L’Italia che lavora esiste ancora. Ma viene lasciata sola
di Giangabriele Foschini
C’è un’Italia che non compare nei convegni, non detta l’agenda ai talk show e non si racconta bene sui social. È l’Italia che apre la serranda alle sette del mattino, che accende i macchinari, che prepara consegne, che risponde ai clienti, che fa conti con le bollette, con le tasse, con i contributi, con la burocrazia, con il personale che manca e con un mercato sempre più incerto. È l’Italia che lavora davvero.
La tengono in piedi piccole imprese, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, cooperative, dipendenti qualificati, tecnici, operai specializzati, donne che dividono il tempo tra lavoro e famiglia, giovani che provano a costruirsi un mestiere senza aspettare il posto promesso da qualcuno. Non fanno rumore, ma fanno andare il Paese.
Il paradosso è che proprio questa Italia, che produce reddito, occupazione e coesione sociale, viene spesso trattata come un bancomat o come una categoria da spremere. Se va bene, la si ignora. Se va male, la si colpevolizza. Eppure il lavoro vero non nasce dai decreti annunciati in conferenza stampa, ma da un tessuto quotidiano di responsabilità, rischio, competenza e fatica.
Basta parlare con un piccolo imprenditore o con un artigiano per capire dove stia il problema. Il primo ostacolo non è quasi mai la voglia di fare. È il contesto. Aprire o tenere aperta un’attività significa oggi affrontare un percorso a ostacoli: costi fissi elevati, pressione fiscale, adempimenti continui, tempi lunghi, credito più difficile, concorrenza spesso squilibrata. In molti casi non manca il lavoro: manca l’ossigeno per sostenerlo.
Poi c’è il grande equivoco italiano sul lavoro dei giovani. Da una parte si ripete che “i ragazzi non vogliono lavorare”. Dall’altra si offre troppo spesso lavoro povero, precario, sottopagato, senza formazione e senza prospettiva. La verità è che un Paese serio non si limita a creare occupazione qualsiasi: crea lavoro che abbia dignità, crescita, futuro.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia che lavora resiste. Resiste nelle officine di provincia, nei laboratori artigiani, nei negozi di quartiere, nelle aziende familiari, nei servizi che funzionano grazie a persone concrete e non a slogan. Resiste spesso in silenzio. Ma non può essere lasciata sola all’infinito.
Se davvero si vuole ripartire, bisogna smettere di guardare al lavoro come a un tema da propaganda e tornare a considerarlo per ciò che è: il fondamento della libertà personale, della stabilità familiare, della giustizia sociale e della forza di una nazione.
L’Italia che lavora non chiede privilegi. Chiede una cosa molto più semplice e molto più seria: di non essere ostacolata ogni giorno da chi dice di volerla difendere
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La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.
LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI
La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.
L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.
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