LA LEGGE ELETTORALE NON È UN ABITO SU MISURA

di Amedeo Massimo Minisini

Destra e sinistra smettano di contare i seggi prima ancora che gli italiani abbiano votato. Le regole della democrazia devono valere anche quando a vincere è l’avversario.

Ogni volta che in Italia si parla di legge elettorale, la discussione si trasforma in una battaglia campale. La destra accusa la sinistra di voler impedire la governabilità; la sinistra accusa la destra di prepararsi una vittoria per legge. I partiti maggiori cercano il premio, quelli minori cercano la sopravvivenza, mentre le segreterie difendono il potere di scegliere i candidati.

In mezzo rimane il cittadino.

È questo il vero problema. La legge elettorale, che dovrebbe essere la porta d’ingresso della sovranità popolare nelle istituzioni, viene troppo spesso considerata uno strumento per trasformare percentuali, alleanze e convenienze in seggi parlamentari. Non si parte dalla domanda: quale sistema rappresenta meglio gli italiani e garantisce governi responsabili?

Si parte, invece, da un’altra domanda: con quale sistema possiamo vincere? La maggioranza rivendica giustamente la necessità della stabilità. L’Italia ha conosciuto troppi governi nati e caduti nei palazzi, troppe maggioranze trasformate durante la legislatura e troppi programmi dimenticati poche settimane dopo le elezioni. Ma la stabilità non può essere costruita gonfiando artificialmente il risultato elettorale. Governabilità non significa attribuire un potere sproporzionato a chi abbia conquistato soltanto una maggioranza relativa dei consensi. L’opposizione, dal canto suo, ha ragione quando chiede garanzie e rappresentatività. Ma non può limitarsi a dire di no a qualsiasi correttivo maggioritario, salvo poi invocare governi capaci di durare e decidere. Un proporzionale senza responsabilità rischierebbe di riportare la formazione dei governi interamente nelle trattative successive al voto. La verità è che entrambe le parti possiedono una ragione e nascondono una convenienza. La destra vuole la stabilità, ma anche un sistema favorevole a una coalizione oggi più organizzata. La sinistra difende la rappresentanza, ma teme soprattutto di essere penalizzata dalla propria frammentazione. I piccoli partiti difendono il pluralismo, ma spesso cercano soltanto una soglia abbastanza bassa da garantire qualche seggio e un successivo potere di interdizione. Occorre uscire da questo commercio politico. La proposta de L’Idea Popolare è quella di un vero patto elettorale repubblicano. Un sistema proporzionale deve assicurare che ogni forza politica sia rappresentata secondo i voti realmente ricevuti. Una soglia ragionevole deve impedire la proliferazione di sigle personali nate alla vigilia delle elezioni soltanto per contrattare candidature e alleanze. Gli elettori devono però tornare a scegliere le persone. Liste brevi, candidati riconoscibili e una preferenza permetterebbero di spezzare il dominio delle segreterie senza ritornare alle esasperazioni e alle spese incontrollate di certe campagne elettorali del passato. Un premio di governabilità può essere previsto, ma deve essere moderato, variabile e subordinato al raggiungimento di un consenso realmente significativo. Non può essere una cambiale in bianco consegnata alla coalizione arrivata prima, indipendentemente dalla sua forza nel Paese. Chi si avvicina alla maggioranza dei voti può ricevere un piccolo completamento di seggi che gli consenta di governare. Chi rimane molto lontano dalla maggioranza deve invece cercare in Parlamento un accordo politico trasparente. La stabilità, inoltre, non può dipendere soltanto dalla formula elettorale. Sarebbe più serio introdurre la sfiducia costruttiva: un governo dovrebbe poter cadere solamente quando esiste già una nuova maggioranza pronta ad assumersi la responsabilità di governare. In questo modo si eviterebbero crisi al buio, ribaltoni e lunghi periodi di paralisi. nche l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio può essere utile sul piano politico, purché non diventi una falsa elezione diretta. L’Italia resta una Repubblica parlamentare. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e il Governo deve ottenere la fiducia delle Camere. Questi equilibri non possono essere modificati indirettamente attraverso una legge ordinaria. Ma la garanzia più importante sarebbe un’altra: nessuna maggioranza dovrebbe approvare da sola la legge con la quale spera di vincere le elezioni successive. Le regole elettorali dovrebbero essere votate da una maggioranza qualificata, dopo un confronto pubblico e parlamentare vero. E dovrebbero entrare in vigore con sufficiente anticipo, evitando cambiamenti dettati dai sondaggi dell’ultimo momento. Una legge è giusta quando la maggioranza sarebbe disposta ad accettarla anche trovandosi domani all’opposizione. Ed è giusta quando l’opposizione sarebbe pronta a rispettarla anche dopo aver vinto. Questa dovrebbe essere la prova decisiva. Nella lezione civile e sturziana, le istituzioni non appartengono ai partiti, ma alla comunità nazionale. La politica non deve impadronirsi delle regole: deve custodirle. Destra e sinistra rinuncino dunque alla tentazione di cucire un abito su misura. Costruiscano insieme una legge semplice, comprensibile, rappresentativa e capace di produrre responsabilità. Perché le elezioni non devono garantire la vittoria di qualcuno. Devono garantire che la volontà degli italiani venga rispettata da tutti.

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La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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