Categoria: L’italia che lavora

  • L’Italia che lavora esiste ancora. Ma viene lasciata sola

    L’Italia che lavora esiste ancora. Ma viene lasciata sola

    di Giangabriele Foschini

    C’è un’Italia che non compare nei convegni, non detta l’agenda ai talk show e non si racconta bene sui social. È l’Italia che apre la serranda alle sette del mattino, che accende i macchinari, che prepara consegne, che risponde ai clienti, che fa conti con le bollette, con le tasse, con i contributi, con la burocrazia, con il personale che manca e con un mercato sempre più incerto. È l’Italia che lavora davvero.
    La tengono in piedi piccole imprese, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, cooperative, dipendenti qualificati, tecnici, operai specializzati, donne che dividono il tempo tra lavoro e famiglia, giovani che provano a costruirsi un mestiere senza aspettare il posto promesso da qualcuno. Non fanno rumore, ma fanno andare il Paese.
    Il paradosso è che proprio questa Italia, che produce reddito, occupazione e coesione sociale, viene spesso trattata come un bancomat o come una categoria da spremere. Se va bene, la si ignora. Se va male, la si colpevolizza. Eppure il lavoro vero non nasce dai decreti annunciati in conferenza stampa, ma da un tessuto quotidiano di responsabilità, rischio, competenza e fatica.
    Basta parlare con un piccolo imprenditore o con un artigiano per capire dove stia il problema. Il primo ostacolo non è quasi mai la voglia di fare. È il contesto. Aprire o tenere aperta un’attività significa oggi affrontare un percorso a ostacoli: costi fissi elevati, pressione fiscale, adempimenti continui, tempi lunghi, credito più difficile, concorrenza spesso squilibrata. In molti casi non manca il lavoro: manca l’ossigeno per sostenerlo.
    Poi c’è il grande equivoco italiano sul lavoro dei giovani. Da una parte si ripete che “i ragazzi non vogliono lavorare”. Dall’altra si offre troppo spesso lavoro povero, precario, sottopagato, senza formazione e senza prospettiva. La verità è che un Paese serio non si limita a creare occupazione qualsiasi: crea lavoro che abbia dignità, crescita, futuro.
    Eppure, nonostante tutto, l’Italia che lavora resiste. Resiste nelle officine di provincia, nei laboratori artigiani, nei negozi di quartiere, nelle aziende familiari, nei servizi che funzionano grazie a persone concrete e non a slogan. Resiste spesso in silenzio. Ma non può essere lasciata sola all’infinito.
    Se davvero si vuole ripartire, bisogna smettere di guardare al lavoro come a un tema da propaganda e tornare a considerarlo per ciò che è: il fondamento della libertà personale, della stabilità familiare, della giustizia sociale e della forza di una nazione.
    L’Italia che lavora non chiede privilegi. Chiede una cosa molto più semplice e molto più seria: di non essere ostacolata ogni giorno da chi dice di volerla difendere

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    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • Aziende senza personale che fatturano milioni: il paradosso della nuova economia

    Aziende senza personale che fatturano milioni: il paradosso della nuova economia

    di Giangabriele Foschini

    Nel sistema economico italiano esiste un fenomeno poco conosciuto ma sempre più diffuso: società formalmente piccolissime – talvolta con un solo amministratore e senza dipendenti – capaci di fatturare milioni di euro. Non si tratta di anomalie contabili, ma del segno di una trasformazione profonda del modo di produrre ricchezza. Per lungo tempo l’immaginario dell’impresa è stato legato alla fabbrica: capannoni, operai, linee di produzione.

