Referendum sulla riforma della giustizia Le mie ragioni per il Sì

di Pasquale Tucciariello

Circa vent'anni fa, l’ex ministro Carlo Giovanardi, nel suo libro Storie di straordinaria ingiustizia: arrestati, infangati e prosciolti (ed. Oscar Mondadori), dopo aver elencato gli 81 deputati democristiani sottoposti a indagini giudiziarie tra il 1992 e il 1994, scriveva: «Con monotona costanza, non avendo mai ricevuto alcuna risposta alla mia curiosità, continuo a domandare ai vari Borrelli, D’Ambrosio, Di Pietro ecc., se ritengano normale, in un Paese civile, non un isolato errore giudiziario, ma una percentuale di clamorosi buchi nell’acqua che sfiora il 90% dei casi». Un sistema giudiziario che, nel suo insieme, sbaglia valutazione e giudizio nel 51% dei casi richiederebbe comunque una profonda revisione. Ma se il margine d'errore tocca il 90%, quel sistema va capovolto e smantellato, senza "se" e senza "ma". A parlare sono i numeri, non le opinioni; parlano le ferite e le sofferenze che tale sistema ha inflitto a migliaia di famiglie italiane. Basterebbero queste brevi note per decidere sui cambiamenti da introdurre. Un popolo che sceglie di ragionare si comporterebbe di conseguenza. Un popolo democratico, reso infelice da scelte e giudizi errati nella quasi totalità dei casi, possiede uno strumento sovrano: il voto. Votare Sì alla riforma del sistema giudiziario italiano è un imperativo etico. È essenziale perché l’essenza di un popolo libero risiede nella sua felicità. Eppure, sembra che il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) voglia mantenere intatto lo status quo, sollecitando il "No" al cambiamento. In altre parole, il CSM parrebbe voler preservare ciò che genera infelicità. Questa opposizione corporativa è di per sé una conferma della necessità del voto referendario: Sì, per cambiare. Di seguito entro nel merito della riforma. È un approfondimento doveroso, sebbene la misura sia già colma. Votare Sì o No non è una mera scelta tecnica riservata ai giuristi, ma un atto di civiltà giuridica e di coerenza istituzionale. La mia età mi ha permesso di non vivere direttamente le dittature, ma le ho conosciute studiandole e insegnandole nei licei; da quella prospettiva ho maturato una consapevolezza profonda, nutrita poi dall'esperienza di vita in una democrazia civile. Qual è il nucleo della mia argomentazione? La critica alla "Corporazione della Giustizia", la necessità della Giustizia come organo "terzo" e l’efficienza come precondizione per sviluppare quella "civiltà dell’amore" che risiede nel concetto stesso di Giustizia (un debito intellettuale che dobbiamo a Platone). Il saggio Hegel ci insegna che in presenza di una colpa si rende necessaria una pena, che il sistema democratico individua attraverso il processo. Ma come si arriva a un "giusto processo"? Attualmente regna la confusione tra chi accusa (Pubblico Ministero) e chi giudica (Giudice): entrambi appartengono allo stesso organo di governo, il CSM. Questo è il punto critico. Per logica, condividendo la stessa carriera e formazione, essi sono colleghi diretti; in tribunale entrano idealmente dalla stessa porta e possono condizionarsi a vicenda. La separazione delle carriere funzionerebbe diversamente: l'accusa e il giudizio restano funzioni della magistratura, ma vi si accede con percorsi distinti, come due professori che insegnano discipline diverse. Da una parte la magistratura inquirente, dall'altra quella giudicante. Per essere ancora più chiari: la Procura della Repubblica (PM) avvia le indagini; il GIP (Giudice per le indagini preliminari) valuta se tali indagini siano corrette. Oggi, il GIP e il giudice del tribunale seguono la stessa carriera dell'inquirente. La riforma vuole che chi giudica abbia un percorso distinto da chi accusa. Non è un dettaglio tecnico, è l'essenza stessa dell'equità: il giudice non deve far parte né della squadra dell'accusa né di quella della difesa. Deve essere "terzo", un arbitro che vigila sulla legittimità del processo e decide in base alle prove. Se accusa e difesa sono due squadre in campo, il giudice deve essere l’arbitro, equidistante, con il proprio "spogliatoio" e la propria indipendenza. Finora questo equilibrio è mancato. Il risultato? Troppi processi falliti, troppe persone "sbranate" senza colpa. Per questo bisogna cambiare. Per questo voto Sì.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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