Il problema non è “Bella ciao”. Il problema è la giustizia che smette di sembrare terza

di Amedeo Massimo Minisini

Il video dei magistrati che cantano dopo il referendum non è una questione folkloristica né una banale polemica social. È il sintomo di una crisi più profonda: quella di istituzioni che, invece di custodire il proprio ruolo, sembrano voler partecipare alla contesa pubblica

Ci sono immagini che, prese da sole, potrebbero persino sembrare irrilevanti.
Un coro, un momento conviviale, una canzone, qualche sorriso, il clima di un dopovoto, la leggerezza apparente di un frammento sottratto al suo contesto. In tempi di comunicazione isterica, verrebbe quasi spontaneo liquidare tutto come l’ennesima polemica costruita sul nulla: un video, una reazione, due schieramenti che si insultano e il solito teatrino della pubblica indignazione.

Un magistrato ha il diritto, come cittadino, di avere idee, emozioni, simpatie.
Ma quando chi deve apparire terzo dà anche solo simbolicamente l’impressione di stare “da una parte”, il danno non è folkloristico. È istituzionale.

Per questo il video dei magistrati che cantano “Bella ciao” dopo il referendum non è una banalità da archiviare con una scrollata di spalle, né una questione folkloristica da affidare al solito derby tra indignati e minimizzatori. Chi la liquida così o non ha capito il problema, o fa finta di non capirlo

Perché il punto, in realtà, non è “Bella ciao”.
Il punto non è la canzone, non è il repertorio, non è la memoria storica, non è neppure il diritto personale – sacrosanto – di ciascun cittadino, magistrati compresi, ad avere opinioni, sensibilità, simpatie, umori, emozioni.

Il punto è un altro. Ed è molto più serio. Il nodo è la funzione, non la melodia.

Quando chi è chiamato per Costituzione, per ordinamento e per responsabilità pubblica a essere terzo, cioè estraneo alla lotta tra parti, appare invece – anche solo simbolicamente – come parte della contesa, allora si apre un problema che non riguarda il galateo, ma la credibilità delle istituzioni.

Questa è la vera questione.
E far finta di non capirlo sarebbe una forma di ipocrisia intellettuale.

Nessuno pretende che un magistrato sia una creatura senza idee, senza passioni, senza convinzioni. Nessuno immagina che l’accesso alla toga comporti una lobotomia civile. Ma proprio perché il magistrato non è un funzionario qualunque, proprio perché la sua funzione è una delle più delicate in uno Stato democratico, il suo rapporto con la sfera pubblica non può essere trattato con la superficialità di un dopocena tra amici.

Un magistrato può pensare ciò che vuole. Ma non può ignorare ciò che rappresenta.

Ed è qui che si colloca il punto decisivo: la giustizia non deve soltanto essere imparziale. Deve anche apparirlo.

È un principio antico, quasi ovvio, eppure oggi continuamente violato. Non perché siano venute meno le norme formali, ma perché si è logorato il senso del limite. E quando nelle istituzioni si perde il senso del limite, si apre sempre una stagione di confusione.

La crisi italiana: tutti vogliono “esserci”

Il fatto è che l’Italia vive da anni una malattia profonda: la smania generalizzata di partecipare alla scena. Nessuno sembra più voler custodire il proprio posto. Tutti vogliono “esserci”, intervenire, farsi vedere, prendere posizione, comunicare se stessi, mostrare la propria identità, la propria appartenenza, il proprio lato “umano”, “civile”, “impegnato”, “militante”, “autentico”.

È una malattia del nostro tempo. Ma nelle istituzioni diventa un problema grave. Perché una democrazia sana non vive del fatto che tutti parlano su tutto. Vive, al contrario, del fatto che ciascun potere conosce il proprio confine. Il Parlamento legifera. Il governo governa. L’informazione informa. La magistratura giudica. Sembra banale, ma non lo è più.

