Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
di Amedeo Massimo Minisini
La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.
Don Sturzo non cercò il potere per il potere. Non volle costruire un partito confessionale sottoposto alle gerarchie ecclesiastiche, né una forza politica destinata a difendere privilegi e interessi particolari. Chiamò invece i cittadini — credenti e non credenti — a incontrarsi sul terreno della libertà, della giustizia sociale, delle autonomie e del rispetto della persona.
La sua lezione può essere riassunta in due parole che ancora oggi conservano tutta la loro forza: liberi e forti.
Liberi dai condizionamenti, dagli opportunismi e dalle convenienze. Forti non perché arroganti, ma perché sostenuti da una coscienza, da una cultura e da un progetto per il Paese.
Dalla Sicilia all’impegno sociale
Luigi Sturzo nacque a Caltagirone, in Sicilia, il 26 novembre 1871. Ordinato sacerdote nel 1894, si laureò in teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma nel 1898. Entrò in contatto con il pensiero sociale cattolico e con personalità come Giuseppe Toniolo, maturando la convinzione che la fede non potesse restare estranea alle sofferenze concrete delle persone.
Tornato nella sua città, non si limitò alla predicazione. Promosse cooperative agricole, casse rurali, associazioni operaie e iniziative rivolte ai piccoli produttori. Voleva sottrarre contadini e lavoratori alla dipendenza dai grandi proprietari, dall’usura e da una politica lontana dai bisogni reali della popolazione.
Fu anche amministratore locale. Dal 1905 al 1920 ricoprì l’incarico di prosindaco di Caltagirone, dimostrando che le idee dovevano essere tradotte in opere, bilanci, servizi e responsabilità amministrative.
È questo il primo insegnamento sturziano: il bene comune non si proclama soltanto nei convegni; si costruisce nei comuni, nelle scuole, nelle cooperative, nelle famiglie e nei luoghi di lavoro.
Un partito ispirato, ma non confessionale
Il 24 dicembre 1905, con il celebre discorso di Caltagirone sui problemi della vita nazionale dei cattolici, Sturzo delineò il progetto di una presenza politica nuova. Non immaginava un’organizzazione clericale, ma una forza autonoma, popolare e democratica, capace di operare sul terreno civile assumendosi pienamente le proprie responsabilità.
Quel progetto si realizzò il 18 gennaio 1919, quando venne diffuso l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti e nacque il Partito Popolare Italiano.
Il programma affrontava le grandi questioni dell’epoca: la pace, la famiglia, il lavoro, la scuola, l’agricoltura, la giustizia tributaria, il decentramento amministrativo e la partecipazione democratica. Sturzo rifiutava lo Stato assoluto e accentratore, difendendo le libertà personali, le comunità locali, le associazioni e i corpi intermedi.
Il Partito Popolare era ispirato ai valori cristiani, ma Sturzo volle che fosse laico e aconfessionale. La Chiesa indicava principi morali; spettava però ai cittadini tradurli responsabilmente in programmi e scelte politiche.
Questa distinzione era essenziale. La religione non doveva diventare uno strumento per conquistare voti, e il partito non poteva pretendere di parlare a nome della Chiesa.
Una lezione che oggi appare quanto mai necessaria, mentre la Dottrina sociale della Chiesa viene spesso citata superficialmente, trasformata in uno slogan o impiegata per giustificare operazioni elettorali prive di autentico contenuto sociale.
Contro il fascismo e contro ogni Stato padrone
Sturzo comprese presto la natura del fascismo. Fu contrario alla partecipazione dei popolari al primo governo Mussolini e, nel congresso di Torino del 1923, contribuì a portare il Partito Popolare su una posizione di opposizione.
Il fascismo non rappresentava per lui soltanto un avversario politico. Era la negazione della sua concezione della società: lo Stato che occupa ogni spazio, soffoca le autonomie, riduce i cittadini a sudditi e considera le associazioni libere come un ostacolo da eliminare.
Minacciato e sottoposto a fortissime pressioni, nel 1924 lasciò l’Italia. Quello che doveva essere un allontanamento temporaneo si trasformò in un lungo esilio, prima a Londra e poi negli Stati Uniti. Continuò tuttavia a scrivere, studiare e denunciare il fascismo, il nazismo e la debolezza delle democrazie europee. Rientrò in Italia soltanto nel 1946.
Anche L’Idea Popolare, nella sua esperienza storica del 1926, appartenne a quella stampa popolare che cercò di contrastare l’avanzata fascista. Le testate vicine allo spirito del Partito Popolare rappresentarono uno degli ultimi spazi di libertà prima della completa soppressione della stampa indipendente.
