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  • Cosa cerca la Matematica

    Cosa cerca la Matematica

    Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

    di Marcello Pedone

    Da Pitagora a Galileo, fino ai nodi epistemologici del Novecento, la matematica si rivela alta speculazione logica e filosofica: l’ostinata ricerca di un ordine intelligibile nel caos del mondo. In tale prospettiva la disciplina si fa connessione, coesione tra immanenza e trascendenza, è immagine di equilibrio che ragiona su metafisica dell’unità, senso estetico della forma delle cose, spinta dell’intelletto alla ricerca dell’infinito, e di Dio. Altro che strumento di misurazione. La matematica rappresenta il linguaggio in cui sembra strutturato il cosmo, e rilancia – come la filosofia – la domanda fondamentale sull’origine dell’intelligibilità della natura. Uno studio di qualche giorno fa (Rapporto Invalsi 2026) denuncia che i bambini italiani sono scarsi in matematica, che 4 bambini su 10 non raggiungono le competenze di base. Come viene raccontato, e insegnato, il linguaggio del mondo? Il maestro si occupa anche di parlare sul senso delle cose, sulle cose ultime, su ordine e armonia, e sull’essere come dover essere? Presentare la breve riflessione del prof. Pedone significa riscoprire la bellezza della scienza dei numeri come fecondo dialogo umanistico, in cui il rigore logico si fonde con la meraviglia del pensiero e la ricerca inesausta della verità. E per noi, la verità ultima è la ricerca di Dio. (p.t.)

       Cosa cerca la Matematica. La frase «Se l’uomo non sapesse di matematica non si eleverebbe di un sol palmo da terra» è attribuita a Galileo Galilei e sottolinea l’importanza fondamentale della matematica per il progresso umano.

       Quando si pensa alla matematica, spesso vengono in mente numeri, formule, calcoli e teoremi. Nella percezione comune essa appare come una disciplina fredda, rigorosa, distante dalle domande profonde che accompagnano l’esperienza umana. Eppure, dietro ogni equazione e ogni dimostrazione, si nasconde una ricerca sorprendentemente vicina a quella della filosofia e della scienza: la ricerca dell’ordine.    La matematica cerca strutture. Cerca regolarità all’interno della complessità, relazioni dietro i fenomeni, schemi nascosti dietro ciò che a prima vista appare casuale. Quando un matematico osserva un problema, non si limita a cercare una risposta; cerca soprattutto una forma, una legge generale, una connessione che permetta di comprendere un’intera famiglia di fenomeni. Fin dall’antichità, la matematica ha rappresentato il tentativo di cogliere ciò che rimane invariato nel cambiamento. I pitagorici scoprirono che le armonie musicali potevano essere espresse attraverso rapporti numerici. Euclide costruì una geometria fondata su pochi principi semplici. Newton e Leibniz svilupparono il calcolo per descrivere il movimento dei pianeti e la caduta dei corpi. In ciascuno di questi casi, la matematica non cercava semplicemente di misurare il mondo: cercava di comprenderne l’architettura.

       Ma la matematica cerca anche la bellezza. Molti matematici parlano delle proprie scoperte utilizzando parole che sembrerebbero appartenere all’arte: eleganza, armonia, semplicità. Una dimostrazione è considerata bella quando riesce a spiegare molto con poco, quando unisce idee lontane in una sintesi inattesa. In questo senso, la matematica non è soltanto una scienza del vero, ma anche una ricerca del bello. Esiste poi una dimensione ancora più profonda. La matematica cerca l’universale. Un teorema dimostrato oggi sarà valido domani, tra cento anni o tra mille, indipendentemente dalla lingua, dalla cultura o dal luogo in cui viene studiato. Le verità matematiche aspirano a una forma di necessità che trascende il tempo e lo spazio. Questa caratteristica ha alimentato per secoli una domanda affascinante: la matematica è una creazione della mente umana oppure una realtà che scopriamo progressivamente?

       Non esiste una risposta definitiva. Alcuni pensano che i concetti matematici esistano indipendentemente da noi, come un continente inesplorato che attende di essere scoperto. Altri ritengono che essi siano costruzioni del pensiero umano, strumenti elaborati per interpretare il mondo. In entrambi i casi, la matematica continua a rivelare connessioni inattese tra idee apparentemente lontane, come se seguisse una logica interna più profonda delle intenzioni dei suoi stessi creatori.

       La matematica cerca inoltre l’infinito. Dai numeri naturali alle geometrie non euclidee, dalle serie infinite alla teoria degli insiemi, essa si confronta continuamente con concetti che superano l’esperienza immediata. L’infinito rappresenta uno degli esempi più straordinari della capacità umana di pensare oltre i limiti della percezione, trasformando l’immaginazione in rigore.

       Infine, la matematica cerca l’unità. Molte delle più grandi conquiste matematiche consistono nell’unificare teorie che sembravano separate. La scoperta di una connessione tra differenti aree del sapere è spesso considerata più importante della soluzione di un singolo problema. Ogni nuova unificazione suggerisce che dietro la varietà delle forme e dei fenomeni possa esistere una struttura più semplice e profonda.

