Categoria: I TESTIMONI DEL BENE COMUNE

  • Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    di Marco Maria Polettini

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.

    La forza della competenza

    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra.  Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni.  Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

    Il lavoro di squadra

    Falcone non coltivò mai il mito dell’uomo solo al comando. Il suo metodo era fondato sulla squadra. Il pool antimafia, sviluppato sotto la guida di Antonino Caponnetto dopo l’assassinio di Rocco Chinnici, riuniva Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Le informazioni non rimanevano più isolate nei fascicoli dei singoli magistrati, ma venivano condivise e confrontate per ricostruire la visione complessiva del fenomeno mafioso.  Fu un cambiamento fondamentale. La mafia, infatti, aveva sempre tratto vantaggio dalla frammentazione dello Stato: uffici che non comunicavano, indagini separate, competenze sovrapposte, rivalità personali e lentezze burocratiche. Falcone capì che a un’organizzazione criminale coordinata doveva rispondere uno Stato altrettanto coordinato. Il bene comune, nella sua esperienza, non era un concetto astratto. Significava far funzionare le istituzioni come una comunità di persone chiamate a collaborare, non come una somma di poteri gelosi delle proprie prerogative.

    Il maxiprocesso: lo Stato dimostra di poter vincere

    Il risultato più importante del lavoro del pool fu il primo maxiprocesso a Cosa nostra. L’ordinanza di rinvio a giudizio riguardò centinaia di imputati e il dibattimento iniziò il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker di Palermo. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra i quali Tommaso Buscetta, furono sottoposte a verifiche e riscontri, inserendosi in un impianto investigativo costruito attraverso anni di indagini.  Il processo dimostrò che la mafia poteva essere descritta, ricostruita e giudicata secondo le regole dello Stato di diritto. Le condanne confermarono la validità dell’idea di Falcone: Cosa nostra era un’organizzazione unitaria, non un insieme occasionale di criminali indipendenti.  La vittoria più importante non fu soltanto giudiziaria. Cadde il mito dell’invincibilità mafiosa. Per la prima volta lo Stato dimostrava di poter conoscere il nemico, individuarne i vertici e colpirne le strutture attraverso la legge, senza ricorrere a scorciatoie o giustizie sommarie. Falcone non chiedeva poteri arbitrari. Chiedeva istituzioni preparate, strumenti adeguati, collaborazione e responsabilità. La forza dello Stato, per lui, non consisteva nell’abbandonare le regole, ma nel saperle applicare con intelligenza e fermezza.

    L’isolamento e la delegittimazione

    Dopo il successo del maxiprocesso, Falcone non ricevette soltanto riconoscimenti. Conobbe ostilità, incomprensioni e isolamento anche all’interno delle istituzioni. Alla successione di Caponnetto nella guida dell’Ufficio istruzione di Palermo gli fu preferito Antonino Meli. Il metodo del pool venne progressivamente indebolito, le indagini nuovamente frammentate e Falcone fu investito dalle accuse anonime del cosiddetto “corvo”. Nel 1989 sfuggì inoltre all’attentato dell’Addaura.  Questa parte della sua storia deve farci riflettere. Le mafie non eliminano immediatamente chi le combatte. Prima cercano di isolarlo, screditarlo, presentarlo come ambizioso, divisivo o interessato al potere. La delegittimazione prepara il terreno sul quale la violenza può colpire con maggiore facilità. Falcone continuò comunque a lavorare. Trasferitosi al Ministero della Giustizia, contribuì alla costruzione di strumenti di coordinamento tra le procure e all’idea di una struttura nazionale specializzata nel contrasto alla criminalità organizzata. Aveva compreso, inoltre, che le mafie avevano ormai dimensioni internazionali e che nessun Paese avrebbe potuto combatterle da solo. 

    Il coraggio senza retorica

    Il coraggio di Falcone non fu incoscienza e neppure desiderio di apparire eroico. Egli conosceva la paura, ma non permetteva che essa decidesse al suo posto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che Falcone agiva nella consapevolezza del pericolo, senza ostentazione, convinto che il rispetto della legge fosse l’unico percorso possibile per il riscatto morale della società civile.  Il coraggio autentico non consiste nel non avere paura. Consiste nel continuare a compiere il proprio dovere, pur sapendo quale prezzo potrebbe essere richiesto. Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. La mafia volle colpire non soltanto degli uomini e una donna dello Stato, ma un metodo, una cultura istituzionale e la speranza che la legalità potesse prevalere. 

