Quando le parole disorientano i fedeli

di Amedeo Massimo Minisini

Negli ultimi anni alcune dichiarazioni del cardinale Matteo Zuppi hanno suscitato non poco smarrimento tra molti fedeli e osservatori della vita ecclesiale. Non tanto per il desiderio – certamente legittimo – di dialogare con il mondo contemporaneo, quanto per il rischio che tale dialogo si trasformi in ambiguità.

Quando si afferma che per amare il prossimo non sarebbe sempre necessaria la fede in Dio, o quando si insiste sul fatto che la Chiesa dovrebbe evitare di “giudicare”, il pericolo è quello di trasmettere l’idea che la fede cristiana sia solo una delle possibili motivazioni etiche e non la sorgente viva della carità e della verità.
La tradizione della Chiesa, da San Paolo a Leone XIII, fino alla Dottrina sociale contemporanea, ha sempre insegnato che la carità cristiana nasce da Cristo e non da un generico umanesimo. Ridurre questa verità a una semplice opzione tra le tante rischia di svuotare il cuore stesso del messaggio evangelico.
Non si tratta di mancare di rispetto alle persone o di chiudere il dialogo con il mondo. Al contrario. Il dialogo autentico richiede chiarezza, identità e coraggio di affermare ciò che si è. Don Luigi Sturzo ricordava che la Chiesa serve la società non quando si confonde con essa, ma quando testimonia senza esitazioni la verità che custodisce.
Per questo oggi molti cattolici non chiedono alla Chiesa di adattarsi al linguaggio del mondo, ma di parlare con la limpidezza che per secoli ha illuminato le coscienze.
Quando le parole diventano ambigue, infatti, non costruiscono ponti: generano soltanto disorientamento.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

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