       La matematica cerca continuamente i propri limiti. Ogni nuova scoperta apre nuove domande. Il lavoro di Kurt Gödel ha mostrato che, all’interno di qualunque sistema matematico sufficientemente ricco, esistono proposizioni vere che non possono essere dimostrate usando le regole di quel sistema. In altre parole, la matematica rivela non soltanto ciò che possiamo sapere, ma anche ciò che potrebbe sfuggire alla nostra capacità di dimostrare.

       Che cosa cerca dunque la matematica? Cerca l’ordine nel disordine, la semplicità nella complessità, l’universalità nella molteplicità dei fenomeni. Cerca modelli che permettano di comprendere il mondo e, allo stesso tempo, esplora mondi che esistono soltanto nella mente. Cerca verità, ma anche bellezza. Cerca risposte, ma genera continuamente nuove domande. Forse è proprio questa la sua natura più profonda: la matematica è una ricerca senza fine, un dialogo incessante tra ciò che conosciamo e ciò che ancora rimane da scoprire. E in questo dialogo essa continua a rappresentare una delle più straordinarie avventure dell’intelletto umano.    Forse la più grande meraviglia della matematica non è che riesca a descrivere l’universo, ma che l’universo sembri scritto in un linguaggio che la matematica può comprendere. L’affermazione “l’universo è scritto in caratteri matematici” è una delle citazioni più celebri della storia del pensiero scientifico. Fu coniata da Galileo Galilei nella sua opera Il Saggiatore del 1623, segnando la nascita del metodo scientifico moderno.

     

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • Maranza, lo Stato arrivi prima

    Maranza, lo Stato arrivi prima

    La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

    di Amedeo Massimo Minisini

    La parola della settimana è stata “maranza”.

    Una definizione diventata rapidamente politica, giornalistica e perfino legislativa. Indica gruppi di giovani che si muovono nelle periferie e nei luoghi della movida, spesso con atteggiamenti aggressivi, provocatori o intimidatori. Talvolta portano coltelli, commettono rapine, aggrediscono altri ragazzi, danneggiano beni pubblici e sfidano apertamente le forze dell’ordine.

    Non si tratta di un fenomeno da sottovalutare né, tantomeno, da giustificare.

    Chi esce di casa con una lama in tasca, chi accerchia un coetaneo per sottrargli il telefono, chi trasforma una piazza in un territorio da occupare deve sapere che lo Stato esiste, interviene e punisce. La sicurezza non è un capriccio della destra né una concessione all’autoritarismo: è un bene comune, senza il quale la libertà dei cittadini più deboli diventa soltanto una parola scritta sulla carta.

    Il Consiglio dei ministri del 14 luglio ha approvato un nuovo disegno di legge sulla sicurezza e sulla prevenzione del disagio giovanile. Il provvedimento prevede, tra le altre misure, l’estensione ai minorenni del fermo di prevenzione, il divieto di aggregazione disposto dal questore nei confronti di gruppi pericolosi, pene più severe per i danneggiamenti commessi da almeno cinque persone e maggiori strumenti operativi per le forze di polizia. ure comprensibili e, in alcuni casi, necessarie.

    Ma la politica commetterebbe un grave errore se pensasse di avere risolto il problema semplicemente aumentando i fermi, i divieti e gli anni di carcere.

    Il “maranza” non nasce nel momento in cui viene fermato dalla polizia. Nasce molto prima.

    Nasce quando una famiglia non riesce più a educare o viene lasciata sola. Nasce quando la scuola perde un ragazzo e nessuno va a cercarlo. Nasce nelle periferie dove lo Stato si presenta soltanto con una volante, ma non con un insegnante, un assistente sociale, un campo sportivo, una biblioteca o un’opportunità di lavoro.

    Nasce quando l’unico modello di successo diventa quello esibito sui social: il denaro facile, la prepotenza, il possesso di oggetti costosi, il disprezzo delle regole, la violenza trasformata in spettacolo.

    Nasce, soprattutto, quando un giovane non riconosce più alcuna autorità: né quella dei genitori, né quella della scuola, né quella della comunità, né quella dello Stato.

    Non dobbiamo naturalmente cadere nell’errore opposto. La povertà, l’emarginazione o una famiglia difficile non autorizzano nessuno ad aggredire, rapinare o terrorizzare gli altri. Comprendere le cause non significa assolvere le responsabilità.

    Ma una politica seria non può accontentarsi di intervenire sul reato ignorando il terreno nel quale quel reato è maturato.

    Il disegno di legge contiene anche la previsione di una rete territoriale dell’alleanza educativa, collegata ai centri per la famiglia, alle scuole e alle realtà sociali. È probabilmente questa la parte meno appariscente, ma potenzialmente più importante del provvedimento. a vera sicurezza nasce dalla presenza.

    Occorrono più agenti nelle strade, certamente. Ma occorrono anche più educatori nei quartieri, più insegnanti sostenuti nel loro lavoro, più famiglie accompagnate nelle difficoltà, più luoghi nei quali i giovani possano incontrarsi senza essere consegnati alla strada o agli algoritmi dei social network.

    Serve inoltre evitare che il termine “maranza” diventi un’etichetta etnica o sociale.