    Un testimone del bene comune

    Giovanni Falcone appartiene ai testimoni del bene comune perché non separò mai la propria professione dalla responsabilità verso la collettività. Ci ha insegnato che il bene comune richiede persone competenti, istituzioni capaci di collaborare e cittadini che non confondano la memoria con la celebrazione rituale. Ricordarlo significa chiedere che lo Stato protegga chi serve le istituzioni, sostenga chi innova e non lasci soli coloro che combattono i poteri criminali. La mafia prospera dove lo Stato è inefficiente, dove la politica cerca consenso anziché giustizia, dove il merito viene sacrificato alle appartenenze e dove la società considera normale ciò che normale non è. Falcone dimostrò invece che il male può essere conosciuto e combattuto. Non attraverso l’improvvisazione, ma con il metodo. Non con le urla, ma con le prove. Non con la ricerca della gloria personale, ma con il lavoro di squadra. Diceva che la mafia, essendo un fenomeno umano, aveva avuto un inizio e avrebbe avuto anche una fine.  Quella fine, tuttavia, non arriverà da sola. Dipenderà dalla capacità delle istituzioni e dei cittadini di continuare il suo lavoro.

    Giovanni Falcone non ci chiede di chiamarlo eroe. Ci chiede di non rendere inutile il suo esempio.

     

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.

    di Amedeo Massimo Minisini

    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere.  Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

    Il magistrato come servitore dello Stato

    Nato il 19 gennaio 1940, Borsellino si laureò giovanissimo ed entrò in magistratura a ventitré anni. Fu pretore a Mazara del Vallo e successivamente a Monreale. Nel 1975 venne assegnato all’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto da Rocco Chinnici, entrando poi nel gruppo di magistrati impegnati nelle più delicate indagini su Cosa nostra.  Non concepiva il magistrato come un protagonista della scena pubblica, ma come un uomo delle istituzioni tenuto a essere indipendente, competente e imparziale. Per lui l’autonomia della magistratura non costituiva un privilegio personale. Era una garanzia per il cittadino: il giudice deve poter decidere senza subire pressioni politiche, economiche, criminali o ambientali, ma deve anche custodire il limite della propria funzione. Borsellino riteneva che il magistrato dovesse non soltanto apparire, ma essere imparziale, evitando di trasformare le proprie convinzioni politiche in strumenti dell’attività giudiziaria. La sua autorevolezza nasceva dall’equilibrio tra fermezza e rispetto delle regole.  È una lezione di straordinaria attualità. L’indipendenza senza responsabilità può diventare autoreferenzialità; la responsabilità senza indipendenza diventa subordinazione. Borsellino seppe custodire entrambe.

    Il metodo contro la mafia

    Borsellino comprese che la mafia non era soltanto una successione di omicidi, estorsioni e traffici illegali. Era un sistema di potere capace di penetrare nell’economia, nelle amministrazioni, nelle professioni e nella vita quotidiana. Per combatterla non bastava arrestare il singolo criminale. Occorreva ricostruire relazioni, movimenti finanziari, alleanze, complicità e gerarchie. Con Giovanni Falcone, sotto la guida prima di Rocco Chinnici e poi di Antonino Caponnetto, contribuì al metodo di lavoro collegiale del pool antimafia. La condivisione delle informazioni permetteva di leggere Cosa nostra come un’organizzazione unitaria e rendeva meno vulnerabile il lavoro del singolo magistrato. Quel metodo contribuì alla preparazione del maxiprocesso di Palermo, una svolta nella risposta giudiziaria dello Stato alla mafia.  Il cosiddetto “bunkerino” del Palazzo di Giustizia di Palermo, nel quale Falcone e Borsellino lavorarono per anni, racconta ancora oggi giornate interminabili trascorse tra fascicoli, interrogatori e riscontri. Quegli ambienti sono divenuti un museo destinato soprattutto ai giovani, affinché il loro lavoro non venga separato dalla sua concretezza quotidiana.  Borsellino non combatteva la mafia attraverso proclami. Studiava, verificava, collegava fatti e cercava prove. Sapeva che lo Stato di diritto può vincere soltanto rimanendo fedele alle proprie regole.