    Oggi, invece, una parte crescente dell’economia si fonda su beni immateriali: idee, software, diritti, marchi, consulenze. In questi settori il numero dei dipendenti conta molto meno del valore dell’intelligenza o del patrimonio intellettuale che l’azienda possiede.
    In Italia non mancano esempi di società con una sola persona – spesso l’amministratore o il titolare – che riescono a generare fatturati molto elevati. Un primo ambito è quello della consulenza strategica, finanziaria o informatica. Un professionista può costituire una società a responsabilità limitata unipersonale, lavorare direttamente con grandi imprese o istituzioni e fatturare servizi ad alto valore aggiunto. Non è raro che una struttura formalmente composta da una sola persona coordini una rete di collaboratori esterni, consulenti o freelance. Il fatturato può superare facilmente uno o due milioni di euro l’anno, mentre il lavoro operativo viene distribuito attraverso incarichi professionali.
    Un altro settore riguarda la gestione dei diritti d’autore, musicali o editoriali. Artisti e autori spesso amministrano i propri diritti tramite società dedicate. In questi casi il fatturato deriva da royalties, licenze, concerti o sfruttamento commerciale delle opere. Artisti di grande popolarità, come Vasco Rossi o Ligabue, gestiscono attività economiche attraverso strutture societarie che possono avere dimensioni operative molto ridotte rispetto al volume economico generato.
    Un fenomeno analogo si osserva nel settore immobiliare. Molte società proprietarie di immobili hanno un solo amministratore e nessun dipendente. Tuttavia possiedono palazzi, complessi commerciali o patrimoni immobiliari che generano affitti considerevoli. Un singolo edificio situato in città come Milano o Roma può produrre entrate annuali molto elevate. In questi casi la società non ha bisogno di personale: la gestione viene affidata a studi esterni, amministratori condominiali o società di servizi.
    Un ulteriore esempio è rappresentato dalle imprese che possiedono brevetti o software. L’azienda può limitarsi a sviluppare una tecnologia e poi concederla in licenza ad altre imprese. Le royalties generano fatturati importanti senza richiedere una struttura organizzativa complessa. Molte start-up tecnologiche nascono proprio in questo modo: piccoli gruppi di fondatori, talvolta addirittura una sola persona, capaci di creare prodotti digitali scalabili. Un caso noto è quello della piattaforma turistica Musement, nata come iniziativa imprenditoriale innovativa e poi acquisita dal grande gruppo internazionale TUI Group.
    Il volto nuovo della microimpresa. Questo fenomeno mostra come la struttura dell’impresa stia cambiando. La ricchezza non deriva più soltanto dalla dimensione industriale o dal numero dei lavoratori impiegati, ma sempre più dal capitale intellettuale, dalla creatività e dalla capacità di gestire reti di collaborazione.
    In Italia, paese tradizionalmente fondato sulle piccole e medie imprese, queste micro-società rappresentano una nuova frontiera dell’imprenditorialità: aziende piccolissime nella struttura, ma capaci di muovere volumi economici degni di realtà molto più grandi.

    È il paradosso della nuova economia: imprese senza personale che, grazie alle idee e ai diritti che possiedono, riescono comunque a fatturare milioni.

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    La forza della competenza
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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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  • Lavoro, impresa e bene comune

    Lavoro, impresa e bene comune

    di Giangabriele Foschini

    Le fabbriche senza sciopero : utopia o realizzazione della Dottrina sociale della Chiesa?
    Dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus: lo sciopero è un diritto ma non il fine. Quando l’impresa diventa comunità e il lavoro torna persona, il conflitto si previene nella giustizia sociale. La lezione sturziana per l’Italia che vuole tornare a produrre.
    C’è una domanda che attraversa in silenzio il mondo del lavoro contemporaneo: è possibile un’impresa nella quale lo sciopero diventi inutile non perché vietato, ma perché superato dalla giustizia sociale?
    La Dottrina sociale della Chiesa risponde da oltre un secolo con una chiarezza che oggi appare profetica.
    Già con la Rerum Novarum (1891) Leone XIII sottraeva il lavoro alla logica della merce per restituirlo alla dignità della persona. Da quel momento il conflitto sociale non veniva negato, ma ricondotto dentro un orizzonte più alto: quello del bene comune.
    San Giovanni Paolo II, nella Laborem Exercens, riconosce esplicitamente lo sciopero come diritto legittimo dei lavoratori, ma lo definisce anche per ciò che è realmente: uno strumento estremo. Segno di una ferita. Non la normalità di un sistema giusto.
    Una società che vive di scioperi permanenti non è una società più avanzata: è una società che non ha ancora risolto la questione della giustizia nel lavoro.
    La grande intuizione del Magistero sociale — da Leone XIII a Benedetto XVI — è che l’impresa non è un semplice luogo di produzione ma una comunità di uomini.
    Qui cade la falsa alternativa che ha segnato il Novecento:
    • capitalismo senza volto
    • collettivismo statalista
    La via cristiana è un’altra: centralità della persona, giusto salario, partecipazione dei lavoratori, diffusione della proprietà, corpi intermedi vivi. È l’economia sociale di mercato. È l’economia civile. È, in Italia, l’intuizione politica di don Luigi Sturzo. Sturzo aveva compreso che la questione sociale non si risolve nello scontro ma nella costruzione di un ordine giusto.