    Lo Stato deve colpire i comportamenti, non gli abiti, l’accento, la provenienza o il colore della pelle. Un ragazzo è responsabile per ciò che fa, non per il gruppo al quale qualcuno decide di associarlo. La legalità perde autorevolezza quando diventa discriminazione; ma perde ugualmente autorevolezza quando, per paura di discriminare, rinuncia a far rispettare le regole.

    Il compito del buon governo è mantenere insieme fermezza e giustizia.

    Fermezza verso chi minaccia, aggredisce e delinque. Giustizia verso le vittime, troppo spesso dimenticate. Ma anche capacità di recuperare quei ragazzi che non sono ancora criminali, sebbene stiano percorrendo una strada che potrebbe condurli alla criminalità.

    Don Luigi Sturzo ci ha insegnato che lo Stato non può sostituirsi alla famiglia, alla scuola e alle comunità locali, ma deve aiutarle a svolgere la propria funzione. È il principio di sussidiarietà: intervenire senza soffocare, sostenere senza occupare, responsabilizzare senza abbandonare.

    La lotta alle bande giovanili non si vincerà dunque soltanto nelle questure o nei tribunali.

    Si vincerà nelle case, nelle aule scolastiche, negli oratori, nei centri sportivi, nei servizi sociali e nei quartieri. Si vincerà restituendo ai giovani il senso del limite, ma anche una speranza credibile per il futuro.

    La repressione è necessaria quando il reato è stato commesso.

    Il buon governo, però, comincia prima.

    Prevenire per non reprimere. Anche contro la violenza giovanile.

    Amedeo Massimo Minisini

     

     

     

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  • Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    di Marco Maria Polettini

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.

    La forza della competenza

    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra.  Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni.  Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

    Il lavoro di squadra

    Falcone non coltivò mai il mito dell’uomo solo al comando. Il suo metodo era fondato sulla squadra. Il pool antimafia, sviluppato sotto la guida di Antonino Caponnetto dopo l’assassinio di Rocco Chinnici, riuniva Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Le informazioni non rimanevano più isolate nei fascicoli dei singoli magistrati, ma venivano condivise e confrontate per ricostruire la visione complessiva del fenomeno mafioso.  Fu un cambiamento fondamentale. La mafia, infatti, aveva sempre tratto vantaggio dalla frammentazione dello Stato: uffici che non comunicavano, indagini separate, competenze sovrapposte, rivalità personali e lentezze burocratiche. Falcone capì che a un’organizzazione criminale coordinata doveva rispondere uno Stato altrettanto coordinato. Il bene comune, nella sua esperienza, non era un concetto astratto. Significava far funzionare le istituzioni come una comunità di persone chiamate a collaborare, non come una somma di poteri gelosi delle proprie prerogative.

    Il maxiprocesso: lo Stato dimostra di poter vincere

    Il risultato più importante del lavoro del pool fu il primo maxiprocesso a Cosa nostra. L’ordinanza di rinvio a giudizio riguardò centinaia di imputati e il dibattimento iniziò il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker di Palermo. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra i quali Tommaso Buscetta, furono sottoposte a verifiche e riscontri, inserendosi in un impianto investigativo costruito attraverso anni di indagini.  Il processo dimostrò che la mafia poteva essere descritta, ricostruita e giudicata secondo le regole dello Stato di diritto. Le condanne confermarono la validità dell’idea di Falcone: Cosa nostra era un’organizzazione unitaria, non un insieme occasionale di criminali indipendenti.  La vittoria più importante non fu soltanto giudiziaria. Cadde il mito dell’invincibilità mafiosa. Per la prima volta lo Stato dimostrava di poter conoscere il nemico, individuarne i vertici e colpirne le strutture attraverso la legge, senza ricorrere a scorciatoie o giustizie sommarie. Falcone non chiedeva poteri arbitrari. Chiedeva istituzioni preparate, strumenti adeguati, collaborazione e responsabilità. La forza dello Stato, per lui, non consisteva nell’abbandonare le regole, ma nel saperle applicare con intelligenza e fermezza.

    L’isolamento e la delegittimazione

    Dopo il successo del maxiprocesso, Falcone non ricevette soltanto riconoscimenti. Conobbe ostilità, incomprensioni e isolamento anche all’interno delle istituzioni. Alla successione di Caponnetto nella guida dell’Ufficio istruzione di Palermo gli fu preferito Antonino Meli. Il metodo del pool venne progressivamente indebolito, le indagini nuovamente frammentate e Falcone fu investito dalle accuse anonime del cosiddetto “corvo”. Nel 1989 sfuggì inoltre all’attentato dell’Addaura.  Questa parte della sua storia deve farci riflettere. Le mafie non eliminano immediatamente chi le combatte. Prima cercano di isolarlo, screditarlo, presentarlo come ambizioso, divisivo o interessato al potere. La delegittimazione prepara il terreno sul quale la violenza può colpire con maggiore facilità. Falcone continuò comunque a lavorare. Trasferitosi al Ministero della Giustizia, contribuì alla costruzione di strumenti di coordinamento tra le procure e all’idea di una struttura nazionale specializzata nel contrasto alla criminalità organizzata. Aveva compreso, inoltre, che le mafie avevano ormai dimensioni internazionali e che nessun Paese avrebbe potuto combatterle da solo. 

