Non serve un “nuovo partito”, cioè l’ennesimo contenitore elettorale nato per strappare qualche candidatura; serve un partito nuovo, cioè nuovo nel metodo, nella classe dirigente, nella cultura politica, nel rapporto con il potere e con il territorio. Il resto è spesso una recita già vista: si invoca la dottrina sociale della Chiesa, si parla di popolarismo, di comunità, di bene comune, di amministrazione seria, e poi — al momento decisivo — si finisce a fare da ruota di scorta alla destra o alla sinistra, in cambio di un posto in lista, un assessorato, un seggio nel “panettone” di fine anno elettorale.
E allora sì: che pena.
Il punto è che la dottrina sociale della Chiesa non può essere usata come etichetta di marketing politico. Non è un adesivo da attaccare sul cofano di operazioni personali o correntizie. Se la richiami, poi devi accettarne anche le conseguenze:
• autonomia politica,
• coerenza morale,
• radicamento sociale.
Le elezioni locali dovrebbero essere il terreno più serio, perché lì si misura la verità delle persone: chi ha lavorato davvero sul territorio, chi conosce i problemi delle famiglie, del commercio, delle periferie, delle scuole, della casa, della sanità di prossimità, del decoro urbano. E invece troppo spesso i Comuni diventano il primo gradino di una carriera, non il primo dovere di un servizio. Nascono così liste e sigle che si presentano come “alternative”, “centrali”, “popolari”, “civiche”, “cristianamente ispirate”, ma che in realtà sono solo strumenti negoziali: non servono a rappresentare il popolo, servono a pesare al tavolo.
La domanda da fare a queste iniziative è semplice e brutale: Volete costruire una presenza politica autonoma e duratura, oppure volete solo contrattare qualche candidatura? Perché le due cose non stanno insieme.
Un’esperienza autenticamente popolare e cristiano-sociale può anche dialogare con tutti, certo.
Ma dialogare non significa sciogliersi.
Confrontarsi non significa vendersi. Incidere non significa accodarsi. Se ogni volta che arriva un’elezione si finisce dentro una coalizione già pronta, con un posto garantito in cambio del silenzio, allora non si sta facendo politica nuova: si sta facendo manutenzione dell’esistente. Se invece il percorso è: “facciamo il movimento civico, mettiamo due parole nobili nel simbolo, convochiamo qualche convegno, poi trattiamo con chiunque ci offra un posto”, allora non siamo davanti a una rinascita popolare. Siamo davanti all’ennesima intermediazione di ceto politico in cerca di sopravvivenza.
In vista delle prossime scadenze amministrative, si moltiplicano in molti Comuni iniziative, liste, appelli e movimenti che si richiamano, più o meno esplicitamente, alla dottrina sociale della Chiesa, al popolarismo, alla buona amministrazione, alla centralità della persona. Parole importanti. Parole nobili. Ma proprio per questo non possono essere usate come copertura di operazioni vecchie. Perché il rischio, ormai evidente, è che dietro la retorica del “nuovo” si nasconda il solito copione: si lancia una sigla, si organizza qualche incontro, si richiama la tradizione cristiano-sociale, si raccolgono adesioni sincere — e poi, al momento decisivo, si tratta con la destra o con la sinistra per entrare nei panettoni elettorali e strappare un posto.
È qui che cade la maschera.
Perché non serve un nuovo partito, l’ennesimo contenitore personale nato per negoziare candidature. Serve un partito nuovo: nuovo nella cultura politica, nei metodi, nel rapporto con il territorio, nella selezione della classe dirigente, nella libertà dai vecchi riflessi di dipendenza e convenienza.
La dottrina sociale della Chiesa non è un gadget elettorale. Non è un marchio da esibire quando conviene. È una visione esigente della politica: servizio, autonomia, responsabilità, bene comune, giustizia sociale, sussidiarietà, comunità. Se la si richiama davvero, allora bisogna accettarne anche il prezzo: non piegarsi alla logica del posto, non diventare foglia di fico di coalizioni costruite altrove, non ridurre la presenza politica a un valore di scambio.
Il nodo, soprattutto nei Comuni, è tutto qui. Le elezioni amministrative dovrebbero premiare chi vive il territorio, chi conosce i problemi reali delle famiglie, delle imprese, dei giovani, degli anziani, delle periferie. E invece troppo spesso diventano il laboratorio del trasformismo più rapido: civici il lunedì, popolari il mercoledì, coalizzati il venerdì. Non è l’alleanza in sé il problema. In politica amministrativa le convergenze sono naturali e talvolta necessarie. Il problema è la subalternità.
Il problema è quando si parte dicendo “noi siamo alternativi” e si finisce col chiedere soltanto dove sedersi.
Chi vuole davvero ricostruire un’area popolare, civica, cristianamente ispirata e socialmente radicata deve avere il coraggio della chiarezza. O si costruisce un percorso autonomo, serio, paziente e credibile, oppure si smetta di usare grandi parole per coprire piccoli interessi.
Il Paese, e i territori ancora di più, non hanno bisogno di nuove etichette.
Hanno bisogno di verità politica.
Un partito nuovo, non un nuovo partito.
Il resto, francamente, è solo pena.