    I colleghi e gli amici assassinati

    La vita professionale di Paolo Borsellino fu segnata da una dolorosa successione di omicidi. Vide cadere investigatori e magistrati con i quali aveva collaborato: Boris Giuliano, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Ogni delitto rappresentava un avvertimento rivolto a chiunque volesse continuare le indagini.  Eppure, non si fermò. La mafia sperava che la morte di un servitore dello Stato producesse il silenzio degli altri. Borsellino rispose continuando a lavorare. Non per spirito di vendetta, ma perché interrompere quel lavoro avrebbe significato riconoscere alla violenza il diritto di decidere chi potesse amministrare la giustizia. Questa è la misura più autentica del suo coraggio: non il gesto spettacolare, ma la continuità del dovere.

    L’amicizia con Giovanni Falcone

    Il rapporto tra Paolo Borsellino e Giovanni Falcone fu umano prima ancora che professionale. Avevano caratteri differenti, ma condividevano la conoscenza del fenomeno mafioso, il rigore investigativo e la consapevolezza dell’isolamento nel quale spesso erano costretti a lavorare.Insieme contribuirono a dimostrare che la mafia non era invincibile. Dopo l’attentato del 23 maggio 1992, nel quale morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Borsellino comprese che il pericolo nei suoi confronti era diventato ancora più immediato. Tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio trascorsero soltanto cinquantasette giorni. Furono giorni di dolore, inquietudine e lavoro febbrile. Borsellino non utilizzò quel tempo per allontanarsi, ma per continuare a cercare, comprendere e interrogare.  Aveva perso un amico, un collega e il compagno di una battaglia durata anni. Ma anche in quelle settimane non trasformò il proprio dolore in una rappresentazione pubblica. Rimase un magistrato al lavoro.

    Il 19 luglio 1992

    Nel pomeriggio del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino si recò in via Mariano D’Amelio, a Palermo, per visitare la madre. Una Fiat 126 carica di esplosivo era stata parcheggiata nei pressi dell’abitazione. Alle 16.58 l’autobomba esplose, devastando la strada e gli edifici circostanti. Con il magistrato morirono cinque agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, sesto componente della scorta, sopravvisse all’esplosione. Emanuela Loi fu la prima donna della Polizia di Stato a essere uccisa dalla mafia.  Ricordare soltanto il giudice sarebbe ingiusto. Gli agenti della scorta erano giovani servitori dello Stato, consapevoli dei rischi e fedeli alla propria responsabilità. Non erano figure senza nome collocate ai margini della storia. Furono persone con famiglie, speranze e futuro, accomunate a Borsellino dallo stesso destino. Il bene comune vive anche nel loro sacrificio.

    Un uomo di fede, non di esibizione

    Paolo Borsellino era un uomo profondamente legato alla famiglia e animato da una sincera fede cattolica. Ma non trasformava la religione in una bandiera da esibire. La fede gli offriva un criterio interiore, non un privilegio pubblico. Rafforzava il senso della responsabilità, la dignità della persona e il dovere di non abbandonare il proprio posto.  La spiritualità di Borsellino non può essere separata dalla concretezza del suo lavoro. Non cercò protezione in una religiosità disincarnata. Visse la propria fede dentro le fatiche della giustizia, nell’amore per i familiari, nella vicinanza agli uomini della scorta e nell’attenzione riservata ai giovani. Era convinto che proprio dalle nuove generazioni potesse nascere una coscienza diversa. Per questo partecipava agli incontri nelle scuole, spiegando agli studenti la natura della mafia e la necessità di rifiutare la cultura del compromesso, della rassegnazione e dell’illegalità. 

    La mafia si combatte prima nelle coscienze

    La repressione giudiziaria è indispensabile, ma arriva quando il reato è già stato commesso. Borsellino comprese che la vittoria più profonda deve maturare prima, nella cultura e nella coscienza delle persone. La mafia prospera dove il favore personale sostituisce il diritto; dove il silenzio viene considerato prudenza; dove la raccomandazione diventa normalità; dove il denaro cancella la dignità; dove il cittadino rinuncia a sentirsi responsabile della propria comunità. Per questo la lotta alla mafia non riguarda soltanto magistrati e forze dell’ordine. Riguarda la scuola, la politica, l’impresa, l’informazione, le famiglie e ciascun cittadino. Borsellino parlava della «bellezza del fresco profumo della libertà», contrapponendola al compromesso morale, all’indifferenza e alla complicità.  La sua non era una frase poetica separata dalla realtà. Era un programma civile: la libertà possiede una bellezza che può essere riconosciuta soltanto da chi rifiuta di adattarsi al male.