    Il coraggio senza retorica

    Il coraggio di Falcone non fu incoscienza e neppure desiderio di apparire eroico. Egli conosceva la paura, ma non permetteva che essa decidesse al suo posto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che Falcone agiva nella consapevolezza del pericolo, senza ostentazione, convinto che il rispetto della legge fosse l’unico percorso possibile per il riscatto morale della società civile.  Il coraggio autentico non consiste nel non avere paura. Consiste nel continuare a compiere il proprio dovere, pur sapendo quale prezzo potrebbe essere richiesto. Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. La mafia volle colpire non soltanto degli uomini e una donna dello Stato, ma un metodo, una cultura istituzionale e la speranza che la legalità potesse prevalere. 

    Un testimone del bene comune

    Giovanni Falcone appartiene ai testimoni del bene comune perché non separò mai la propria professione dalla responsabilità verso la collettività. Ci ha insegnato che il bene comune richiede persone competenti, istituzioni capaci di collaborare e cittadini che non confondano la memoria con la celebrazione rituale. Ricordarlo significa chiedere che lo Stato protegga chi serve le istituzioni, sostenga chi innova e non lasci soli coloro che combattono i poteri criminali. La mafia prospera dove lo Stato è inefficiente, dove la politica cerca consenso anziché giustizia, dove il merito viene sacrificato alle appartenenze e dove la società considera normale ciò che normale non è. Falcone dimostrò invece che il male può essere conosciuto e combattuto. Non attraverso l’improvvisazione, ma con il metodo. Non con le urla, ma con le prove. Non con la ricerca della gloria personale, ma con il lavoro di squadra. Diceva che la mafia, essendo un fenomeno umano, aveva avuto un inizio e avrebbe avuto anche una fine.  Quella fine, tuttavia, non arriverà da sola. Dipenderà dalla capacità delle istituzioni e dei cittadini di continuare il suo lavoro.

    Giovanni Falcone non ci chiede di chiamarlo eroe. Ci chiede di non rendere inutile il suo esempio.

     

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  • LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    di Monsignor Gianni Fusco

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.

    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

    Non è collettivismo.
    Non è populismo.
    Non è assistenzialismo clientelare.
    Non è sovranismo urlato.
    Non è progressismo ideologico.

    È responsabilità. È equilibrio. È coscienza morale applicata alla vita pubblica.

    E soprattutto non può essere separata dalla coerenza personale e politica.

    Don Luigi Sturzo non avrebbe mai accettato che il richiamo alla Dottrina Sociale della Chiesa diventasse una maschera elettorale. Sturzo parlava di “liberi e forti”, non di opportunisti e trasformisti. Parlava di autonomia morale della politica, non di marketing spirituale. Denunciava già cento anni fa il trasformismo italiano, il potere usato come mestiere, la religione piegata a propaganda.

    Ed è qui la grande attualità di Sturzo.

    Oggi molti evocano la Dottrina Sociale della Chiesa senza aver letto una sola enciclica sociale, senza conoscere la “Rerum Novarum”, senza comprendere il significato della sussidiarietà, senza sapere perché Sturzo combatté sia il socialismo statalista sia il nazionalismo autoritario. Peggio ancora: alcuni usano il nome della Chiesa mentre praticano metodi politici opposti ai suoi principi — personalismo esasperato, ricerca del consenso facile, populismo aggressivo, gestione del potere come occupazione.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è un bancomat elettorale.

    Non si può citarla nei comizi e dimenticarla nelle scelte concrete.
    Non si può parlare di famiglia e poi distruggere il tessuto sociale.
    Non si può parlare di solidarietà e alimentare odio.
    Non si può parlare di popolo e usare il popolo soltanto come serbatoio di voti.

    La vera politica sturziana richiede studio, sacrificio, preparazione amministrativa, rispetto delle istituzioni e soprattutto onestà intellettuale.

    Per questo oggi serve un’opera di chiarezza culturale prima ancora che politica. Serve spiegare ai giovani che cosa sia davvero la Dottrina Sociale della Chiesa. Serve restituire dignità al pensiero di Don Luigi Sturzo. Serve ricordare che essa non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene alla coscienza cristiana applicata alla società.

    Chi la usa solo per rastrellare consenso compie una doppia offesa: alla politica e alla fede.

    E forse il vero scandalo del nostro tempo non è che molti tradiscano la Dottrina Sociale della Chiesa.
    Il vero scandalo è che troppi la nominino senza nemmeno sapere cosa sia.

    LIBERI E FORTI? NO!

    OPPORTUNISTI E TRASFORMISTI.

