Nigeria, strage di cattolici. Anche Zuppi tace.

di Amedeo Massimo Minisi

Prosegue la mattanza ai danni dei fedeli cristiani. Le ultime notizie informano che nei giorni scorsi oltre 160 cristiani sono stati rapiti da gruppi armati, oltre alla notizia di altri 13 trucidati.
La matrice Jihadista, tanto da aver spinto il presidente americano Donald Trumop a compiere un attacco mirato il 26 dicembre scorso.
I rapiti erano nella regione dello Stato settentrionale di Kaduna. Il capo dell’Associazione Cristiana della Nigeria, il reverendo Joseph Hayah ha raccontato l’episodio : “ Sono arrivati in massa, gli aggressori, hanno bloccato l’ingresso della chiesa e hanno costretto alcuni fedeli a rifugiarsi nella boscaglia “. Quest’anno finora nel paese africano si contano più di 7500 cristiani ammazzati. Da quando è iniziata la mattanza degli islamici migliaia di cristiani sono stati uccisi e 18000 chiese distrutte, intere famiglie massacrate, villaggi bruciati. I miliziani dichiarano apertamente che vogliono instaurare in quel paese uno stato islamico. Vogliono eliminare il cristianesimo, è questo il loro programma. Un genocidio a sfondo religioso di cui se ne parla poco o niente, giornali generalmente silenti, più occupati alla fornitura di armi all’Ucraina, o alle 50mila vittime palestinesi che sarebbero ammassate in fosse comuni nella striscia di Gaza, delle quali finora non si è trovata traccia. La sinistra europea è interessata a uguaglianza, politicamente corretto, sciopero, diritti e non anche di doveri. Ma delle stragi di cristiani in Nigeria, tabù. Spariti su questo tema i giornali progressisti, i telegiornali, la voce libera di Bianca Berlinguer, quella di Fazio, gli amici di Soros. Tutti zitti. Chi difende la nostra fede, le nostre radici in occidente, chi è veramente interessato a fermare questa invasione islamica che spesso avanza anche con forme di violenza? Nei comuni si formano liste elettorali di soli islamici, persino Aboubakar Souymahoro, tolti gli stivali sporchi del finto fango, ha iniziato a raccogliere nomi da candidare.

L’assalto alla diligenza. La situazione in Nigeria, in particolare nel nord e nella fascia centrale, è estremamente complessa e vede l'azione di gruppi estremisti come Boko Haram e l'intensificarsi dei conflitti tra pastori in gran parte di etnia Fulani, musulmani, e agricoltori, cristiani, che degenerano in violenze e massacri con una forte componente religiosa ed etnica. La persecuzione dei cristiani in alcune regioni è un problema reale e documentato da diverse organizzazioni internazionali. Ma in Italia il silenzio è assordante, non è percepito come pericolo. Tutt’altro. In linea, sicuramente, col cardinale Zuppi, che proprio qualche giorno fa ha svolto la sua lezioncina ai vescovi in veste di capo progressista: Cristianesimo liquido. Una critica, mossa in tono misurato per il rispetto, immenso, che abbiamo per il Prelato e per tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica. La nostra percezione. Notiamo assenza di bilanciamento nelle priorità comunicative. Il cardinale Zuppi si concentra in maniera molto visibile su accoglienza dei migranti e dialogo interreligioso e molto molto meno di denuncia se non proprio allarme altrettanto forte sulla persecuzione dei cattolici, in Nigeria come altrove. Debolezza della nostra identità e delle nostre radici: è ciò che noi amaramente constatiamo nella visione del cardinale Zuppi. Che non è un cardinale qualunque. Egli presiede la Conferenza Episcopale Italiana, sa che non tutti i cardinali e i vescovi e i presbiteri sono d’accordo con la sua visione di Chiesa. L’adattabilità della Chiesa alla secolarizzazione è anche debolezza del nostro messaggio, che viene da lontano e perciò si nutre di sapienza dottrinale. Tanta sostanza teologica serve a dare forza al messaggio evangelico e non debolezza; tanta tradizione è linfa essenziale per affrontare le modernità e non cedere ad essa con le sue lusinghe. Il patrimonio di fede va difeso. Eminenza, con tutto il rispetto e l’obbedienza: difenda anzitutto il comune patrimonio di fede, anzi ci indichi come difenderlo, esso è la nostra corazza. Non c’è solo progressismo. Equilibrio. Una è la Chiesa, molti i carismi.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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