    La memoria non basta senza la verità

    Paolo Borsellino è ricordato in scuole, strade, biblioteche, tribunali e manifestazioni pubbliche. Ma l’omaggio non può esaurirsi nelle intitolazioni e nelle celebrazioni annuali.  La memoria diventa autentica quando produce responsabilità. Le istituzioni hanno riconosciuto che la ricerca della piena verità sulla strage e sui depistaggi che ne hanno ostacolato l’accertamento costituisce ancora un dovere verso le vittime, i familiari e la democrazia. Anche la Corte d’Appello di Palermo ha ricordato che raggiungere la verità è necessario non soltanto per onorare i morti, ma per evitare che la nostra democrazia rimanga incompiuta.  Non si onora Borsellino utilizzandone il nome contro una parte politica o una categoria dello Stato. Lo si onora rifiutando ogni verità di comodo, ogni omissione interessata e ogni forma di strumentalizzazione. Egli non appartiene a una fazione. Appartiene alla Repubblica.

    Il bene comune come dovere personale

    Paolo Borsellino testimonia che il bene comune non è un’espressione astratta. È il risultato delle responsabilità che ciascuno accetta di assumersi, anche quando nessuno osserva e quando il prezzo da pagare diventa pesante. Il magistrato serve il bene comune quando applica la legge senza favoritismi. Il politico quando non usa le istituzioni per interessi personali. Il giornalista quando cerca la verità senza diventare strumento di campagne interessate. L’imprenditore quando rifiuta il ricatto e la corruzione. Il cittadino quando non considera normale ciò che normale non è. Borsellino non ci chiede di diventare eroi. Ci chiede di non essere complici.

    Ciò che Paolo Borsellino domanda all’Italia di oggi

    Nella prospettiva sturziana, la moralità pubblica non nasce dalle dichiarazioni solenni, ma dalla condotta quotidiana di chi amministra, governa, giudica e informa. Paolo Borsellino incarnò questa moralità concreta. Non promise di cambiare il mondo con un discorso. Fece fino in fondo il lavoro che la Repubblica gli aveva affidato. Sapeva di essere esposto. Conosceva le debolezze delle istituzioni. Aveva visto colleghi e amici assassinati. Avrebbe potuto cercare una funzione meno pericolosa, rallentare, rinviare o proteggere se stesso. Non lo fece. Continuò sino all’ultimo giorno perché riteneva che lo Stato non fosse un’entità lontana: lo Stato era anche lui, erano i suoi collaboratori, gli agenti della scorta e tutti coloro che sceglievano di non piegarsi. Per questo Paolo Borsellino è un Testimone del bene comune. Non soltanto perché morì per la giustizia, ma perché la servì ogni giorno, prima del sacrificio. Il suo messaggio all’Italia rimane limpido ed esigente: non basta indignarsi dopo le stragi. Bisogna prevenire il dominio mafioso attraverso istituzioni credibili, educazione alla legalità, partecipazione civile e testimonianza personale. Perché il dovere non comincia quando arriva il pericolo.

    Il dovere comincia molto prima, quando ciascuno decide da quale parte stare.

     

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    Contatti

  • Enrico Mattei, l’uomo che volle un’Italia padrona del proprio destino

    Enrico Mattei, l’uomo che volle un’Italia padrona del proprio destino

    Chiamato a liquidare l’Agip, ne comprese le potenzialità e costruì l’Eni. Sfidò i grandi interessi internazionali, cercò rapporti più giusti con i Paesi produttori e trasformò l’energia in uno strumento di crescita nazionale. Una figura complessa, ma capace di pensare l’Italia in grande.

    di Amedeo Massimo Minisini

    Ci sono uomini che amministrano ciò che esiste e uomini che riescono a vedere ciò che ancora non c’è. Enrico Mattei apparteneva alla seconda categoria.

    Quando iniziò la sua avventura nell’industria energetica, l’Italia era un Paese uscito distrutto dalla guerra, povero di materie prime, bisognoso di lavoro, infrastrutture e fiducia. Mattei comprese che la ricostruzione non poteva dipendere soltanto dagli aiuti stranieri o dalle decisioni delle grandi potenze. Senza energia accessibile, senza autonomia industriale e senza una strategia nazionale, l’Italia sarebbe rimasta debole e subordinata.