    CHI NON CONOSCE DON STURZO NON PUÒ PARLARE IN NOME DELLA DOTTRINA.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per creare poltrone, ma per servire il popolo. Oggi invece viene usata come una etichetta da campagna elettorale

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.

    di Amedeo Massimo Minisini

    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere.  Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

    Il magistrato come servitore dello Stato

    Nato il 19 gennaio 1940, Borsellino si laureò giovanissimo ed entrò in magistratura a ventitré anni. Fu pretore a Mazara del Vallo e successivamente a Monreale. Nel 1975 venne assegnato all’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto da Rocco Chinnici, entrando poi nel gruppo di magistrati impegnati nelle più delicate indagini su Cosa nostra.  Non concepiva il magistrato come un protagonista della scena pubblica, ma come un uomo delle istituzioni tenuto a essere indipendente, competente e imparziale. Per lui l’autonomia della magistratura non costituiva un privilegio personale. Era una garanzia per il cittadino: il giudice deve poter decidere senza subire pressioni politiche, economiche, criminali o ambientali, ma deve anche custodire il limite della propria funzione. Borsellino riteneva che il magistrato dovesse non soltanto apparire, ma essere imparziale, evitando di trasformare le proprie convinzioni politiche in strumenti dell’attività giudiziaria. La sua autorevolezza nasceva dall’equilibrio tra fermezza e rispetto delle regole.  È una lezione di straordinaria attualità. L’indipendenza senza responsabilità può diventare autoreferenzialità; la responsabilità senza indipendenza diventa subordinazione. Borsellino seppe custodire entrambe.

    Il metodo contro la mafia

    Borsellino comprese che la mafia non era soltanto una successione di omicidi, estorsioni e traffici illegali. Era un sistema di potere capace di penetrare nell’economia, nelle amministrazioni, nelle professioni e nella vita quotidiana. Per combatterla non bastava arrestare il singolo criminale. Occorreva ricostruire relazioni, movimenti finanziari, alleanze, complicità e gerarchie. Con Giovanni Falcone, sotto la guida prima di Rocco Chinnici e poi di Antonino Caponnetto, contribuì al metodo di lavoro collegiale del pool antimafia. La condivisione delle informazioni permetteva di leggere Cosa nostra come un’organizzazione unitaria e rendeva meno vulnerabile il lavoro del singolo magistrato. Quel metodo contribuì alla preparazione del maxiprocesso di Palermo, una svolta nella risposta giudiziaria dello Stato alla mafia.  Il cosiddetto “bunkerino” del Palazzo di Giustizia di Palermo, nel quale Falcone e Borsellino lavorarono per anni, racconta ancora oggi giornate interminabili trascorse tra fascicoli, interrogatori e riscontri. Quegli ambienti sono divenuti un museo destinato soprattutto ai giovani, affinché il loro lavoro non venga separato dalla sua concretezza quotidiana.  Borsellino non combatteva la mafia attraverso proclami. Studiava, verificava, collegava fatti e cercava prove. Sapeva che lo Stato di diritto può vincere soltanto rimanendo fedele alle proprie regole.

    I colleghi e gli amici assassinati

    La vita professionale di Paolo Borsellino fu segnata da una dolorosa successione di omicidi. Vide cadere investigatori e magistrati con i quali aveva collaborato: Boris Giuliano, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Ogni delitto rappresentava un avvertimento rivolto a chiunque volesse continuare le indagini.  Eppure, non si fermò. La mafia sperava che la morte di un servitore dello Stato producesse il silenzio degli altri. Borsellino rispose continuando a lavorare. Non per spirito di vendetta, ma perché interrompere quel lavoro avrebbe significato riconoscere alla violenza il diritto di decidere chi potesse amministrare la giustizia. Questa è la misura più autentica del suo coraggio: non il gesto spettacolare, ma la continuità del dovere.

    L’amicizia con Giovanni Falcone

    Il rapporto tra Paolo Borsellino e Giovanni Falcone fu umano prima ancora che professionale. Avevano caratteri differenti, ma condividevano la conoscenza del fenomeno mafioso, il rigore investigativo e la consapevolezza dell’isolamento nel quale spesso erano costretti a lavorare.Insieme contribuirono a dimostrare che la mafia non era invincibile. Dopo l’attentato del 23 maggio 1992, nel quale morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Borsellino comprese che il pericolo nei suoi confronti era diventato ancora più immediato. Tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio trascorsero soltanto cinquantasette giorni. Furono giorni di dolore, inquietudine e lavoro febbrile. Borsellino non utilizzò quel tempo per allontanarsi, ma per continuare a cercare, comprendere e interrogare.  Aveva perso un amico, un collega e il compagno di una battaglia durata anni. Ma anche in quelle settimane non trasformò il proprio dolore in una rappresentazione pubblica. Rimase un magistrato al lavoro.

    Il 19 luglio 1992

    Nel pomeriggio del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino si recò in via Mariano D’Amelio, a Palermo, per visitare la madre. Una Fiat 126 carica di esplosivo era stata parcheggiata nei pressi dell’abitazione. Alle 16.58 l’autobomba esplose, devastando la strada e gli edifici circostanti. Con il magistrato morirono cinque agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, sesto componente della scorta, sopravvisse all’esplosione. Emanuela Loi fu la prima donna della Polizia di Stato a essere uccisa dalla mafia.  Ricordare soltanto il giudice sarebbe ingiusto. Gli agenti della scorta erano giovani servitori dello Stato, consapevoli dei rischi e fedeli alla propria responsabilità. Non erano figure senza nome collocate ai margini della storia. Furono persone con famiglie, speranze e futuro, accomunate a Borsellino dallo stesso destino. Il bene comune vive anche nel loro sacrificio.

