EUROPA SENZA BUSSOLA

Ritrovare le radici per tornare a essere comunità

di Pasquale Tucciariello

L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.

   Perché siamo arrivati a tanto?

   La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.

   L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

   L’Europa ha radici cristiane. Un’affermazione che oggi a molti suona quasi fastidiosa o provocatoria, ma che in realtà è un’evidenza storica e culturale persino ovvia.

   Proviamo allora a giustificare il nostro assunto, cercando di convincere anche i più riottosi, coloro che temono che riconoscere tale matrice significhi scivolare nel confessionalismo.

   Intanto vogliamo rassicurare: si tratta di codice genetico.

   “Non possiamo non dirci cristiani”, scriveva nel 1942 Benedetto Croce, un filosofo notoriamente laico, liberale, idealista post hegeliano.

   Croce non parlava da credente perché non lo era, ma da storico della cultura. Riconosceva che la morale, l’idea di individuo, la concezione della storia e persino la laicità dello Stato – intesa come “rendete a Cesare quel che è di Cesare” – sono frutti nati e maturati sul terreno del Cristianesimo. Anche i laici più intransigenti, quando difendono i diritti umani, l’uguaglianza intrinseca di ogni persona, la solidarietà verso i deboli o la dignità del lavoro, stanno di fatto utilizzando categorie filosofiche che il Cristianesimo ha introdotto e sedimentato nella coscienza occidentale, scardinando il cinismo del mondo antico.

   Ergo, rifiutare o nascondere le radici cristiane dell’Europa per un malinteso senso di neutralità non rende l’Europa più inclusiva. La rende semplicemente più debole, vuota, incapace di dialogare con le altre grandi civiltà del pianeta che sanno perfettamente chi sono e da dove vengono. Il relativismo assoluto in cui siamo immersi, quel far finta che non esista una matrice comune, ha prodotto il vuoto geopolitico attuale. Questa è la lettura dell’Europa di oggi che proponiamo. E per i più riottosi a seguirci nel nostro percorso interpretativo assicuriamo che il dibattito sull’Europa intendiamo spostarlo dalla religione alla filosofia della storia.

   Senza una filosofia di fondo, l’Europa resta un condominio litigioso regolato da freddi algoritmi economici. Riconoscere l’ovvietà delle nostre radici cristiane – come bussola culturale e non come dogma religioso – è l’unico modo per dare un’anima al nostro continente, trasformandolo finalmente da mercato a comunità, da aggregato burocratico a soggetto storico capace di futuro.

   E proviamo a ragionare su un esempio.

   Se fossero scritte nel codice DNA, che le radici dell’Europa sono cristiane, l’Europa oggi sarebbe così come la vediamo, secondo il sentiment che percepiamo?

   Se le radici cristiane fossero scritte direttamente nel DNA dell’Europa, oggi il nostro continente non si troverebbe in uno stato di amnesia identitaria. Se quella matrice fosse un codice genetico immutabile, l’Europa sarebbe un organismo sano, consapevole delle proprie funzioni vitali e capace di reagire agli stimoli esterni con una postura fiera, chiara e coerente.

   Nel DNA biologico sono impresse le istruzioni per la sopravvivenza, lo sviluppo e la difesa dell’organismo, l’amore per la vita, la gioia (termine, quest’ultimo, andato in disuso). Se applicassimo questa metafora alla storia, l’Europa avrebbe un sistema immunitario culturale fortissimo. Davanti alle crisi globali, alle spinte geopolitiche dei colossi orientali o occidentali, non si frammenterebbe in egoismi nazionali. Saprebbe esattamente chi è, e di conseguenza saprebbe cosa difendere.

   Ma la storia non è biologia. Le civiltà non hanno un DNA di carne, hanno un DNA culturale, che è infinitamente più fragile perché non si trasmette per via ereditaria, ma attraverso l’educazione, la memoria, la scelta consapevole, e non le mode arcobaleno che parte del Cristianesimo purtroppo insegue.

