Quattro sono le radici dell’attuale Unione Europea: 1) il bisogno, emerso dopo la II guerra mondiale, di evitare che gli imperialismi, soprattutto quello germanico, portassero, sul continente e non solo, a nuovi conflitti di estrema gravità (fu questo un orientamento soprattutto americano, com’è noto); 2) lo spirito di unire popoli diversi – ma non troppo – in un’ottica di cooperazione e solidarietà; 3) la volontà di favorire i poteri forti in modo di porre argini alla forza delle democrazie, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino; 4) l’antico disegno di indebolire i bastioni della civiltà europea, soprattutto cristiana, anche sfruttando le prospettive di emigrazione per popolazioni varie, da est e da sud.
Il primo punto non sembra presentare la necessità di particolari approfondimenti, ma: andrebbe spiegata la durezza di trattamento verso l’Italia alla fine del secondo conflitto mondiale, soprattutto dopo che, con il miracolo economico, la guida illuminata di personaggi come Mattei, Moro e Craxi (e non solo loro tre, tutti eliminati anche fisicamente) e l’importanza assunta dal Paese durante la cosiddetta Prima Repubblica, fu abbandonato definitivamente il progetto di John Kennedy, di vederci alla testa dei “non allineati” (in subordine, tale compito passò allo schieramento “avverso” che trovò risposta nella Jugoslavia, in seguito dissolta); e, al contrario, la mitezza nei confronti della Germania, tranne riaprire – ma solo recentemente – il problema, alla luce del suo avvicinamento alla Russia di Putin (conseguenza delle scelte scriteriate in campo energetico ed ambientale) che sta dietro il conflitto con l’Ucraina.
Anche il quarto ed ultimo punto merita un’analisi a parte e potrebbe essere approfondito in un’altra occasione.
Quindi, ciò che rileva, sembrerebbe essere la contraddizione tra le istanze legate ad un’Europa economica e politica, da una parte, e quelle della finanza e dei poteri forti.
Fino al 1989, infatti, sembrava prevalere un’impostazione che tentava di coniugare (non sempre riuscendoci) interessi nazionali, a volte molto divergenti fra di loro, e istanze di solidarietà tra popoli che avevano molto da condividere in materia economica, culturale e sociale.
La caduta del Muro di Berlino, invece di spingere a strategie di collaborazione verso una realtà dipinta come nemica e che doveva incamminarsi ad una propria redenzione, esacerbò le richieste dei poteri forti – nell’ambito dell’Unione Europea stessa – di limitare democrazia, partecipazione e lo stesso benessere delle classi lavoratrici, visti come il prezzo, già pagato, nel confronto con l’Unione Sovietica ed i suoi alleati, da parte dei “padroni del vapore” industriali e bancari.
La scelta di non tendere una mano alla Russia, in grandi difficoltà, ma pur sempre serbatoio di cultura cristiana e di immense ricchezze energetiche, faceva il paio con l’errore non meno grave di qualche decennio prima; quando il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale imposero politiche restrittive in tutti i campi (economico, fiscale e monetario); ciò fu sbagliato per i Paesi maggiormente sviluppati e ne determinò un rallentamento con pochi precedenti; ma ancor di più per quei Paesi (Africa ed Asia Occidentale) che presentavano altissimi tassi di crescita demografica; così, costringendoli all’insostenibile debito con le banche commerciali, alla riduzione del PIL pro capite ed all’emigrazione di massa.
Un’Europa che avesse voluto unirsi, dunque, avrebbe dovuto puntare su coesione e convergenza, non solo a parole, ma selezionando gli strumenti più importanti: soprattutto la leva fiscale che, introducendo un’adeguata equalizzazione delle aliquote, avrebbe reso la competitività sostenibile; invece, si scelse tutto il contrario, la moneta unica ovvero l’eliminazione dell’antidoto alle diseguaglianze derivanti da una competitività esasperata che richiedeva conflitto fra le classi lavoratrici dei vari Paesi e l’opposto della sostenibilità.
A questo punto, tre possono essere le strategie di difesa dalla disgregazione europea: 1) un’azione di contrasto ai conflitti in corso (si pensi soprattutto all’Ucraina ed all’Asia occidentale), diversamente da quanto si è visto negli anni più recenti; 2) l’antidoto all’uso che si è fatto della moneta unica dal suo varo, almeno riportando la Banca Centrale a fungere da “prestatore di ultima istanza”, seppure in base a parametri legati al PIL, alla popolazione, alle potenzialità od esigenze espansive di ciascun Paese; 3) l’introduzione di una seconda valuta (a sola circolazione nazionale) volta ad affrontare la sostenibilità del passaggio da un’economia soprattutto incentrata sulla produzione di beni materiali ad elevato profitto, verso un’economia caratterizzata maggiormente dalle esigenze di approntare tutti i servizi immateriali di cui abbisogna la popolazione (che sono a profitto negativo ed a valore aggiunto positivo).
Questo terzo aspetto strategico merita qualche altra considerazione aggiuntiva.
Con l’eccezione delle piccolissime imprese (che, paradossalmente, sono più avanti delle grandi, ma non presentano una sufficiente consapevolezza, almeno collettiva, del fenomeno) le attività di produzione dei beni materiali devono presentare un profitto “qualificato” ( vale a dire un’incidenza del fatturato sul costo che non sia inferiore al rendimento dei principali investimenti finanziari, vale a dire le obbligazioni); tale dinamica tende a limitare l’approntamento di detti beni materiali ed il loro agganciamento alle logiche del mercato (che penalizzano chi ha meno redditi); invece, la limitazione nella produzione di beni immateriali unisce un insufficiente impiego della risorsa umana all’assenza di tali fondamentali servizi per la gran parte della popolazione.
Se l’Europa saprà, dunque, risolvere tali tre problematiche (rapporti con l’Est e con il Sud per raggiungere una forte ed efficiente complementarietà nella pace; rimodulazione degli assetti monetari e di bilancio degli Stati; riconoscimento di un modello economico e sociale nuovo che consenta di soddisfare tutte le esigenze dei cittadini) allora il tema del suo assetto politico e strategico potrà venir affrontato positivamente; anche in un’ottica più confederativa che federativa; è, cioè, importante tenere, sempre, nella dovuta considerazione la bussola principale che è il rispetto reciproco, ovvero il riferimento – senza eccezioni – al principio del Trattato di Westfalia del 1648, consistente nel riconoscimento dell’altrui sovranità.
* Economista, Rettore università CAMPUS HETG di Ginevra