Per questo la continuità con quella storia non può ridursi alla conservazione di un nome. Significa difendere ancora oggi la libertà di giudizio, anche quando comporta solitudine, incomprensioni o contrasti con i potenti.
Autonomie contro assistenzialismo
Uno dei punti più moderni del pensiero sturziano riguarda le autonomie locali.
Sturzo conosceva bene i problemi del Mezzogiorno, ma rifiutava l’idea che il Sud potesse essere salvato soltanto attraverso sussidi, interventi straordinari e decisioni prese da Roma. Voleva comuni responsabili, regioni autonome, amministratori competenti e cittadini capaci di organizzarsi.
Lo Stato doveva aiutare, coordinare e garantire i diritti, non sostituirsi permanentemente alla società. L’accentramento, secondo Sturzo, produceva burocrazia, dipendenza e irresponsabilità.
La sua battaglia non era contro lo Stato, ma contro lo statalismo, cioè contro la pretesa dello Stato e dei partiti di occupare ogni spazio della vita economica e sociale.
Anche in questo fu profetico. Vide con largo anticipo il rischio della partitocrazia, delle nomine controllate dalle segreterie, degli enti utilizzati come luoghi di sistemazione politica e della confusione tra partito, pubblica amministrazione e interesse nazionale.
Il ritorno e la Repubblica
Rientrato in Italia dopo la guerra, Sturzo non aderì formalmente alla Democrazia Cristiana, pur riconoscendo l’importanza della presenza dei cattolici nella costruzione della Repubblica.
Mantenne la propria libertà di giudizio e non esitò a criticare anche il partito che si richiamava alla tradizione popolare quando riteneva che si stesse allontanando dai principi originari.
Nel 1952 fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Morì a Roma l’8 agosto 1959.
Rimase sino alla fine un uomo libero. Non trasformò mai la propria storia in un titolo per pretendere incarichi. Non cercò seguaci obbedienti, ma cittadini consapevoli.
Un sacerdote dentro la società
Don Sturzo non abbandonò il sacerdozio per dedicarsi alla politica. Visse l’impegno civile come conseguenza della propria vocazione.
Per lui occuparsi dei poveri significava anche combattere le cause della povertà. Difendere la famiglia voleva dire creare lavoro e abitazioni dignitose. Parlare di libertà significava proteggere la scuola, i comuni, le associazioni e la coscienza dei cittadini.
Non impose la fede attraverso le leggi. Chiese però ai credenti di essere coerenti e di non separare la vita religiosa dal comportamento pubblico.
Un politico che si dichiara cristiano, secondo questa visione, non viene giudicato per il numero delle citazioni evangeliche pronunciate durante un comizio. Viene giudicato per l’onestà, il rispetto degli avversari, la difesa dei più deboli, l’uso corretto del denaro pubblico e la capacità di mantenere gli impegni assunti.
La lezione per i giovani
Che cosa può dire oggi don Luigi Sturzo a un giovane spesso deluso dalla politica?
Può insegnargli, anzitutto, che la politica non è necessariamente corruzione, ambizione o compromesso. Può essere una delle forme più alte di servizio alla comunità, purché venga praticata da persone preparate e libere.
Può insegnargli che non basta indignarsi. Occorre studiare, organizzarsi, partecipare, amministrare e assumersi delle responsabilità.
Può insegnargli che il consenso non giustifica tutto. Una scelta resta sbagliata anche quando è popolare, mentre una scelta giusta può richiedere il coraggio di rimanere in minoranza.
Può insegnargli, infine, che la fede non è una bandiera da esibire contro qualcuno, ma un impegno personale che obbliga a servire tutti, specialmente chi non ha voce.
Il fondatore che ci parla ancora
Aprire questa rubrica con don Luigi Sturzo significa dichiarare quale idea di bene comune intendiamo raccontare.
Non uomini perfetti, non statue da collocare su un piedistallo, ma persone che hanno saputo mettere capacità, cultura e coraggio al servizio di qualcosa di più grande di loro.
Don Sturzo pagò le proprie idee con l’isolamento e l’esilio. Non cambiò posizione per conservare un incarico. Non piegò la coscienza alle convenienze del momento. Non trasformò il cattolicesimo in uno strumento di conquista del potere.
La sua eredità non appartiene a un partito, a una corrente o a un gruppo che pretenda di utilizzarne il nome. Appartiene agli uomini liberi e forti che credono ancora nella politica onesta, nelle autonomie, nella partecipazione e nella dignità della persona.
È questa la strada che L’Idea Popolare intende continuare a percorrere.
Non per vivere di una memoria gloriosa, ma per trasformare quella memoria in responsabilità presente.