    Il suo principio è oggi più attuale che mai:eApplicato al lavoro significa: • relazioni industriali partecipative
    • contrattazione reale
    • welfare aziendale
    • responsabilità condivisa
    Non paternalismo. Non assistenza. Ma organismo sociale.
    Quando lo sciopero diventa inutile? Esistono realtà produttive nelle quali il conflitto è rarissimo. Non perché il lavoratore sia più debole ma perché:
    • il salario è giusto
    • la persona è rispettata
    • l’impresa è percepita come bene comune
    Qui si realizza concretamente ciò che la Dottrina sociale indica da sempre. Lo sciopero resta possibile, ma non necessario. Ed è questa la vera vittoria della giustizia sociale.
    Attenzione però: non ogni fabbrica senza scioperi è un modello cristiano specie poi se il silenzio nasce da:
    • precarietà
    • paura
    • assenza di rappresentanza
    non siamo davanti all’armonia sociale ma alla negazione della dignità del lavoro.
    La Dottrina sociale della Chiesa non accetta la pace fondata sulla debolezza.
    In un tempo in cui:
    • il lavoro è frammentato
    • l’impresa è finanziarizzata
    • il lavoratore è isolato
    la proposta cristiano-popolare torna ad essere l’unica alternativa credibile alla guerra sociale permanente.
    Non si tratta di nostalgia.
    Si tratta di scegliere tra: società del conflitto e società della cooperazione La fabbrica senza sciopero non è un’utopia è l’obiettivo naturale di un ordine sociale fondato su:
    • persona
    • partecipazione
    • bene comune
    È il programma indicato dalla Dottrina sociale della Chiesa.
    È la via tracciata dal popolarismo sturziano.
    È la riforma di cui l’Italia ha oggi drammaticamente bisogno.
    Perché dove la giustizia è reale, il conflitto non scompare per decreto: semplicemente
    non serve.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
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    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
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    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

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  • Le imprese italiane e l’eredità sturziana dell’economia al servizio della società

    Le imprese italiane e l’eredità sturziana dell’economia al servizio della società

    di Giangabriele Foschini

    Nel tempo della globalizzazione finanziaria e della crescente concentrazione del potere economico, il sistema produttivo italiano continua a esprimere realtà imprenditoriali che richiamano una concezione dell’economia non riducibile al solo profitto, ma orientata al lavoro, alla responsabilità e al bene comune.
    È una visione che affonda le sue radici nel pensiero di don Luigi Sturzo, fondatore nel 1919 de L’Idea Popolare, per il quale l’economia doveva restare strumento della società e non fine a sé stessa, e l’impresa svolgere una funzione sociale inscindibile dalla dignità della persona e dal ruolo delle comunità.
    In questo solco si collocano molte imprese italiane capaci di competere a livello globale restando ancorate all’economia reale. Ferrari, esempio di eccellenza manifatturiera e valore del lavoro qualificato, Leonardo, gruppo strategico dell’aerospazio e della difesa, e Prysmian, leader mondiale nelle infrastrutture energetiche e digitali, mostrano come industria, innovazione e interesse nazionale possano procedere insieme. Nel settore del Made in Italy e del lusso, marchi come Luxottica-Essilor, Prada, Moncler e Armani dimostrano che competitività internazionale e identità produttiva non sono in contraddizione, ma possono rafforzarsi reciprocamente quando l’impresa non è ridotta a mero veicolo finanziario.
    Particolarmente significativo resta il comparto agroalimentare, dove aziende come Ferrero, Barilla, Lavazza e Illy incarnano un modello imprenditoriale attento alla qualità, alla stabilità occupazionale e al legame con i territori. Un’impostazione coerente con il pensiero sturziano, che vedeva nella diffusione dell’impresa e nella tutela del lavoro un argine tanto al collettivismo quanto al capitalismo speculativo. Nel campo energetico e infrastrutturale, ENI, Enel, Terna e Snam rappresentano asset strategici per il Paese e per l’Europa. L’impegno nella sicurezza energetica e nella transizione ecologica richiama il principio di responsabilità verso il futuro, centrale tanto nella Dottrina sociale quanto nella tradizione del cattolicesimo democratico.
    Nel loro insieme, queste esperienze confermano l’attualità di un’idea di economia che Sturzo avrebbe definito popolare: fondata sul lavoro, sulla produzione e su un equilibrio tra mercato, Stato e corpi intermedi. Un modello che oggi, più che mai, interpella la politica industriale del Paese e il ruolo pubblico nell’orientare lo sviluppo. Una lezione che, a distanza di oltre un secolo, rende ancora attuale il pensiero di don Luigi Sturzo nel dibattito economico e politico del Paese.
    Ci sono anche 28 aziende italiane tra le mille migliori al mondo in cui lavorare, secondo la terza classifica annuale del Time sul tema. La rivista ha tenuto conto di tre parametri principali per stilare la lista: le impressioni (e quindi la soddisfazione dei dipendenti), la crescita dei ricavi e la trasparenza sul fronte della sostenibilità, elemento sempre più sentito ma spesso utilizzato più come elemento di marketing che come reale impegno verso l’ambiente. Sono state prese in considerazione soltanto le più “grandi aziende”, cioè quelle che tra il 2023 o il 2024 hanno generato un fatturato di almeno 100 milioni di dollari.

