Per molto tempo abbiamo sentito ripetere: “Sono cattolico, ma non praticante”.
Oggi il fenomeno si complica. Non pochi fedeli si allontanano non per rifiuto della fede, ma per smarrimento dinanzi a parole e orientamenti che percepiscono dissonanti rispetto alla Tradizione viva della Chiesa.
La Chiesa non è proprietà di una stagione culturale né di una corrente teologica. È custodita dalla Tradizione apostolica, interpretata autenticamente dal Magistero e riconosciuta nel sensus fidei del popolo di Dio. Quando questi tre elementi si armonizzano, il cerchio resta saldo.
Oggi il fenomeno appare diverso. Sempre più fedeli non si allontanano per perdita della fede, bensì per smarrimento. Non riconoscono più, in certe prese di posizione ecclesiali, quella chiarezza dottrinale che il Concilio Vaticano II non ha mai inteso abolire, ma approfondire.
Il Vaticano II, nella Lumen Gentium, afferma che la Chiesa è “in Cristo come sacramento”, e ribadisce che il Magistero non è sopra la Parola di Dio, ma al suo servizio. Nella Dei Verbum si insiste sulla trasmissione integra della Rivelazione; nella Gaudium et Spes si invita al dialogo con il mondo, ma senza confondere il dialogo con l’adattamento.
Il Concilio non ha mai autorizzato una mutazione della dottrina in nome della contemporaneità. Ha chiesto discernimento, non dissoluzione; apertura, non mimetismo.
Eppure oggi, nelle parole di alcuni autorevoli cardinali — compreso il presidente della CEI — si avverte talvolta un’enfasi marcata sulle categorie culturali del momento, su temi politici contingenti, su letture sociologiche che sembrano precedere e talvolta oscurare la chiarezza teologica. Il rischio non è il dialogo: è lo slittamento. Non è la pastorale: è l’ambiguità.
Il sensus fidei del popolo di Dio — richiamato anch’esso dal Vaticano II — non è un sondaggio d’opinione, ma quella consonanza profonda dei fedeli con la verità ricevuta dagli Apostoli. Quando una parte del popolo cristiano avverte una discontinuità tra ciò che ha ricevuto e ciò che ascolta, non sempre si tratta di ribellione. Talvolta è istinto di fede.
E allora il paradosso si rovescia.
Non siamo più soltanto davanti ai cattolici non praticanti.
Assistiamo, con crescente preoccupazione, a praticanti non cattolici: una classe dirigente ecclesiale che pratica il linguaggio dell’inclusione, della mediazione e del compromesso culturale, ma appare esitante nel proclamare con chiarezza l’identità dottrinale.
Il Concilio chiedeva una Chiesa capace di parlare al mondo senza perdere se stessa. Se oggi si perde la percezione di ciò che si è, non è il mondo a vincere: è la Chiesa a indebolirsi.
Il cerchio si spezza quando il centro si oscura.
Ma Cristo — più grande di ogni stagione ecclesiale — resta a vegliare sulla sua Chiesa, anche quando i suoi pastori attraversano stagioni di confusione.
Quando invece la voce di alcuni autorevoli cardinali appare più attenta allo spirito del tempo che alla continuità della dottrina, nasce una frattura silenziosa.
Eppure la storia della Chiesa insegna che non è il consenso del momento a garantire la verità, ma la fedeltà.
Cristo resta a vegliare sul suo Corpo, anche quando gli uomini che lo guidano attraversano stagioni di confusione.
Dodici pini, undici in piedi e uno caduto: simbolo del tradimento di Giuda e della fragilità del cerchio. Così oggi appare la Chiesa agli occhi di molti fedeli: la fede non è persa, ma smarrita di fronte a parole ecclesiali che sembrano privilegiare il consenso culturale sul rigore dottrinale.
Il Concilio Vaticano II non ha mai autorizzato un adattamento della dottrina alla moda del momento. Ha chiesto discernimento e dialogo, ma senza confondere apertura e compromesso. Quando alcuni autorevoli cardinali — compreso il presidente della CEI — enfatizzano la cultura contemporanea più che la continuità della Tradizione, nasce una frattura silenziosa.
Il sensus fidei dei fedeli avverte questa dissonanza: non è ribellione, ma istinto di fede. Non più solo cattolici non praticanti, ma praticanti non cattolici, che parlano la lingua dell’appartenenza senza custodire il cuore della fede. Il cerchio si spezza quando il centro si oscura. Ma Cristo resta a vegliare, più grande di ogni stagione e di ogni confusione.