Su iniziativa del Centro Studi Leone XIII Con un grande convegno a Rionero in Vulture si lancia il progetto Macroregione SUD

Di Pasquale Tucciariello

Convegno di studio a Rionero in Vulture (Potenza) Sabato 21 marzo 2026 Perché una giornata di analisi. Il Sud si spopola, è un’emorragia inarrestabile. I giovani vanno via, le condizioni strutturali facilitano la fuga verso il Nord e l’estero. Si può ancora correre ai ripari, tentare una qualche strada, inventarsi qualcosa di serio, un qualche tentativo sostenuto da, chiamiamoli pure, prerequisiti che consentono di operare su fondamenta solide. La giornata di studio che stiamo organizzando si presenta alla grande, perché notiamo un interesse straordinario. E i relatori sono professionisti con menti ordinate. Ecco alcuni nuclei tematici che sostengono l’iniziativa. Radice storica. Il modello Normanno-svevo. Il progetto parte da un’analisi storica (già oggetto di una serie podcast) sul regno di Ruggero II, Federico II e Manfredi fino Ferdinando II di Borbone. L’obiettivo è dimostrare che il Sud Italia non è la "periferia d'Europa", ma il baricentro naturale del Mediterraneo. Recuperare questa consapevolezza è il primo passo per costruire un'identità riconoscibile. Aggregazione territoriale motivata. In un mercato globale, le singole regioni del Sud sono troppo piccole per contare. La Macroregione viene proposta come una "piattaforma di coordinamento" tra Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. Cinque Governatori, un primus inter pares. Un’unica regia per le infrastrutture, la logistica portuale e l’attrazione di investimenti esteri. Orizzonte Mediterraneo. Il Mediterraneo è tornato a essere il cuore degli scambi mondiali (energia, merci, cavi sottomarini). Macroregione Sud può candidarsi come molo logistico e tecnologico, dialogando direttamente con le sponde del Nord Africa e del Medio Oriente. Transizione 5.0. Tecnologia al servizio dell'uomo. Il salto di qualità non è solo politico, ma produttivo. Attraverso l'adozione dell'Industria 5.0 (Intelligenza Artificiale, sostenibilità energetica, centralità delle competenze umane in formazione), le imprese del Sud possono superare il gap infrastrutturale fisico, puntando sull'eccellenza digitale e sulla personalizzazione del prodotto. Obiettivo. Finalità ultima del progetto è creare un ecosistema dove l'innovazione tecnologica e la visione geopolitica generino occupazione di alta qualità. Vogliamo trasformare il "diritto a emigrare" nel "diritto a restare", rendendo il Sud un polo d'avanguardia che sappia parlare al mondo con la forza della sua storia e la potenza Programma Federicus. Per contrastare l'emorragia di talenti e lo spopolamento, la Macroregione lancia il Programma Federicus, un sistema di alta formazione e mobilità interregionale che supera il modello Erasmus per ambizione e risorse. L'Erasmus è spesso percepito come parentesi formativa all'estero; il Federicus è un investimento strutturale per creare la futura classe dirigente della Macroregione. Si possono prevedere borse di studio raddoppiate rispetto agli standard europei e assegni di ricerca territoriali finanziati dalla regia unica della Macroregione e da partner industriali. Gli studenti si muovono per studiare e per accedere a laboratori d'eccellenza distribuiti tra le cinque regioni come sistema di saperi integrato. Il Federicus garantisce tirocini retribuiti nelle grandi aziende della Macroregione e percorsi facilitati per l'imprenditoria giovanile nel Sud, trasformando la mobilità formativa in radicamento professionale. Trasformiamo il diritto ad emigrare in diritto a restare. Pasquale Tucciariello, presidente Centro Studi Leone XIII.

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Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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