Oggi, infatti, il confine tra i poteri non viene quasi più percepito come una garanzia, ma come una limitazione insopportabile. Il magistrato non vuole solo giudicare: vuole spesso anche comunicare, commentare, segnalare, esprimere, alludere, marcare la propria presenza nel dibattito pubblico. Ed è esattamente in questo slittamento culturale che si consuma una parte importante della crisi di fiducia che attraversa il Paese.  Perché il cittadino può accettare perfino una sentenza sfavorevole. Quello che non accetta più è il sospetto che chi giudica non sia davvero sopra la contesa.

Il referendum e il problema dell’apparenza

In un passaggio delicato come quello di un referendum – qualunque sia il merito dei quesiti, qualunque sia il risultato – la magistratura avrebbe dovuto mantenere, almeno simbolicamente, una postura di rigorosa distanza. Non perché debba vivere in una teca di vetro, ma perché in quei momenti il simbolo pesa più del gesto. Questo è il punto che molti, troppo in fretta, fingono di non vedere: nelle istituzioni, l’apparenza non è un dettaglio. È sostanza democratica.

Chi liquida tutto con una scrollata di spalle, come se si trattasse solo di una canzone intonata a margine di un evento, dimentica una verità essenziale: il prestigio di una funzione pubblica non si consuma solo negli abusi clamorosi o nelle degenerazioni eclatanti. Si consuma anche nella progressiva banalizzazione dei codici, dei confini, dei comportamenti, del linguaggio simbolico.

La fiducia non crolla in un giorno. Si erode poco per volta. Prima con un gesto. Poi con una leggerezza. Poi con un’abitudine. Poi con la convinzione che, in fondo, non ci sia nulla di male. Ed è proprio così che si arriva al punto in cui il cittadino, guardando un’istituzione, non vede più un presidio imparziale, ma un pezzo della lotta politica nazionale. Il danno non è giuridico. È politico e morale. Sia chiaro: qui non si sta parlando necessariamente di un illecito, né si sta invocando una censura disciplinare ogni volta che un magistrato canta, sorride o si lascia andare a un gesto informale. Ridurre il problema a una dimensione burocratica sarebbe persino comodo, perché consentirebbe di spostare la discussione dal piano della cultura istituzionale a quello, più sterile, del cavillo. Il danno vero, invece, non è giuridico. È politico, simbolico e morale. Politico, perché alimenta l’idea che un potere dello Stato si percepisca come soggetto attivo della contesa pubblica. Simbolico, perché ogni gesto compiuto da chi esercita una funzione alta si carica inevitabilmente di un significato che va oltre l’intenzione personale. Morale, perché suggerisce che il pudore istituzionale – un tempo considerato una virtù – sia diventato un fastidio superato.  Invece no: il pudore istituzionale non è un residuo del passato. È una condizione di serietà democratica.

Il vero male italiano: l’indistinzione

A ben vedere, questa vicenda è solo un frammento di un problema più vasto: l’indistinzione generale dei ruoli.

In Italia si è progressivamente smarrita l’idea che il potere, per essere legittimo, debba anche essere misurato. Tutto si mescola: politica e spettacolo, informazione e militanza, giurisdizione e rappresentazione, funzione e identità personale.  È il trionfo dell’io sul ruolo. Dell’esibizione sulla misura. Dell’appartenenza sulla responsabilità. Eppure, una democrazia matura si difende esattamente al contrario: attraverso formelimitiriservesobrietà. Chi considera queste parole vecchie o noiose non ha compreso la natura della libertà istituzionale. Le forme non sono il guscio inutile del potere. Sono il suo argine. Sono ciò che impedisce alla forza di trasformarsi in arbitrio, alla funzione di farsi fazione, al prestigio di degenerare in prepotenza. Quando un magistrato dimentica – o finge di dimenticare – che il suo comportamento pubblico è sempre anche un fatto simbolico, non sta semplicemente “vivendo il proprio tempo”. Sta contribuendo, magari senza volerlo, a spostare la giustizia dal terreno della terzietà a quello della percezione partigiana. Ed è uno spostamento pericolosissimo. Le istituzioni non hanno bisogno di simpatia. Hanno bisogno di autorevolezza. Uno dei grandi equivoci della contemporaneità è pensare che le istituzioni, per essere accettate, debbano risultare simpatiche, vicine, “vere”, immediate, spontanee, emotive.  È falso. Le istituzioni non hanno bisogno di risultare simpatiche. Hanno bisogno di risultare credibili. E la credibilità non nasce dalla spontaneità, ma dalla disciplina del ruolo.

