In questi giorni le campane suonano a festa. La Pasqua richiama il cuore della fede cristiana: la vittoria sulla morte, la luce che squarcia il buio, la promessa che nulla è perduto. Ma questa verità, che per noi è celebrazione, per altri è resistenza quotidiana.
In Nigeria, la Pasqua non è solo una ricorrenza liturgica: è una prova di coraggio. In molte regioni del Nord e della Middle Belt, andare a Messa significa esporsi. Significa sapere che un canto può essere interrotto da un’esplosione, che una preghiera può trasformarsi in bersaglio.
Non è una distrazione. È una realtà consolidata.
Gruppi come Boko Haram e ISWAP continuano a colpire, a seminare terrore, a distruggere villaggi e chiese. Ma accanto al terrorismo organizzato cresce una violenza diffusa, meno visibile e forse ancora più insidiosa: attacchi a comunità cristiane, tensioni etniche e religiose, una spirale che lo Stato fatica — o non riesce — a contenere.
E mentre tutto questo accade, il mondo cosa fa? Il mondo seleziona. Il mondo pesa. Il mondo decide quando indignarsi e quando voltarsi dall’altra parte. L’Occidente — così rapido nel proclamare diritti universali — si mostra spesso lento, lentissimo, quando quei diritti non coincidono con interessi strategici. Si parla di conflitti, si usano formule neutre, si diluisce la verità in parole diplomatiche. Ma qui la verità è semplice: esistono comunità cristiane perseguitate per la loro fede. Dirlo non è propaganda. È onestà. E allora la domanda diventa inevitabile: perché questo silenzio? Perché questa prudenza che somiglia troppo alla paura di disturbare equilibri geopolitici? Non basta più rifugiarsi nell’analisi. Serve una presa di posizione. Serve una voce chiara, soprattutto da chi — come l’Europa — affonda le proprie radici in quella stessa tradizione cristiana oggi colpita altrove. Non si tratta di contrapporre religioni. Si tratta di difendere persone. Non si tratta di alimentare conflitti. Si tratta di riconoscere la realtà. Perché quando una fede diventa motivo di persecuzione, il silenzio non è neutralità. È complicità.
Uomini armati hanno aperto il fuoco su cristiani che rincasavano dalla funzione serale delle Palme. Ventisette morti. Quattordici sul posto. Tredici in ospedale. Il governatore ha ordinato un coprifuoco e promesso giustizia. Nessuno rivendica. Nessuno saprà mai chi ha sparato. Nessuno, a dire il vero, indagherà troppo a fondo. Ma soprattutto nessun giornale ha aperto con questa notizia, nessun telegiornale l’ha mandato in onda, nessun capo di Stato ha alzato il telefono. Non è un episodio isolato. È un giorno qualunque nel mattatoio più ignorato del pianeta. La Nigeria è il Paese dove si muore di Cristo. Open Doors, la più autorevole organizzazione internazionale di monitoraggio delle persecuzioni religiose, certifica nel suo rapporto 2026 che tre cristiani su quattro uccisi nel mondo per la propria fede vengono ammazzati lì. Il settantadue per cento del totale planetario.
L’organizzazione Intersociety ha contato almeno settemila cristiani massacrati nei primi 220 giorni del 2025. Trentadue al giorno. Uno ogni quarantacinque minuti. Dal 2010 il contatore segna centoventicinquemila morti, diciannovemila chiese rase al suolo, millecento comunità cancellate dalla carta geografica, seicento sacerdoti rapiti. Nel giugno 2025, nello Stato di Benue, oltre duecento fedeli sono stati massacrati in un singolo raid. A novembre, venticinque studentesse rapite da una scuola femminile nel Kebbi. La vicepreside, cristiana, ammazzata sul posto. Pochi giorni dopo, trecento tra studenti e insegnanti sequestrati dalla scuola cattolica St. Mary di Papiri.
Numeri da tribunale internazionale. Da risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Da edizione straordinaria su tutte le reti del pianeta. E invece silenzio. Tre righe nelle brevi, quando va bene.
I cristiani di Jos non hanno volto. Non hanno nome per i giornali occidentali. La loro strage non è fotografabile perché nessuna troupe televisiva era lì. Non è risolvibile perché non c’è nessuno a cui telefonare. Non è nemmeno notiziabile perché un nero ammazzato in Africa non fa audience. Questo è il meccanismo. L’Occidente cristiano si indigna per il simbolo e ignora il massacro. Difende il diritto di pregare e non vede chi muore pregando. Mobilita le cancellerie per un disagio di ventiquattr’ore per il Nunzio Apostolico di Gerusalemme, il Cardinale Pizzaballa e non muove un dito per un genocidio che dura da tre lustri. Ha sostituito la fede con l’estetica della fede.
Non sono solo i media a ignorare queste stragi. È la Chiesa stessa. Vatican News, il portale ufficiale della Santa Sede, ha dedicato alla vicenda Pizzaballa una copertura in tempo reale: articoli multipli, dichiarazioni, reazioni diplomatiche, approfondimenti. Il 29 marzo la homepage era Gerusalemme, Gerusalemme, Gerusalemme. Per i ventisette cristiani massacrati a Jos mentre tornavano dalla funzione delle Palme, Vatican News ha trovato spazio solo tre giorni dopo. Non un titolo, non un pezzo dedicato. Un paragrafo annegato dentro un articolo panoramico sulle celebrazioni pasquali in Africa. Ventisette fedeli ammazzati per la loro fede nella Domenica delle Palme ridotti a una nota a margine da quella stessa Chiesa che ha smosso il mondo per una porta chiusa. Persino Bill Maher, conduttore televisivo americano, ateo dichiarato e anticlericale, ha avuto il coraggio di dire in diretta che quello della Nigeria è molto più un genocidio di quanto avvenga a Gaza. Un ateo vede quello che le cancellerie cristiane d’Europa si rifiutano di guardare. Sarebbe comico, se non ci fossero centoventicinquemila cadaveri a impedire la risata.
Trentadue cristiani al giorno. Uno ogni quarantacinque minuti. Mentre l’Occidente conta i minuti necessari a riaprire una porta a Gerusalemme. La porta del Santo Sepolcro si è riaperta lunedì mattina. Le ventisette bare di Jos resteranno chiuse per sempre.
Se la Chiesa tace davanti ai suoi martiri, non è prudenza : è resa.
Collaborazione di Marco Maria Polettini