    Ecco quali sono le imprese che sono entrate in classifica. posiziona ai vertici mondiali per prestigio e innovazione.
    • Giorgio Armani: Sinonimo di eleganza senza tempo
    • Gucci: Icona del lusso, parte del gruppo Kering.
    • Moncler: Leader nell’abbigliamento sportivo di lusso. Automotive e Industria
    • Ferrari: Brand di lusso riconosciuto tra i migliori al mondo per reputazione e design.
    • Lamborghini: Eccellenza nelle auto sportive di lusso.
    • Pirelli: Leader mondiale nel settore pneumatici.
    • Leonardo: Gigante nel settore aerospaziale, difesa e sicurezza.
    • Fincantieri: Uno dei più grandi complessi cantieristici al mondo.
    Energia, Infrastrutture e Servizi
    • Enel: Tra le principali aziende energetiche a livello globale.
    • Eni: Leader nel settore petrolifero e dell’energia.
    • Prysmian: Leader mondiale nel settore dei cavi in energia e telecomunicazioni.
    • Webuild: Eccellenza nelle grandi opere infrastrutturali.
    • Generali: Tra i leader globali nel settore assicurativo. Food, Bevande e Lavoro
    • Ferrero: Gigante dolciario italiano, tra i marchi più rinomati al mondo.
    • Barilla: Leader mondiale nella produzione di pasta.

    Lavazza riconosciuta come uno dei migliori datori di lavoro.

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    L’Italia che lavora

    di Giangabriele Foschini

    L’Italia che lavora esiste. Non fa rumore, non vive di slogan, non occupa le prime pagine se non quando qualcosa va storto. È l’Italia che ogni mattina apre una serranda, timbra un cartellino, accende un computer, entra in un reparto, sale su un ponteggio, prende un treno all’alba. È l’Italia che tiene insieme il Paese. È fatta di lavoratori dipendenti e autonomi, di partite IVA spesso sole, di giovani qualificati e di over 50 espulsi troppo presto dal mercato del lavoro. È fatta di chi ha un contratto stabile e di chi vive nella precarietà, di chi lavora troppo e di chi lavora male, di chi lavora tanto ma guadagna poco. Ed è proprio qui che sta il nodo. Perché oggi lavorare, in Italia, non è sempre sinonimo di sicurezza, dignità, futuro. Sempre più spesso significa resistere. Salari bassi, inflazione alta, carichi fiscali squilibrati, scarsa mobilità sociale: l’Italia che lavora chiede soprattutto una cosa semplice e radicale allo stesso tempo — che il lavoro torni a essere uno strumento di emancipazione, non di sopravvivenza. Non si tratta di retorica. Si tratta di realtà. Un Paese in cui chi lavora a tempo pieno fatica a permettersi una casa, a costruire una famiglia, a progettare il domani è un Paese che sta consumando la propria energia migliore. E non basta dire che “serve più crescita” se quella crescita non si traduce in salari più giusti, in contratti più solidi, in diritti più esigibili. L’Italia che lavora non chiede assistenzialismo, ma equità. Chiede che l’impegno venga riconosciuto. Chiede che studiare e formarsi serva davvero. Chiede che il merito non sia uno slogan vuoto, ma una possibilità concreta. Chiede che la sicurezza sul lavoro non sia un costo da tagliare, ma un valore non negoziabile. E chiede anche rispetto. Rispetto per chi paga le tasse, per chi non evade, per chi fa impresa senza sfruttare, per chi innova senza delocalizzare. Rispetto per chi resta, in un Paese che spesso sembra premiare più chi aggira le regole di chi le rispetta. Parlare dell’Italia che lavora significa anche rifiutare le contrapposizioni facili. Non è una guerra tra poveri. Non è una sfida tra garantiti e non garantiti. È una questione di sistema. Un sistema che deve tornare a mettere il lavoro — tutto il lavoro, non solo quello visibile — al centro delle scelte politiche ed economiche. Perché senza l’Italia che lavora, l’Italia non regge. Non regge il welfare, non regge la democrazia, non regge la coesione sociale. È da lì che bisogna ripartire: da chi ogni giorno contribuisce, spesso in silenzio, a far funzionare questo Paese. Rimettere al centro l’Italia che lavora non è una bandiera ideologica. È una necessità nazionale.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    Giangabriele Foschini

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