Catechismi vuoti, un segnale per l’Italia

di Mario Farneti

Il caso di alcune parrocchie urbane senza bambini iscritti al catechismo non può essere liquidato come una semplice curiosità sociologica. È piuttosto il segnale di un cambiamento profondo che riguarda l’intera società italiana.
La questione non riguarda soltanto la fede. Tocca la struttura stessa della nostra demografia. Da anni l’Italia attraversa una crisi delle nascite tra le più gravi d’Europa. A questo si aggiunge un dato raramente discusso nel dibattito pubblico: dal 1978, con l’approvazione della Legge 194/1978, gli aborti legali registrati nel nostro Paese hanno superato i sei milioni. Alcuni demografi parlano di una “assenza statistica” che sfiora i sette milioni di individui. Un vuoto generazionale che inevitabilmente si riflette nelle scuole, nelle famiglie e nelle parrocchie. Il catechismo che si svuota è dunque anche il riflesso di un Paese che invecchia e che non genera più figli.
Ma non è solo una questione demografica. Le città italiane stanno cambiando volto. Nei centri storici le famiglie sono progressivamente espulse dall’aumento degli affitti, dalla pressione turistica e dalla trasformazione degli immobili in strutture ricettive. Al loro posto arrivano studenti, residenti temporanei e nuove popolazioni immigrate. Il tessuto umano che alimentava la vita parrocchiale si assottiglia e si frammenta.
In questo contesto emerge anche una questione culturale che raramente viene affrontata con chiarezza. In alcune realtà urbane si è arrivati perfino a concedere spazi parrocchiali a comunità islamiche per i propri riti. Gesti spesso compiuti con spirito di dialogo e di accoglienza. Tuttavia, nella cultura religiosa islamica la disponibilità di un luogo di culto non è sempre interpretata come un semplice atto di ospitalità. Può essere percepita anche come il segno di una rinuncia e di una debolezza dell’identità cristiana nel territorio. Sono dinamiche sottili, ma reali, che meritano di essere comprese senza ingenuità. Dentro questo scenario si colloca una riflessione che riguarda la Chiesa stessa. Negli ultimi decenni il cattolicesimo italiano ha progressivamente accentuato la propria dimensione sociale: l’impegno per i poveri, l’accoglienza, il dialogo civile. Compiti nobili e necessari. Ma accanto alla Chiesa sociale sembra essersi attenuata la Chiesa identitaria, quella che custodiva simboli, tradizioni e appartenenza. Quando l’identità si indebolisce, la trasmissione diventa più fragile.
Il catechismo vuoto non è soltanto un problema pastorale. È il segno di una trasformazione più ampia che riguarda la natalità, la struttura delle città e la continuità culturale del Paese. Già Luigi Sturzo ricordava che la forza del cattolicesimo italiano non stava soltanto nelle istituzioni ecclesiastiche, ma nella vitalità del popolo cristiano. Quando quel popolo si indebolisce, anche le strutture più solide diventano fragili. Per questo il fenomeno merita attenzione e non indifferenza. Perché una società che smette di generare figli e che smarrisce la propria identità rischia, prima o poi, di non saper più trasmettere nemmeno la propria fede.

Mario Farneti, giornalista professionista e scrittore, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, Prior Domus Templi et Magister Equitum in Eugubio.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

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