    La sua grandezza fu proprio questa: trasformare una necessità economica in un progetto politico e sociale per l’intero Paese.

    Dalle Marche alla Resistenza

    Enrico Mattei nacque ad Acqualagna, nelle Marche, il 29 aprile 1906, in una famiglia di condizioni modeste. Figlio di un sottufficiale dei Carabinieri, iniziò a lavorare giovanissimo e conobbe direttamente la fatica, la precarietà e il desiderio di riscatto. Dopo alcune esperienze da operaio e dirigente, avviò a Milano un’attività nel settore chimico. 

     

     Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza, diventando uno dei principali rappresentanti delle formazioni partigiane cattoliche nel Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia. La sua formazione era legata al cattolicesimo sociale: un pensiero nel quale l’iniziativa personale, la solidarietà e la responsabilità pubblica non erano elementi contrapposti, ma parti dello stesso dovere civile. 

    L’esperienza resistenziale gli insegnò il valore dell’organizzazione, della decisione e dell’unità tra persone provenienti da culture differenti. Qualità che avrebbe poi trasferito nella guida dell’industria pubblica.

    Doveva chiudere l’Agip, decise di salvarla

    Nel 1945 Mattei ricevette l’incarico di occuparsi dell’Agip, l’Azienda generale italiana petroli. L’orientamento iniziale era quello di ridimensionare o liquidare l’azienda. Mattei, però, studiò le carte, ascoltò i tecnici e comprese che nel sottosuolo della Pianura Padana esistevano risorse capaci di contribuire alla ripresa italiana.

    Invece di limitarsi a eseguire un ordine burocratico, si assunse la responsabilità di contestarlo nei fatti. Salvò l’Agip, ne potenziò le attività di ricerca e valorizzò i giacimenti di metano scoperti a Caviaga e Cortemaggiore. Da quelle risorse nacque una rete di metanodotti che portò energia alle fabbriche e accompagnò lo sviluppo industriale del dopoguerra. 

    Il 10 febbraio 1953 nacque l’Ente nazionale idrocarburi. Mattei ne divenne il primo presidente e fece dell’Eni uno degli strumenti fondamentali del miracolo economico italiano. 

    Non si trattava solamente di vendere benzina o estrarre gas. Si trattava di permettere alle imprese italiane di produrre, alle famiglie di migliorare le proprie condizioni di vita e allo Stato di non dipendere completamente dalle decisioni altrui.

    La sfida alle “Sette sorelle”

    Mattei sapeva che per garantire energia all’Italia bisognava entrare nei mercati internazionali dominati dalle grandi compagnie petrolifere angloamericane, da lui definite le “Sette sorelle”.

    L’Eni era molto più piccola di quei colossi. Mattei raccontava efficacemente questa sproporzione paragonando l’azienda italiana a un piccolo animale che entrava in uno spazio occupato da grandi e potenti concorrenti. Ma quel “piccolo” protagonista possedeva rapidità, capacità diplomatica e una diversa proposta politica.

    Mattei non si presentava ai Paesi produttori soltanto come compratore di petrolio. Proponeva società miste, partecipazione alle decisioni, formazione dei tecnici locali e una distribuzione dei profitti più favorevole agli Stati proprietari delle risorse. La cosiddetta “formula Mattei” rompeva la tradizionale logica coloniale secondo la quale le ricchezze del sottosuolo venivano sfruttate quasi esclusivamente a vantaggio delle compagnie straniere. 

    Questa impostazione gli consentì di dialogare con l’Egitto, l’Iran, i Paesi del Nord Africa e altre nazioni che cercavano una maggiore indipendenza economica. Mattei comprese in anticipo che non poteva esistere una collaborazione duratura senza riconoscere dignità, interessi e sovranità agli interlocutori.

    Era una politica energetica, ma anche una forma di diplomazia.

    L’impresa come comunità

    Un altro aspetto importante della sua esperienza riguardò i lavoratori. Mattei riteneva che il successo di un’impresa dipendesse dalle persone, dalla formazione e dalla capacità di costruire una comunità competente e motivata.