Un giudice non è chiamato a piacere. È chiamato a essere riconosciuto come giusto. Un magistrato non deve essere percepito come “uno di noi”. Deve essere percepito come uno che sta al posto giusto per garantire tutti. È una differenza enorme. Ed è precisamente quella differenza che rischia di svanire quando l’istituzione si lascia trascinare dentro il clima emotivo della parte. Le istituzioni forti non hanno bisogno di esibire consenso. Non hanno bisogno di cantare. Non hanno bisogno di partecipare. Hanno bisogno di restare in piedi, dritte, sobrie, leggibili.

Non servono scomuniche. Serve serietà

La risposta più intelligente a questa vicenda non sarebbe né il tifo opposto né l’invettiva isterica. Non servono crociate, non servono processi mediatici, non servono vendette simboliche. Servirebbe qualcosa di più raro e più utile: serietà.  Serietà da parte di chi indossa una funzione pubblica e dovrebbe comprendere che la libertà personale, quando si assume un ruolo così delicato, non può mai essere vissuta come se non avesse conseguenze pubbliche. Serietà da parte della magistratura associata, che dovrebbe interrogarsi non su come difendere corporativamente ogni episodio, ma su come ricostruire un profilo di sobrietà e fiducia davanti al Paese. Serietà da parte della politica, che troppo spesso usa la giustizia come arma di parte solo quando le conviene, salvo poi tacere o strillare a seconda della convenienza del giorno. E serietà, infine, da parte dell’opinione pubblica, che dovrebbe imparare a cogliere la differenza tra libertà privata e responsabilità istituzionale, invece di oscillare tra l’indulgenza cinica e la rabbia isterica. Il rischio vero è una giustizia percepita come parte. Il pericolo più grande, oggi, non è lo scandalo. Lo scandalo passa, il video scorre, la polemica cambia oggetto, il ciclo mediatico si chiude.  Il pericolo vero è più silenzioso.
Ed è per questo più grave. È la formazione lenta, capillare, quasi impercettibile, di una convinzione collettiva: che la giustizia non sia più davvero percepibile come casa comune, ma come una sensibilità collocata, una cultura schierata, un pezzo dell’ecosistema politico-mediatico del Paese. Quando questa convinzione prende piede, anche se solo in parte, la ferita democratica è già aperta. Perché una sentenza può essere contestata, criticata, impugnata. Ma una giurisdizione percepita come “di parte” smette, alla lunga, di essere riconosciuta come pienamente legittima da tutti. E questo, per una democrazia, è un veleno lentissimo e devastante.

Il problema non è “Bella ciao”. Il problema è la misura perduta

Ecco perché il punto non è la canzone. Il punto è la misura. Misura del linguaggio. Misura dei comportamenti. Misura dei simboli. Misura del rapporto tra persona e funzione. Una società seria non chiede ai magistrati di non avere idee. Chiede ai magistrati di non dimenticare mai che, quando parlano, si espongono, festeggiano o si mostrano pubblicamente, non sono mai soltanto individui. Portano addosso un ruolo. E quel ruolo appartiene a tutti. Per questo il tema non è né piccolo né folcloristico. È un tema di civiltà istituzionale. E se ci fosse ancora qualcuno disposto a difendere la qualità della nostra democrazia, dovrebbe ricominciare da qui: dal recupero di una verità semplice, severa e oggi quasi rivoluzionaria.

La giustizia non deve soltanto essere imparziale. Deve anche apparirlo.

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La forza della competenza
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