C’è una domanda che torna ogni anno, puntuale come la primavera: perché il 25 aprile, festa della Liberazione, appare spesso come una celebrazione “di parte”?
Perché una ricorrenza che dovrebbe unire il popolo italiano sembra, al contrario, dividere e irrigidire?
La risposta non può essere né semplicistica né ideologica. La Resistenza italiana non fu un monolite, né tantomeno un’esclusiva. Fu un moto plurale, complesso, spesso contraddittorio. Accanto alle brigate di ispirazione comunista – che ebbero un ruolo rilevante – operarono le formazioni cattoliche, animate dalla Dottrina sociale della Chiesa e da un senso profondo di dignità umana; vi furono le brigate autonome, i liberali, i monarchici, i socialisti non allineati; vi furono i militari rimasti fedeli allo Stato, i civili, i giovani e in fine anche i gruppi delle Brigate Ebraiche.
E vi furono, soprattutto, migliaia di italiani senza etichetta, senza bandiera, senza tessera: uomini e donne che scelsero, spesso soli, di opporsi alla barbarie.
Ridurre tutto questo a una sola narrazione significa tradire la verità storica.
E qui si inserisce il nodo politico e culturale. Negli anni del dopoguerra, la memoria della Resistenza è stata progressivamente incanalata dentro una lettura egemonica, nella quale una parte politica ha finito per identificarsi con l’intera lotta di Liberazione. Non è un caso che molte celebrazioni pubbliche assumano toni e simboli che non tutti gli italiani sentono propri. È qui che nasce la frattura. Un pensiero autenticamente sturziano – ispirato a Don Luigi Sturzo – invita invece a superare le appropriazioni e a restituire alla politica il suo fondamento morale: il bene comune. La memoria non può essere proprietà privata, né strumento di legittimazione permanente. La memoria è responsabilità.
E allora la domanda sul presente si impone: ha ancora senso che la rappresentanza quasi esclusiva di questa memoria sia affidata all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, nata in un contesto storico preciso e oggi inevitabilmente distante da quella stagione? Non si tratta di negare il valore dell’ANPI, né di cancellarne la funzione storica. Ma è legittimo interrogarsi se essa possa, da sola, rappresentare una memoria che è divenuta patrimonio di un’intera Nazione e non più di una sola generazione. Con il passare del tempo, la Resistenza è uscita dalla cronaca ed è entrata nella storia. E quando un fatto diventa storia, cambia anche il modo di custodirlo. Non più testimonianza diretta, ma trasmissione educativa; non più identità di parte, ma coscienza nazionale.
Occorre allora un cambio di passo.
Il 25 aprile deve tornare ad essere ciò che è: la festa della libertà ritrovata. Non la festa di una parte contro un’altra, non il luogo della rivendicazione ideologica, ma il momento in cui un popolo riconosce le proprie radici nella dignità, nella libertà e nella responsabilità. Questo significa allargare la memoria, includere tutte le componenti della Resistenza, riconoscere il contributo dei cattolici, degli ebrei, dei militari, dei civili. Significa, soprattutto, sottrarre la celebrazione alla logica della contrapposizione permanente. Perché una democrazia matura non vive di memorie divisive, ma di memorie condivise. E qui sta il punto più delicato: il rischio non è dimenticare, ma ricordare male. Ricordare in modo parziale, selettivo, interessato. Questo sì che è un pericolo per la democrazia.
Il 25 aprile non deve essere “meno politico”: deve essere più alto della politica. Deve tornare ad essere fondamento, non strumento. Solo così potremo dire di aver davvero onorato chi ha combattuto, chi è morto, e chi – semplicemente – ha scelto di non piegarsi.