    L’Eni investì nella preparazione di tecnici e dirigenti, nelle abitazioni per i dipendenti, nelle strutture sociali, nello sport e nei luoghi di vacanza destinati alle famiglie. Nei villaggi aziendali, secondo l’impostazione voluta da Mattei, operai, impiegati e dirigenti dovevano poter usufruire degli stessi servizi senza rigide distinzioni gerarchiche. 

    Era un modello paternalistico, certamente legato alla cultura industriale dell’epoca, ma conteneva un principio ancora attuale: il lavoratore non è soltanto una voce del bilancio; è una persona, con una famiglia, una dignità e un futuro da costruire.

    Un uomo potente e discusso

    Trasformare Mattei in un santino significherebbe tradirne la storia. Fu un uomo di potere, determinato e talvolta spregiudicato. Costruì una vasta rete di rapporti politici, esercitò una forte influenza sul sistema dei partiti e comprese perfettamente il peso della comunicazione e della stampa.

    Il suo modo di agire suscitò opposizioni, diffidenze e critiche. Ma anche i suoi avversari dovettero riconoscergli una qualità rara: Mattei non utilizzava il potere soltanto per conservare una posizione personale. Aveva una visione dell’interesse nazionale e cercava gli strumenti necessari per realizzarla.

    Non sempre i mezzi furono immuni da contestazioni. Ma l’obiettivo era chiaro: rendere l’Italia più autonoma, più industriale e più rispettata.

    Il bene comune non richiede uomini privi di difetti, perché uomini simili non esistono. Richiede persone capaci di mettere la propria intelligenza, il proprio coraggio e persino la propria ambizione al servizio di un progetto più grande.

    La morte e gli interrogativi mai spenti

    Il 27 ottobre 1962 l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò nei pressi di Bascapè, in provincia di Pavia. Morirono con lui il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale. Mattei aveva soltanto 56 anni. 

    La tragedia fu inizialmente presentata come un incidente. Le indagini e gli approfondimenti successivi alimentarono però l’ipotesi di un sabotaggio. Mandanti e responsabilità non sono mai stati individuati in modo definitivo, lasciando la sua morte avvolta da interrogativi che fanno ormai parte della storia italiana.

    Resta una certezza: al momento della sua scomparsa Mattei aveva costruito interessi, alleanze e opposizioni che superavano largamente i confini nazionali.

    La lezione per i giovani

    Enrico Mattei lascia ai giovani almeno tre insegnamenti.

    Il primo è il coraggio della competenza. Mattei non si limitò a protestare contro la dipendenza energetica: studiò, ascoltò i tecnici, organizzò uomini e risorse e costruì un’alternativa.

    Il secondo è la capacità di pensare in grande senza dimenticare le persone. L’industria, l’economia e il profitto hanno senso quando contribuiscono al lavoro, alla dignità e allo sviluppo della comunità.

    Il terzo è l’indipendenza. Mattei non accettò che l’Italia dovesse considerarsi per sempre una nazione minore, condannata a chiedere il permesso ai più forti. Non confuse la collaborazione internazionale con la subordinazione.

    Oggi il suo esempio ci ricorda che un Paese cresce quando possiede una classe dirigente capace di guardare oltre la prossima elezione, il prossimo incarico o il vantaggio personale.

    Enrico Mattei seppe immaginare l’Italia non per come era, povera e sconfitta, ma per come avrebbe potuto diventare: industriale, moderna, autonoma e rispettata.

    Per questo merita di essere ricordato tra i testimoni del bene comune. Non perché fosse perfetto, ma perché ebbe il coraggio di mettere la propria forza al servizio di una grande idea di Paese.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile

    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.

    di Amedeo Massimo Minisini

    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.

    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

    Don Sturzo non cercò il potere per il potere. Non volle costruire un partito confessionale sottoposto alle gerarchie ecclesiastiche, né una forza politica destinata a difendere privilegi e interessi particolari. Chiamò invece i cittadini — credenti e non credenti — a incontrarsi sul terreno della libertà, della giustizia sociale, delle autonomie e del rispetto della persona.

    La sua lezione può essere riassunta in due parole che ancora oggi conservano tutta la loro forza: liberi e forti.

    Liberi dai condizionamenti, dagli opportunismi e dalle convenienze. Forti non perché arroganti, ma perché sostenuti da una coscienza, da una cultura e da un progetto per il Paese.

