SUL REFERENDUM SOLO IL CARDINALE ZUPPI SI SCHIERA CON LA SINISTRA PER IL NO

di Amedeo Massimo Minisini

Volevamo continuare nel nostro editoriale a trattare la mattanza in NIGERIA ai danni dei cristiani ad opera delle bande di assassini islamici. E’ un nostro dovere farlo, visto il silenzio assordante della Chiesa, in particolare del presidente della Cei, cardinale Zuppi, di giornali e organizzazioni sindacali legate alla sinistra, quella sinistra e quel sindacato che ogni fine settimana blocca le città con manifestazioni e incidenti con le forze di polizia che presidiano luoghi che necessitano di protezione. Oramai siamo abituati allo spettacolo di una chiesa, il Vaticano, diviso in fazioni politiche. Marco Maria Zuppi, il cardinale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana sale sul palco della CGIL, manifesta con gli estremisti di sinistra che mettono a ferro e fuoco ogni fine settimana le città d’Italia e sostiene quel Casarin che prende in mare i naufraghi clandestini e li accompagna sulle nostre coste. E’ notizia di questi giorni un’entrata a gamba tesa del cardinale Zuppi, in tema delle prossime consultazioni per la riforma della magistratura. Di nuovo schierato con la sinistra di Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e bandiere arcobaleno e compagnucci vari. Tutti per il No. Anche Zuppi dice No. Sì. Ma la chiesa di Zuppi che prende posizione su un voto riferito all’organizzazione interna alla magistratura, i ruoli e le carriere e le nomine, che c’azzecca col messaggio evangelico, quale connessione? Non c’è. C’è invece la sua fede politica, il PD, dove c’è un mucchio di gente atea, votata al nichilismo, il nulla di senso. Ma che roba è questa? Volutamente non intendo entrare, ora, nei temi che giustificano le ragioni del Si e le ragioni del No. C’è tempo, se ne parlerà. Abbiamo già scritto delle cose sulle nostre colonne e più avanti magari ne scriveremo altre non per convincere, ma ragionando in merito alle ragioni del Si che sono poderose ed immediatamente evidenti quanto una montagna. A noi preme segnalare alla chiesa di Zuppi che la chiesa che non è con Zuppi gli chiede, molto onestamente, di dimettersi da presidente della Cei. Vuole darsi alla politica? E chi glielo impedisce. Ma due piedi in una scarpa non ci entrano neanche a forzarli. Noi, laicato cattolico, non ci permettiamo di entrare nelle scelte interne alla Chiesa, chi deve guidarla come e perché. In pari giudizio, si astenga la chiesa di Zuppi di entrare a gamba tesa in scelte che non hanno nulla a che vedere con la missione che riconosciamo ai religiosi ai quali chiediamo guida spirituale e adesione sociale coerente. E dei cattolici che vivono condizioni di spiritualità in sofferenza solitaria perché non trovano casa accogliente, nelle strutture ufficiali, ma casa respingente? Quando la chiesa di Zuppi entra nel merito tecnico di una riforma perde la sua neutralità profetica anzi viene trascinata nell’arena del tifo politico. Ma dico: e se domani un altro cardinale o vescovo (e ce ne sono e moltissimi anche) esponesse le ragioni del Si ed invitasse apertamente a votare Sì? La Chiesa nel caos. E ulteriori problemi per papa Leone che cerca, da papa di tutti i cattolici questo Sì, equilibrio e unità di carismi. Il caos. Che non sia proprio questo il disegno delle levate zuppiane?

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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