   Il dramma dell’Europa odierna è proprio questo: ha subito una mutazione genetica indotta. Ha deciso di tagliare il filamento di codice per paura di sembrare esclusiva, convinta che per accogliere gli altri fosse necessario annullare sé stessa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Senza quel codice originario, l’Europa è come un corpo che ha smarrito le proprie istruzioni di volo.

L’Europa è senza bussola etica, perché sostituisce la giustizia con la burocrazia.

L’Europa è senza difesa comune, perché non si può morire o lottare per difendere un bilancio commerciale o un regolamento sui tassi d’interesse, ma si difende solo ciò che si ama e ciò in cui si crede.

L’Europa è in balia del relativismo, dove tutto è possibile e il contrario di tutto, perché se non esiste un’origine comune, non esiste nemmeno una destinazione condivisa.

   Se quel DNA fosse attivo, l’Europa non sarebbe un impero teocratico. Tutt’altro, sarebbe la patria delle libertà personali e della laicità dello Stato, che sono proprio i frutti più maturi di quella tradizione; sarebbe, finalmente, una comunità di destino, di pianificazione consapevole. Sarebbe un soggetto politico ed esistenziale capace di guardare al mondo, e in particolare al Mediterraneo, non con il timore di chi si sente debole, ma con la forza di chi ha una grande storia da raccontare e un futuro da costruire. E la guerra in Ucraina non sarebbe scoppiata certo con donne e uomini al pari di Tina Anselmi e di Moro, Andreotti, Fanfani, Craxi, Martelli, De Mita, Berlinguer, Almirante, Colombo, Galloni, La Malfa e l’elenco sarebbe lunghissimo. Uomini e donne temprati da Prima Repubblica, intendo.

   Nostalgia?

   E come si potrebbe non sentirla per i personaggi della politica attuale (con le eccezioni, giuste, che ci sono).

   Noi operiamo su basi nostalgiche che pure fungono da premessa, e su quelle proponiamo di costruire politiche più solide, più riconoscibili. Cristiane, appunto.

   Quali?

   Possiamo provare a tradurre il DNA culturale in pratica.

   Oltre alle iniziative di pace della Santa Sede e alla diplomazia, i cattolici possono farsi promotori di un cambiamento strutturale attraverso alcune idee che proponiamo.

  1. La geopolitica del dialogo nel Mediterraneo.

Riprendendo la grande lezione di Giorgio La Pira, l’azione dei cattolici può riscoprire il Mediterraneo come crocevia e non come frontiera o tomba. Può promuovere “patti di cittadinanza mediterranea” e network tra le città e le regioni del Sud Europa e della sponda Nord dell’Africa. Creare macroregioni culturali ed economiche che spostino il baricentro dell’Europa verso la sua culla originaria.

  1. Scuole di formazione politica sul modello Prima Repubblica.

Se i leader del passato erano temprati, è perché dietro c’era un pensiero. Oggi manca la palestra. E dunque fondare laboratori di economia civile e politica per giovani, basati sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E non per creare un partito confessionale, ma per formare amministratori capaci di anteporre il bene comune ai freddi algoritmi economici soltanto.

  1. Economia civile e di comunione.

L’Europa comunitaria delle origini metteva al centro la persona. E allora si possono sostenere e mappare le forme di economia civile, cooperazione sociale e finanza etica sul territorio. Dimostrare che esiste un modo cristiano e solidale di fare impresa, che crea legami sociali anziché atomizzazione.

  1. Sussidiarietà e nuove coesioni territoriali.

Il Cristianesimo ha storicamente valorizzato i corpi intermedi (San Tommaso d’Aquino docet) e le autonomie locali radicate nella solidarietà. E dunque possiamo lavorare su progetti di aggregazione territoriale (reti di comuni, aree interne, macro-associazioni) che superino la frammentazione dei piccoli egoismi locali, dimostrando che l’unione identitaria produce anche sviluppo economico e sociale.

  • Pasquale Tucciariello, Centro Studi Leone XIII

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La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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