Buona Pasqua di Resurrezione. Ma non per tutti i Cristiani

Cristo è risorto, ma per alcuni suoi fedeli la croce non è mai stata deposta. E il mondo guarda altrove. Mentre l’Occidente celebra, altri cristiani sopravvivono. E il mondo continua a tacere.

di Amedeo Massimo Minisini

In questi giorni le campane suonano a festa. La Pasqua richiama il cuore della fede cristiana: la vittoria sulla morte, la luce che squarcia il buio, la promessa che nulla è perduto. Ma questa verità, che per noi è celebrazione, per altri è resistenza quotidiana.

In Nigeria, la Pasqua non è solo una ricorrenza liturgica: è una prova di coraggio. In molte regioni del Nord e della Middle Belt, andare a Messa significa esporsi. Significa sapere che un canto può essere interrotto da un’esplosione, che una preghiera può trasformarsi in bersaglio.

Non è una distrazione. È una realtà consolidata.

Gruppi come Boko Haram e ISWAP continuano a colpire, a seminare terrore, a distruggere villaggi e chiese. Ma accanto al terrorismo organizzato cresce una violenza diffusa, meno visibile e forse ancora più insidiosa: attacchi a comunità cristiane, tensioni etniche e religiose, una spirale che lo Stato fatica — o non riesce — a contenere.

E mentre tutto questo accade, il mondo cosa fa? Il mondo seleziona. Il mondo pesa. Il mondo decide quando indignarsi e quando voltarsi dall’altra parte. L’Occidente — così rapido nel proclamare diritti universali — si mostra spesso lento, lentissimo, quando quei diritti non coincidono con interessi strategici. Si parla di conflitti, si usano formule neutre, si diluisce la verità in parole diplomatiche. Ma qui la verità è semplice: esistono comunità cristiane perseguitate per la loro fede. Dirlo non è propaganda. È onestà. E allora la domanda diventa inevitabile: perché questo silenzio? Perché questa prudenza che somiglia troppo alla paura di disturbare equilibri geopolitici? Non basta più rifugiarsi nell’analisi. Serve una presa di posizione. Serve una voce chiara, soprattutto da chi — come l’Europa — affonda le proprie radici in quella stessa tradizione cristiana oggi colpita altrove. Non si tratta di contrapporre religioni. Si tratta di difendere persone. Non si tratta di alimentare conflitti. Si tratta di riconoscere la realtà. Perché quando una fede diventa motivo di persecuzione, il silenzio non è neutralità. È complicità.

 

Uomini armati hanno aperto il fuoco su cristiani che rincasavano dalla funzione serale delle Palme. Ventisette morti. Quattordici sul posto. Tredici in ospedale. Il governatore ha ordinato un coprifuoco e promesso giustizia.  Nessuno rivendica. Nessuno saprà mai chi ha sparato. Nessuno, a dire il vero, indagherà troppo a fondo.  Ma soprattutto nessun giornale ha aperto con questa notizia, nessun telegiornale l’ha mandato in onda, nessun capo di Stato ha alzato il telefono. Non è un episodio isolato. È un giorno qualunque nel mattatoio più ignorato del pianeta. La Nigeria è il Paese dove si muore di Cristo.  Open Doors, la più autorevole organizzazione internazionale di monitoraggio delle persecuzioni religiose, certifica nel suo rapporto 2026 che tre cristiani su quattro uccisi nel mondo per la propria fede vengono ammazzati lì. Il settantadue per cento del totale planetario.

L’organizzazione Intersociety ha contato almeno settemila cristiani massacrati nei primi 220 giorni del 2025. Trentadue al giorno. Uno ogni quarantacinque minuti. Dal 2010 il contatore segna centoventicinquemila morti, diciannovemila chiese rase al suolo, millecento comunità cancellate dalla carta geografica, seicento sacerdoti rapiti.  Nel giugno 2025, nello Stato di Benue, oltre duecento fedeli sono stati massacrati in un singolo raid. A novembre, venticinque studentesse rapite da una scuola femminile nel Kebbi. La vicepreside, cristiana, ammazzata sul posto.  Pochi giorni dopo, trecento tra studenti e insegnanti sequestrati dalla scuola cattolica St. Mary di Papiri.

 Numeri da tribunale internazionale. Da risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Da edizione straordinaria su tutte le reti del pianeta. E invece silenzio. Tre righe nelle brevi, quando va bene.

I cristiani di Jos non hanno volto.  Non hanno nome per i giornali occidentali. La loro strage non è fotografabile perché nessuna troupe televisiva era lì. Non è risolvibile perché non c’è nessuno a cui telefonare. Non è nemmeno notiziabile perché un nero ammazzato in Africa non fa audience. Questo è il meccanismo. L’Occidente cristiano si indigna per il simbolo e ignora il massacro. Difende il diritto di pregare e non vede chi muore pregando. Mobilita le cancellerie per un disagio di ventiquattr’ore per il Nunzio Apostolico di Gerusalemme, il Cardinale Pizzaballa e non muove un dito per un genocidio che dura da tre lustri.  Ha sostituito la fede con l’estetica della fede.

Non sono solo i media a ignorare queste stragi. È la Chiesa stessa. Vatican News, il portale ufficiale della Santa Sede, ha dedicato alla vicenda Pizzaballa una copertura in tempo reale: articoli multipli, dichiarazioni, reazioni diplomatiche, approfondimenti. Il 29 marzo la homepage era Gerusalemme, Gerusalemme, Gerusalemme.  Per i ventisette cristiani massacrati a Jos mentre tornavano dalla funzione delle Palme, Vatican News ha trovato spazio solo tre giorni dopo.  Non un titolo, non un pezzo dedicato. Un paragrafo annegato dentro un articolo panoramico sulle celebrazioni pasquali in Africa. Ventisette fedeli ammazzati per la loro fede nella Domenica delle Palme ridotti a una nota a margine da quella stessa Chiesa che ha smosso il mondo per una porta chiusa. Persino Bill Maher, conduttore televisivo americano, ateo dichiarato e anticlericale, ha avuto il coraggio di dire in diretta che quello della Nigeria è molto più un genocidio di quanto avvenga a Gaza. Un ateo vede quello che le cancellerie cristiane d’Europa si rifiutano di guardare. Sarebbe comico, se non ci fossero centoventicinquemila cadaveri a impedire la risata.

Trentadue cristiani al giorno. Uno ogni quarantacinque minuti. Mentre l’Occidente conta i minuti necessari a riaprire una porta a Gerusalemme. La porta del Santo Sepolcro si è riaperta lunedì mattina. Le ventisette bare di Jos resteranno chiuse per sempre.

Se la Chiesa tace davanti ai suoi martiri, non è prudenza : è resa.

 

Collaborazione di Marco Maria Polettini

Altri Articoli

Cosa cerca la Matematica

Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

Leggi Tutto »

Maranza, lo Stato arrivi prima

La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

Leggi Tutto »

Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

Leggi Tutto »

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

Leggi Tutto »

Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

Leggi Tutto »

Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

Leggi Tutto »

La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

Leggi Tutto »

L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

Vice direttore Pasquale Tucciariello

In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

Web Master Patrizio Latini

Segretaria di redazione Elena Cimaschi

Contatti