    Un uomo di fede, non di esibizione

    Paolo Borsellino era un uomo profondamente legato alla famiglia e animato da una sincera fede cattolica. Ma non trasformava la religione in una bandiera da esibire. La fede gli offriva un criterio interiore, non un privilegio pubblico. Rafforzava il senso della responsabilità, la dignità della persona e il dovere di non abbandonare il proprio posto.  La spiritualità di Borsellino non può essere separata dalla concretezza del suo lavoro. Non cercò protezione in una religiosità disincarnata. Visse la propria fede dentro le fatiche della giustizia, nell’amore per i familiari, nella vicinanza agli uomini della scorta e nell’attenzione riservata ai giovani. Era convinto che proprio dalle nuove generazioni potesse nascere una coscienza diversa. Per questo partecipava agli incontri nelle scuole, spiegando agli studenti la natura della mafia e la necessità di rifiutare la cultura del compromesso, della rassegnazione e dell’illegalità. 

    La mafia si combatte prima nelle coscienze

    La repressione giudiziaria è indispensabile, ma arriva quando il reato è già stato commesso. Borsellino comprese che la vittoria più profonda deve maturare prima, nella cultura e nella coscienza delle persone. La mafia prospera dove il favore personale sostituisce il diritto; dove il silenzio viene considerato prudenza; dove la raccomandazione diventa normalità; dove il denaro cancella la dignità; dove il cittadino rinuncia a sentirsi responsabile della propria comunità. Per questo la lotta alla mafia non riguarda soltanto magistrati e forze dell’ordine. Riguarda la scuola, la politica, l’impresa, l’informazione, le famiglie e ciascun cittadino. Borsellino parlava della «bellezza del fresco profumo della libertà», contrapponendola al compromesso morale, all’indifferenza e alla complicità.  La sua non era una frase poetica separata dalla realtà. Era un programma civile: la libertà possiede una bellezza che può essere riconosciuta soltanto da chi rifiuta di adattarsi al male.

    La memoria non basta senza la verità

    Paolo Borsellino è ricordato in scuole, strade, biblioteche, tribunali e manifestazioni pubbliche. Ma l’omaggio non può esaurirsi nelle intitolazioni e nelle celebrazioni annuali.  La memoria diventa autentica quando produce responsabilità. Le istituzioni hanno riconosciuto che la ricerca della piena verità sulla strage e sui depistaggi che ne hanno ostacolato l’accertamento costituisce ancora un dovere verso le vittime, i familiari e la democrazia. Anche la Corte d’Appello di Palermo ha ricordato che raggiungere la verità è necessario non soltanto per onorare i morti, ma per evitare che la nostra democrazia rimanga incompiuta.  Non si onora Borsellino utilizzandone il nome contro una parte politica o una categoria dello Stato. Lo si onora rifiutando ogni verità di comodo, ogni omissione interessata e ogni forma di strumentalizzazione. Egli non appartiene a una fazione. Appartiene alla Repubblica.

    Il bene comune come dovere personale

    Paolo Borsellino testimonia che il bene comune non è un’espressione astratta. È il risultato delle responsabilità che ciascuno accetta di assumersi, anche quando nessuno osserva e quando il prezzo da pagare diventa pesante. Il magistrato serve il bene comune quando applica la legge senza favoritismi. Il politico quando non usa le istituzioni per interessi personali. Il giornalista quando cerca la verità senza diventare strumento di campagne interessate. L’imprenditore quando rifiuta il ricatto e la corruzione. Il cittadino quando non considera normale ciò che normale non è. Borsellino non ci chiede di diventare eroi. Ci chiede di non essere complici.

    Ciò che Paolo Borsellino domanda all’Italia di oggi

    Nella prospettiva sturziana, la moralità pubblica non nasce dalle dichiarazioni solenni, ma dalla condotta quotidiana di chi amministra, governa, giudica e informa. Paolo Borsellino incarnò questa moralità concreta. Non promise di cambiare il mondo con un discorso. Fece fino in fondo il lavoro che la Repubblica gli aveva affidato. Sapeva di essere esposto. Conosceva le debolezze delle istituzioni. Aveva visto colleghi e amici assassinati. Avrebbe potuto cercare una funzione meno pericolosa, rallentare, rinviare o proteggere se stesso. Non lo fece. Continuò sino all’ultimo giorno perché riteneva che lo Stato non fosse un’entità lontana: lo Stato era anche lui, erano i suoi collaboratori, gli agenti della scorta e tutti coloro che sceglievano di non piegarsi. Per questo Paolo Borsellino è un Testimone del bene comune. Non soltanto perché morì per la giustizia, ma perché la servì ogni giorno, prima del sacrificio. Il suo messaggio all’Italia rimane limpido ed esigente: non basta indignarsi dopo le stragi. Bisogna prevenire il dominio mafioso attraverso istituzioni credibili, educazione alla legalità, partecipazione civile e testimonianza personale. Perché il dovere non comincia quando arriva il pericolo.

    Il dovere comincia molto prima, quando ciascuno decide da quale parte stare.

     

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  • Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.

    di Amedeo Massimo Minisini

    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15
    luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici
    anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un
    terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28
    aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata
    ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di
    fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini
    acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla
    gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo
    l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata
    e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi
    familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il
    principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando
    serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi
    nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non
    consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed
    esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano
    rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella
    gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi
    commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può
    essere ucciso quando il pericolo è cessato.