    Dalla Sicilia all’impegno sociale

    Luigi Sturzo nacque a Caltagirone, in Sicilia, il 26 novembre 1871. Ordinato sacerdote nel 1894, si laureò in teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma nel 1898. Entrò in contatto con il pensiero sociale cattolico e con personalità come Giuseppe Toniolo, maturando la convinzione che la fede non potesse restare estranea alle sofferenze concrete delle persone. 

    Tornato nella sua città, non si limitò alla predicazione. Promosse cooperative agricole, casse rurali, associazioni operaie e iniziative rivolte ai piccoli produttori. Voleva sottrarre contadini e lavoratori alla dipendenza dai grandi proprietari, dall’usura e da una politica lontana dai bisogni reali della popolazione. 

    Fu anche amministratore locale. Dal 1905 al 1920 ricoprì l’incarico di prosindaco di Caltagirone, dimostrando che le idee dovevano essere tradotte in opere, bilanci, servizi e responsabilità amministrative.

    È questo il primo insegnamento sturziano: il bene comune non si proclama soltanto nei convegni; si costruisce nei comuni, nelle scuole, nelle cooperative, nelle famiglie e nei luoghi di lavoro.

    Un partito ispirato, ma non confessionale

    Il 24 dicembre 1905, con il celebre discorso di Caltagirone sui problemi della vita nazionale dei cattolici, Sturzo delineò il progetto di una presenza politica nuova. Non immaginava un’organizzazione clericale, ma una forza autonoma, popolare e democratica, capace di operare sul terreno civile assumendosi pienamente le proprie responsabilità. 

    Quel progetto si realizzò il 18 gennaio 1919, quando venne diffuso l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti e nacque il Partito Popolare Italiano.

    Il programma affrontava le grandi questioni dell’epoca: la pace, la famiglia, il lavoro, la scuola, l’agricoltura, la giustizia tributaria, il decentramento amministrativo e la partecipazione democratica. Sturzo rifiutava lo Stato assoluto e accentratore, difendendo le libertà personali, le comunità locali, le associazioni e i corpi intermedi. 

    Il Partito Popolare era ispirato ai valori cristiani, ma Sturzo volle che fosse laico e aconfessionale. La Chiesa indicava principi morali; spettava però ai cittadini tradurli responsabilmente in programmi e scelte politiche.

    Questa distinzione era essenziale. La religione non doveva diventare uno strumento per conquistare voti, e il partito non poteva pretendere di parlare a nome della Chiesa.

    Una lezione che oggi appare quanto mai necessaria, mentre la Dottrina sociale della Chiesa viene spesso citata superficialmente, trasformata in uno slogan o impiegata per giustificare operazioni elettorali prive di autentico contenuto sociale.

    Contro il fascismo e contro ogni Stato padrone

    Sturzo comprese presto la natura del fascismo. Fu contrario alla partecipazione dei popolari al primo governo Mussolini e, nel congresso di Torino del 1923, contribuì a portare il Partito Popolare su una posizione di opposizione. 

    Il fascismo non rappresentava per lui soltanto un avversario politico. Era la negazione della sua concezione della società: lo Stato che occupa ogni spazio, soffoca le autonomie, riduce i cittadini a sudditi e considera le associazioni libere come un ostacolo da eliminare.

    Minacciato e sottoposto a fortissime pressioni, nel 1924 lasciò l’Italia. Quello che doveva essere un allontanamento temporaneo si trasformò in un lungo esilio, prima a Londra e poi negli Stati Uniti. Continuò tuttavia a scrivere, studiare e denunciare il fascismo, il nazismo e la debolezza delle democrazie europee. Rientrò in Italia soltanto nel 1946. 

    Anche L’Idea Popolare, nella sua esperienza storica del 1926, appartenne a quella stampa popolare che cercò di contrastare l’avanzata fascista. Le testate vicine allo spirito del Partito Popolare rappresentarono uno degli ultimi spazi di libertà prima della completa soppressione della stampa indipendente. 

    Per questo la continuità con quella storia non può ridursi alla conservazione di un nome. Significa difendere ancora oggi la libertà di giudizio, anche quando comporta solitudine, incomprensioni o contrasti con i potenti.

    Autonomie contro assistenzialismo

    Uno dei punti più moderni del pensiero sturziano riguarda le autonomie locali.

