POLITICA NUOVA O NUOVA POLITICA ? UNA DISTINZIONE STURZIANA

di Amedeo Massimo Minisini

Dalla irresponsabile scelta di Martinazzoli di sciogliere la Democrazia Cristiana senza convocare un Consiglio Nazionale, decine e decine di iniziative per appropriarsi del nome e non solo politico. In periodico l’Idea Popolare di don Luigi Sturzo, ha partecipato ed anche promosso molte iniziative finalizzate al rientro della diaspora che aveva prodotto olgtre trenta partitini. Tutti falliti sul nascere, tanti generali e nessuna truppa.
Ci si riempie la bocca e i proclami per riferire delle proprie iniziative politiche alla Dottrina Sociale della Chiesa, molte di queste senza conoscerne la genesi e i contenuti. Abbiamo assistito negli ultimi anni a interessanti partenze, tutte di buoni propositi, tutte finalizzate, almeno al debutto, al recupero di quei valori calpestati e alla necessità di riportare al centro la politica, tutte si richiamano alla Politica Nuova ma poi gettare la maschera e scoprire la vera finalita : una cadrega , poltroncina rosso velluto alla Camera dei Deputati o al Senato della Repubblica. Ci si è riempita la bocca con l’intenzione di recuperare i non voto, di far partire la politica dal basso, recuperando i contatti con la gente, quella che lavora, anche con infinite difficoltà e tira la cinghia sino al 30 del mese. Poi con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali, sia locali, nazionali o europee si cercano gli accordi con i partiti oramai definiti tradizionali ma che rappresentano solo poco più del trenta per cento della rappresentanza elettorale nazionale.

Una lotta all’ultimo voto. Le nuove sigle, gonfie di propositi riformisti della buona politica, confluiscono nei cosiddetti panettoni elettorali, sia a destra sia a sinistra dimenticando le promesse della buona politica e cannabbalizzando il bacino elettorale di quel o quei partiti che formano la coalizione, si chiamino destra o campo largo. Tanti deputati o senatori avevano prima e tanti ne avranno dopo, non cambia nulla ed allora i partitini offrono le loro presunte truppe per una poltroncina o massimo due, se va bene. E allora ? POLITICA NUOVA O NUOVA POLITICA ??? Cosa direbbe il nostro Maestro Don Luigi Sturzo ??? Sembrerebbe un gioco di parole ma analizzandolo con molta attenzione la realtà cambia parecchio. POLITICA NUOVA, di solito indica nuovi contenuti (programmi, idee, proposte), nuove priorità ( riferimento all’ambiente, ai problemi del lavoro, alla giustizia sociale e altro) insomma il tentativo in buona fede, o almeno nei programmi elettorali di aggiornare la politica tradizionale. In pratica non cambia nulla, si continua con la solita politica, con qualche tema nuovo ma si torna come si dice, passata la festa gabbato il Santo. NUOVA POLITICA. Qui si vuole descrivere un nuovo metodo di fare politica. Un sistema di lavoro politico diverso dal vecchio, partecipazione dal basso, maggiore trasparenza e ascolto, verifica dal basso dei reali problemi della gente. Abbandono del vecchio stile di fare politica, professionismo, élite, distacco dalla realtà; tutta un nuovo sistema di etica politica pubblica, più coerenza, più servizio e responsabilità nei rapporti con la gente. In soldoni poveri cambierebbe il linguaggio, il comportamento, il rapporto con il popolo insomma un nuovo modo di come andrebbe fatta la politica, non solo per cosa si propone.
Per Luigi Sturzo la politica Nuova è strumento e non fine. Deve poter dire attenzione ai problemi emergenti del tempo attuale, riforme necessarie all’interno dell’ordinamento esistente e massima attenzione con risposte adeguate e precise alla crisi del presente. Perché questa necessità ? Il cambiamento nel fare politica, continuare su questa strada c’è il rischio di arrivare ad una politica di adattamento e l’elettorato sempre più incline a disertare i seggi. Perché si insiste sull’affermare che è sempre più attuale la politica dettata da don Luigi Sturzo. Per il presbitero la politica vera è autonomia della società dallo Stato, la centralità dei corpi intermedi: comuni, province cooperative, associazioni, sindacali e importante la sussidarietà prima ancora della parola giuridica, quindi la politica come servizio organizzato e non come mestiere di potere. Nuova politica, non perché moderna ma perché nasce dal basso verso l’alto, verso lo Stato, il coinvolgimento delle persone quindi, una politica nuova senza una nuova politica sarà solo un rifacimento di facciata un maquillage. Non è necessario inventarsi nuovi linguaggi, usare antiche idee sarà necessario renderle vive. Una formula per oggi, sintetica : La politica nuova cambia i programmi, la nuova politica il potere. Questo è don Sturzo oggi !
Per Luigi Sturzo la politica non è un fine, ma uno strumento al servizio della società. La vera riforma non parte dallo Stato ma dalla libertà e responsabilità delle persone organizzate. Questi al cuni principi fondamentali sturziani:
a) Autonomia della società civile dallo Stato b) Centralità dei corpi intermedi (comuni, associazioni sindacati ecc) c) Sussidarietà come criterio di governo, non come slogan d) Politica come servizio temporaneo non come professione permanente Una politica che cambia solo i programmi ma non il modo di decidere, resta prigioniera del sistema che dice di voler riformare. E’ su questa distinzione che si misura oggi, la possibilità di una democrazia vitale, pluralista e realmente popolare.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

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L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

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