    Questa è la legge.

    Esiste, però, anche una seconda
    verità: quella umana. È la verità di un uomo che vede entrare dei criminali nel
    proprio negozio, che teme per la moglie e per la figlia, che in pochi istanti
    avverte crollare ogni sicurezza e che reagisce in uno stato di paura, rabbia e
    sconvolgimento. Questa verità non assolve automaticamente, ma non può essere
    ignorata. I giudici devono stabilire se un comportamento costituisca reato. La
    società e la politica hanno invece il dovere di domandarsi perché un cittadino,
    di fronte a una rapina, possa arrivare a convincersi di essere rimasto solo e
    di dover provvedere personalmente alla propria sicurezza. È qui che il caso
    Roggero supera la cronaca giudiziaria. Il problema non è soltanto stabilire se
    quei colpi siano stati esplosi qualche secondo prima o qualche secondo dopo la
    cessazione del pericolo. Il problema è capire che cosa accade in una società
    nella quale le vittime dei reati non si sentono difese, mentre i delinquenti
    appaiono spesso liberi di colpire nuovamente.

    La politica deve stare molto
    attenta.

    Non può trasformare Roggero in un
    eroe nazionale, perché il messaggio secondo il quale “la difesa è sempre
    legittima” è falso e pericoloso. Se ogni cittadino potesse inseguire e sparare
    a chi fugge, non avremmo maggiore sicurezza, ma una società dominata dalle
    armi, dalla paura e dalla vendetta privata. Allo stesso tempo, la politica non
    può voltarsi dall’altra parte e liquidare questa vicenda affermando
    semplicemente che “la sentenza va rispettata”. Le sentenze vanno certamente
    rispettate. Ma possono e devono essere comprese, valutate e discusse, senza
    insultare i magistrati e senza delegittimare la giustizia. Quattordici anni e
    nove mesi rappresentano una pena durissima per un uomo di 72 anni. Non
    equivalgono formalmente all’ergastolo, ma potrebbero accompagnarlo per quasi
    tutto il tempo che gli resta da vivere. È comprensibile, quindi, che una parte
    dell’opinione pubblica avverta una sproporzione tra la responsabilità accertata
    e la pena inflitta, soprattutto considerando che tutto ebbe origine da una
    rapina della quale Roggero e la sua famiglia erano le vittime. Ma proprio
    perché il tema è così delicato, la richiesta di grazia non può diventare uno
    slogan elettorale. La grazia è un atto individuale di clemenza che può ridurre
    o cancellare la pena, ma non elimina la condanna. La Costituzione attribuisce
    questa facoltà esclusivamente al presidente della Repubblica. Il Quirinale ha
    inoltre osservato che ogni valutazione è prematura prima di conoscere le
    motivazioni della Cassazione. Sarà dunque il presidente Sergio Mattarella,
    nella sua autonomia e dopo avere esaminato tutti gli elementi, a decidere se
    nel caso di Mario Roggero esistano ragioni umanitarie tali da giustificare un
    provvedimento di clemenza. L’Idea Popolare ritiene che questa possibilità debba
    essere valutata seriamente. Non perché Roggero debba essere dichiarato
    innocente dalla politica, dopo essere stato condannato dalla magistratura. E
    neppure perché si debba affermare il principio secondo cui chi subisce una
    rapina possa uccidere chi fugge. La grazia avrebbe un significato diverso:
    riconoscere che la giustizia, pur restando ferma nell’accertamento della
    responsabilità, può considerare l’età, la storia personale, il contesto nel
    quale il fatto è avvenuto e la concreta funzione che la pena deve ancora
    svolgere.

    La pena non deve essere una
    vendetta dello Stato.

    Deve servire a responsabilizzare il
    colpevole, a proteggere la società e, quando possibile, a recuperare la
    persona. Bisogna domandarsi quale funzione rieducativa possa realisticamente
    avere una detenzione tanto lunga per un uomo di 72 anni che non appartiene alla
    criminalità organizzata e che non aveva programmato di uccidere per interesse
    economico. Ma il caso Roggero deve porre anche un’altra domanda alla politica. Dov’era
    lo Stato prima che quell’uomo impugnasse la pistola? Lo Stato non può comparire
    soltanto dopo, con la polizia scientifica, i magistrati, gli avvocati e le
    sentenze. Deve essere presente prima: con il controllo del territorio, la
    prevenzione, la certezza della pena per chi rapina, il sostegno alle vittime e
    la sicurezza garantita a commercianti, lavoratori e famiglie. Quando il
    cittadino sente di doversi difendere da solo, lo Stato ha già perso una parte
    della propria autorevolezza. Questo non autorizza la giustizia privata. Ma
    obbliga le istituzioni a interrogarsi sulle proprie assenze. Don Luigi Sturzo
    avrebbe ricordato che l’autorità non si misura soltanto nella capacità di
    punire, ma soprattutto in quella di prevenire il male e proteggere il bene
    comune. La giustizia deve impedire che la difesa diventi vendetta. Ma deve
    anche impedire che la vittima, dopo essere stata abbandonata alla paura, venga
    percepita dall’opinione pubblica come l’unica persona sulla quale lo Stato
    abbia esercitato fino in fondo tutta la propria forza. Mario Roggero ha
    sbagliato. Lo hanno stabilito tre gradi di giudizio e nessuna campagna politica
    può cancellarlo. Ma ora lo Stato deve dimostrare di saper essere non soltanto
    severo, ma anche umano. Perché una giustizia senza fermezza diventa debolezza. Una
    giustizia senza umanità rischia di diventare soltanto un’altra forma di
    vendetta.

