C’è un momento particolare nella vita di un uomo: quando decide di leggere personalmente un libro invece di farselo raccontare dagli altri.
È ciò che mi è accaduto acquistando il Corano.
Sfogliando la Sura II, mi sono trovato davanti a qualcosa che molti in Europa ignorano o fingono di ignorare: continui richiami ai patriarchi biblici, a Abramo, a Mosè, a Gesù Cristo e a Maria.
Non solo.
Ho trovato parole che invitano alla fede, alla misericordia, al rispetto reciproco e alla convivenza con ebrei e cristiani, definiti “Popoli del Libro”.
Ed allora nasce inevitabile una domanda:
com’è possibile che da una religione che contiene anche richiami alla pace, alla giustizia e alla sottomissione a Dio, possa emergere una realtà fatta di terrorismo, fanatismo, persecuzioni religiose e violenze che oggi preoccupano l’Europa e da decenni devastano molti Paesi islamici?
La domanda può apparire scomoda.
Ma evitare le domande scomode significa lasciare spazio agli estremismi.
La verità è che probabilmente esistono due realtà profondamente diverse.
Da una parte vi è l’islam religioso, spirituale, familiare, rispettoso della propria fede e spesso anche della fede altrui.
Un islam fatto di persone che pregano, lavorano, crescono i figli, rispettano le leggi dello Stato che li ospita e cercano Dio con sincerità.
Milioni di musulmani nel mondo vivono così.
E negarlo sarebbe una menzogna ideologica.
Dall’altra parte esiste invece un islam politico e radicalizzato che interpreta alcuni passi religiosi in chiave di dominio, conflitto e imposizione culturale.
Qui la fede smette di essere ricerca di Dio e diventa strumento di potere.
È il punto in cui nasce il fanatismo.
Un fenomeno che non riguarda soltanto l’islam.
Anche il Cristianesimo, nella storia, ha conosciuto guerre di religione, inquisizioni, violenze e strumentalizzazioni politiche del sacro.
Quando l’uomo usa Dio per giustificare sé stesso, il rischio diventa universale.
Ma nel mondo islamico contemporaneo il problema appare più evidente perché in molte aree manca ancora una netta separazione tra religione, potere politico e interpretazione giuridica.
Ed è qui che l’Europa commette spesso un errore gravissimo: o cade nell’islamofobia cieca, che considera ogni musulmano un potenziale nemico, oppure nell’opposto buonismo ideologico che nega persino l’esistenza del problema.
Entrambe le posizioni sono pericolose.
Perché il terrorismo islamista esiste.
Le persecuzioni contro cristiani ed altre minoranze in alcune aree del Medio Oriente e dell’Africa sono reali.
Le imposizioni radicali contro le donne, contro la libertà religiosa e contro il dissenso esistono davvero.
Ma esiste anche una grande massa silenziosa di musulmani che fugge proprio da quel fanatismo.
Molti arrivano in Europa non per conquistarla, ma per scappare da regimi corrotti, guerre civili, milizie religiose e violenze che hanno devastato le loro terre.
La vera domanda allora non è se l’islam sia “buono” o “cattivo”.
La vera domanda è: quale islam prevarrà?
Quello spirituale, aperto al dialogo e compatibile con la libertà occidentale?
Oppure quello politico-identitario che trasforma la religione in una bandiera di scontro?
Anche l’Europa deve però interrogarsi.
Perché un continente che perde la propria identità cristiana, culturale e morale difficilmente riuscirà a dialogare con altre civiltà senza paura o senza debolezza.
Il dialogo autentico non nasce dall’odio ma nemmeno dalla resa culturale.
Forse il punto più importante è proprio questo: si può rispettare profondamente un musulmano senza dover accettare il fanatismo islamista. Così come si può criticare l’estremismo senza odiare una religione intera.
È una distinzione che oggi troppi non vogliono fare.
Da una parte gli estremisti religiosi alimentano la paura.
Dall’altra gli ideologi occidentali censurano qualsiasi riflessione critica per paura di apparire “intolleranti”.
E nel mezzo resta il cittadino comune, confuso, spaventato, spesso incapace di distinguere tra fede e radicalismo.
Don Luigi Sturzo probabilmente avrebbe invitato tutti ad un principio semplice ma severo: la religione deve elevare l’uomo, non trasformarlo in strumento politico.
Quando una fede perde il senso della dignità umana, della libertà e della coscienza, smette di avvicinare a Dio e diventa ideologia. E le ideologie, nella storia, hanno sempre prodotto macerie.
Forse allora la vera sfida del nostro tempo non è lo scontro tra Cristianesimo e Islam. Ma lo scontro tra spiritualità e fanatismo. Tra fede e potere. Tra chi cerca Dio e chi usa Dio. Ed è una battaglia che riguarda tutti.
Cristiani, musulmani, ebrei e persino un’Europa sempre più smarrita, che rischia di perdere sé stessa mentre discute soltanto degli altri.