    Sturzo conosceva bene i problemi del Mezzogiorno, ma rifiutava l’idea che il Sud potesse essere salvato soltanto attraverso sussidi, interventi straordinari e decisioni prese da Roma. Voleva comuni responsabili, regioni autonome, amministratori competenti e cittadini capaci di organizzarsi.

    Lo Stato doveva aiutare, coordinare e garantire i diritti, non sostituirsi permanentemente alla società. L’accentramento, secondo Sturzo, produceva burocrazia, dipendenza e irresponsabilità.

    La sua battaglia non era contro lo Stato, ma contro lo statalismo, cioè contro la pretesa dello Stato e dei partiti di occupare ogni spazio della vita economica e sociale.

    Anche in questo fu profetico. Vide con largo anticipo il rischio della partitocrazia, delle nomine controllate dalle segreterie, degli enti utilizzati come luoghi di sistemazione politica e della confusione tra partito, pubblica amministrazione e interesse nazionale.

    Il ritorno e la Repubblica

    Rientrato in Italia dopo la guerra, Sturzo non aderì formalmente alla Democrazia Cristiana, pur riconoscendo l’importanza della presenza dei cattolici nella costruzione della Repubblica.

    Mantenne la propria libertà di giudizio e non esitò a criticare anche il partito che si richiamava alla tradizione popolare quando riteneva che si stesse allontanando dai principi originari.

    Nel 1952 fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Morì a Roma l’8 agosto 1959. 

    Rimase sino alla fine un uomo libero. Non trasformò mai la propria storia in un titolo per pretendere incarichi. Non cercò seguaci obbedienti, ma cittadini consapevoli.

    Un sacerdote dentro la società

    Don Sturzo non abbandonò il sacerdozio per dedicarsi alla politica. Visse l’impegno civile come conseguenza della propria vocazione.

    Per lui occuparsi dei poveri significava anche combattere le cause della povertà. Difendere la famiglia voleva dire creare lavoro e abitazioni dignitose. Parlare di libertà significava proteggere la scuola, i comuni, le associazioni e la coscienza dei cittadini.

    Non impose la fede attraverso le leggi. Chiese però ai credenti di essere coerenti e di non separare la vita religiosa dal comportamento pubblico.

    Un politico che si dichiara cristiano, secondo questa visione, non viene giudicato per il numero delle citazioni evangeliche pronunciate durante un comizio. Viene giudicato per l’onestà, il rispetto degli avversari, la difesa dei più deboli, l’uso corretto del denaro pubblico e la capacità di mantenere gli impegni assunti.

    La lezione per i giovani

    Che cosa può dire oggi don Luigi Sturzo a un giovane spesso deluso dalla politica?

    Può insegnargli, anzitutto, che la politica non è necessariamente corruzione, ambizione o compromesso. Può essere una delle forme più alte di servizio alla comunità, purché venga praticata da persone preparate e libere.

    Può insegnargli che non basta indignarsi. Occorre studiare, organizzarsi, partecipare, amministrare e assumersi delle responsabilità.

    Può insegnargli che il consenso non giustifica tutto. Una scelta resta sbagliata anche quando è popolare, mentre una scelta giusta può richiedere il coraggio di rimanere in minoranza.

    Può insegnargli, infine, che la fede non è una bandiera da esibire contro qualcuno, ma un impegno personale che obbliga a servire tutti, specialmente chi non ha voce.

    Il fondatore che ci parla ancora

    Aprire questa rubrica con don Luigi Sturzo significa dichiarare quale idea di bene comune intendiamo raccontare.

    Non uomini perfetti, non statue da collocare su un piedistallo, ma persone che hanno saputo mettere capacità, cultura e coraggio al servizio di qualcosa di più grande di loro.

    Don Sturzo pagò le proprie idee con l’isolamento e l’esilio. Non cambiò posizione per conservare un incarico. Non piegò la coscienza alle convenienze del momento. Non trasformò il cattolicesimo in uno strumento di conquista del potere.

    La sua eredità non appartiene a un partito, a una corrente o a un gruppo che pretenda di utilizzarne il nome. Appartiene agli uomini liberi e forti che credono ancora nella politica onesta, nelle autonomie, nella partecipazione e nella dignità della persona.

    È questa la strada che L’Idea Popolare intende continuare a percorrere.

    Non per vivere di una memoria gloriosa, ma per trasformare quella memoria in responsabilità presente.

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