roma, specialmente le aree intorno alle stazioni Centrali e Termini, sono diventate zone franche. Solo negli ultimi mesi, aggressioni a scopo di rapina e stupri hanno marcato il territorio. Torino e Bologna particolarmente, interi quartieri vivono un'esasperazione tale che possono sfociare in rivolte spontanee dei residenti contro lo spaccio e il degrado. E attenzione: tali forme di insostenibilità cominciano ad essere percepite anche nei paesi.
L'attacco allo Stato. Le bastonate, le martellate, i lanci di pietre ripetuti contro le Forze dell’Ordine — come accaduto recentemente nei quartieri periferici di Bologna e Milano durante i controlli, e nei fatti di Torino — non sono solo reati, ma atti di eversione contro l’autorità legittima.
Il fenomeno Maranza. Gruppi di giovani e giovanissimi, spesso figli di un'immigrazione mai integrata o irregolari, che rivendicano il possesso del territorio notturno attraverso il vandalismo e la violenza gratuita, celebrata sui social media come forma di riscatto deviato, non sono ammessi dalla visione civile della società.
La cecità politica tra cinismo e inerzia. Denunciamo con forza il cinismo di una certa parte politica che, a sinistra, sembra guardare al fenomeno migratorio solo come a un futuro bacino elettorale, ignorando le conseguenze sociali del multiculturalismo senza regole. Tale approccio ha trasformato l’accoglienza in un abbandono post-sbarco, creando ghetti che sono polveriere sociali.
Dall'altro lato, a destra, diciamo che non basta la sola risposta securitaria di emergenza. La repressione è necessaria quando la legge viene infranta, ma uno Stato che si limita a inseguire il reato ha già perso la sua sfida più grande: la coesione sociale.
La nostra proposta si orienta verso un Piano Educativo Nazionale, condiviso. Perciò il nostro appello anche al presidente Mattarella come garanzia di equilibrio tra parti politiche e parti sociali.
Non si esce da questa spirale senza un piano che sia, prima di tutto, antropologico e pedagogico. Proponiamo la costituzione di una Consulta Interdisciplinare di Alto Profilo per la redazione di un Piano Educativo Nazionale. Chi deve redigerlo? Pedagogisti e Sociologi, per ricostruire il senso di appartenenza e il rispetto delle regole comuni nelle scuole e nei centri di aggregazione.
Filosofi ed Economisti, per definire un modello di bene comune che unisca lo sviluppo economico alla dignità della persona, evitando che l'emarginazione diventi l'unica prospettiva per i nuovi cittadini. Scienziati Sperimentali e Neuroscienziati, per studiare le dinamiche della violenza di gruppo giovanile e intervenire sulle fragilità psicologiche che alimentano il fenomeno dei maranza. Politici e Amministratori Locali, per tradurre queste visioni in leggi e in una gestione urbana che non lasci buchi neri nelle periferie. Ci guida la lezione del fondatore de L’Idea Popolare: "La libertà è un dovere, prima di essere un diritto. Chi non sa autogovernarsi, chi non rispetta l'altrui libertà e l'ordine sociale, prepara la strada alla propria schiavitù." (L. Sturzo, Riforma Statale e Indirizzo Politico, 1945). Non è solo la dottrina sociale cristiana, a cui ci richiamiamo, a chiederci un'inversione di marcia, ma la stessa radice del fenomeno noto come Risorgimento. Nel 1860, Giuseppe Mazzini scriveva ne Dei doveri dell'uomo:«Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? [...] I diritti non sono che una conseguenza dei doveri adempiti, e bisogna cominciare da questi per giungere a quelli.»
Questa verità elementare è stata espunta dal dibattito pubblico. Se la politica - le colpe della sinistra - si limita a rivendicare diritti di accoglienza senza anche pretendere l'adempimento dei doveri di cittadinanza, non fa il bene dell'immigrato, ma ne prepara il fallimento sociale. Allo stesso modo, se lo Stato non adempie al suo dovere primario di garantire la sicurezza e l'ordine, perde il diritto di chiedere fiducia ai propri cittadini. Il Piano Educativo Nazionale ci pare una sintesi necessaria, è necessità storica. Può essere redatto da una consulta che unisca il rigore della scienza sperimentale (per comprendere le dinamiche psicologiche delle "baby gang" e dei "maranza") alla visione della pedagogia sociale e dell'economia civile. Il Ministro della Pubblica Istruzione informi che il concetto di libertà va insegnato, che la libertà non è assenza di vincoli, ma capacità di contribuire al bene comune. Senza questo passaggio, le nostre città, e tra un po’ anche i nostri paesi, diverranno teatro di violenza notturna, e le forze dell'ordine — a cui va la nostra incondizionata solidarietà per le aggressioni subite a Milano, Roma e Torino — resteranno l'ultimo, fragile baluardo di uno Stato che ha smesso di educare prima di reprimere. E allora, superare, nelle occasioni decisive, gli schieramenti politici contrapposti è un patto di civiltà. E di tutela. Sono le precondizioni della libertà e della democrazia.

Non smettiamo di educare!

Amedeo Massimo Minisini, direttore responsabile
Pasquale Tucciariello, vice direttore responsabile

L’Idea Popolare – via Cassia 1055 Roma

Tel +39 335 8035656 – +39 338 8970471

“”  www.lideapopolare.com “”         

Altri Articoli

Cosa cerca la Matematica

Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

Leggi Tutto »

Maranza, lo Stato arrivi prima

La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

Leggi Tutto »

Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

Leggi Tutto »

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

Leggi Tutto »

L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

Vice direttore Pasquale Tucciariello

In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

Web Master Patrizio Latini

Segretaria di redazione Elena Cimaschi

Contatti