Sabato 13 giugno 2026 a Roma ci sono stati quattro cortei, con la Capitale blindata e un dispositivo stimato tra oltre 1.500 e circa 2.000 agenti, oltre a droni ed elicotteri. 

Roma non può essere ostaggio delle piazze contrapposte

di Amedeo Massimo Minisini

Quando la politica diventa corteo permanente, la città paga il prezzo dell’irresponsabilità.

Roma, ancora una volta, è stata trasformata in un campo di prova delle contrapposizioni ideologiche. Sabato 13 giugno la Capitale ha vissuto una giornata blindata: strade chiuse, traffico deviato, quartieri sotto pressione, cittadini costretti a subire disagi, commercianti penalizzati, famiglie ostacolate nella loro normale vita quotidiana. Tutto questo mentre migliaia di uomini e donne delle Forze dell’ordine venivano impegnati per prevenire incidenti, separare cortei contrapposti, garantire che la libertà di manifestare non degenerasse in scontro.

È giusto ricordarlo: manifestare è un diritto costituzionale. Nessuno può né deve metterlo in discussione. Ma accanto al diritto esiste un dovere, troppo spesso dimenticato: quello della responsabilità verso la comunità. Quando una manifestazione paralizza una città, quando richiede un imponente dispositivo di sicurezza, quando sottrae agenti al controllo del territorio, alla prevenzione dei reati, al contrasto dello spaccio, alla vigilanza nelle periferie, alla sicurezza quotidiana dei cittadini, allora la politica dovrebbe fermarsi e interrogarsi.

A Roma abbiamo visto piazze diverse, ma accomunate da una stessa malattia: la ricerca dello scontro simbolico. Una piazza contro un fascismo storico che la democrazia repubblicana ha sconfitto da decenni, ma che alcune nostalgie irresponsabili si ostinano a richiamare con gesti, parole e provocazioni che non servono all’Italia. Un’altra piazza pronta a riesumare simboli e linguaggi che appartengono a una stagione chiusa dalla storia e dalla Costituzione. Un’altra ancora composta dal solito fronte dei “no”: no a tutto, no per principio, no come identità politica, no come mestiere, no come modo per bloccare il Paese e impedire qualsiasi discussione seria.

In mezzo, come sempre, resta il cittadino normale. Quello che lavora, paga le tasse, prende un autobus, apre un negozio, accompagna un figlio, assiste un genitore anziano, chiede sicurezza nel quartiere, pretende che lo Stato sia presente non solo quando deve separare due cortei, ma ogni giorno, nelle strade, nelle scuole, nelle periferie, nei luoghi dove la droga cresce, dove la criminalità recluta, dove il disagio sociale diventa abbandono.

Il punto non è impedire le manifestazioni. Il punto è chiedere alla politica di non trasformare ogni sabato in un rito di contrapposizione sterile. La democrazia non vive di urla, slogan e bandiere portate contro qualcuno. Vive di proposte, responsabilità, mediazione, costruzione del bene comune. La piazza può essere utile quando denuncia una vera ingiustizia, quando chiede soluzioni, quando richiama le istituzioni ai propri doveri. Diventa invece dannosa quando serve solo a occupare spazio, a misurare rapporti di forza, a produrre immagini per i social, a tenere in vita paure e rancori.

Don Luigi Sturzo ci ha insegnato che la politica non è teatro, non è occupazione della scena, non è propaganda permanente. La politica è servizio. E il servizio richiede serietà, misura, competenza, rispetto delle istituzioni e dei cittadini. Chi invoca la libertà deve sapere che la libertà senza responsabilità diventa prepotenza. Chi invoca la democrazia deve ricordare che la democrazia non è solo diritto di parlare, ma anche dovere di non impedire agli altri di vivere.

L’Italia ha bisogno di sicurezza, lavoro, scuola, sanità, famiglie sostenute, giovani educati alla responsabilità, periferie presidiate, droga combattuta prima che distrugga intere generazioni. Ha bisogno di prevenire, non soltanto di reprimere. E proprio per questo ogni agente impiegato a blindare una piazza è un agente sottratto, almeno per quelle ore, al controllo ordinario del territorio. È una risorsa pubblica assorbita da una politica che troppo spesso crea il problema e poi pretende che lo Stato lo gestisca.

Roma non può diventare il palcoscenico permanente di chi vive di nostalgie, paure, ossessioni o opposizione pregiudiziale. Né può essere ostaggio di chi, non avendo un progetto reale per il Paese, cerca visibilità nello scontro. La Capitale d’Italia merita rispetto. I cittadini meritano rispetto. Le Forze dell’ordine meritano rispetto, non di essere usate come argine continuo all’irresponsabilità altrui.

Serve una nuova stagione politica. Una politica che non insegua le piazze contrapposte, ma ricostruisca comunità. Una politica che non viva di “contro”, ma di “per”: per la sicurezza, per il lavoro, per la famiglia, per la giustizia sociale, per la legalità, per la dignità della persona. Questa è la vera risposta sturziana al disordine del nostro tempo.

Non basta dire no. Non basta dire antifascismo. Non basta dire ordine. Non basta dire protesta. Bisogna dire che cosa si vuole costruire. E soprattutto bisogna dimostrare di volerlo costruire senza paralizzare una città, senza esasperare gli animi, senza trasformare ogni differenza in trincea.

La politica torni nelle sedi della responsabilità. Le piazze tornino a essere luoghi di partecipazione civile, non di contrapposizione permanente. E lo Stato torni a poter destinare i suoi uomini e le sue donne alla loro funzione naturale: proteggere i cittadini, prevenire il degrado, difendere la legalità quotidiana.

Perché una democrazia matura non si misura dal numero dei cortei che riesce a sopportare, ma dalla qualità della politica che riesce a generare. E oggi, purtroppo, quella qualità appare ancora troppo lontana.

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La forza della competenza
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