    Lo Stato che arriva soltanto dopo
    lo sparo arriva due volte in ritardo.

    amm

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    di Amedeo Massimo Minisini

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

    Nacque il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino allora appartenente all’Impero austro-ungarico. Quella formazione maturata in una terra di confine gli insegnò presto che le identità possono convivere e che le frontiere, quando diventano muri, preparano incomprensioni e guerre. Prima ancora di essere statista italiano, De Gasperi conobbe direttamente la complessità europea. 

    Dalla scuola di Sturzo alla responsabilità del governo

    Giornalista, uomo di cultura e parlamentare, De Gasperi aderì al Partito Popolare Italiano fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Quando il fascismo costrinse Sturzo all’esilio e soffocò progressivamente ogni libertà politica, De Gasperi divenne uno dei principali riferimenti del popolarismo italiano e dell’opposizione al regime.  Il rapporto tra Sturzo e De Gasperi costituisce una delle pagine più importanti della storia politica dei cattolici. Sturzo fu il sacerdote che liberò i cattolici dalla subordinazione e li chiamò all’impegno civile come cittadini responsabili. De Gasperi fu il laico cristiano che tradusse quella lezione nella difficile arte del governo. Il primo indicò la strada; il secondo dovette percorrerla tra compromessi, emergenze, alleanze e decisioni spesso dolorose. Entrambi, tuttavia, rifiutarono l’idea di un partito confessionale dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche. La fede doveva formare le coscienze, non sostituire la responsabilità personale. La politica, per loro, non era il pulpito dal quale impartire precetti religiosi, ma il luogo nel quale trasformare i valori cristiani in libertà, giustizia sociale, solidarietà e rispetto della persona.

    La persecuzione e il silenzio operoso

    De Gasperi pagò personalmente la propria opposizione al fascismo. Arrestato nel 1927, conobbe il carcere, l’isolamento e le difficoltà economiche. Grazie all’intervento della Santa Sede ottenne la libertà condizionata e, dal 1929, lavorò presso la Biblioteca Vaticana. Vi rimase per circa quattordici anni. Non furono anni di resa, ma di preparazione. Mentre il regime occupava ogni spazio pubblico, De Gasperi studiava, osservava gli avvenimenti internazionali, manteneva prudentemente i contatti con gli ambienti cattolici e preparava le idee sulle quali sarebbe nata la Democrazia Cristiana.  Questa parte della sua vita contiene una lezione importante: la politica autentica non nasce necessariamente sotto i riflettori. Può maturare nel silenzio, nello studio e perfino nella sconfitta. Chi possiede una visione non considera mai inutile il tempo dell’emarginazione.

    Un Paese sconfitto da riportare tra le democrazie

    Quando De Gasperi assunse la guida del governo, nel dicembre del 1945, l’Italia era un Paese sconfitto, povero, diviso e materialmente distrutto. Le città portavano ancora le ferite dei bombardamenti, mancavano case, lavoro e generi alimentari, mentre la giovane democrazia doveva imparare nuovamente a vivere dopo vent’anni di dittatura. De Gasperi guidò otto governi consecutivi, dal dicembre 1945 all’agosto 1953: un periodo nel quale si svolsero il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea costituente, la nascita della Repubblica e il consolidamento delle nuove istituzioni democratiche. Dopo la proclamazione del risultato referendario, assunse temporaneamente anche le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, accompagnando il delicato passaggio dalla monarchia alla Repubblica.  Alla Conferenza di pace di Parigi del 1946 si presentò davanti alle potenze vincitrici consapevole di rappresentare una nazione sconfitta. Non cercò di cancellare le responsabilità italiane, ma rivendicò l’esistenza di un’Italia democratica e antifascista che aveva sofferto e combattuto contro la dittatura. Fu un atto di dignità, non di arroganza. De Gasperi comprese che la credibilità internazionale non si conquista gridando contro gli altri, ma riconoscendo i propri errori e dimostrando di voler costruire un futuro diverso.

    La ricostruzione come opera morale

    La ricostruzione degasperiana non fu soltanto economica. Prima delle strade, delle industrie e delle abitazioni, occorreva ricostruire la fiducia degli italiani nello Stato e nella libertà. La democrazia non poteva limitarsi alle elezioni. Doveva offrire lavoro, istruzione, protezione sociale, possibilità di miglioramento e partecipazione. Doveva impedire che la disperazione spingesse nuovamente il popolo verso le avventure autoritarie. Sotto i governi De Gasperi l’Italia consolidò la propria collocazione occidentale, utilizzò gli aiuti della ricostruzione e pose le basi del successivo sviluppo economico. Alle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana ottenne una netta affermazione, ma De Gasperi continuò a governare attraverso coalizioni con liberali, repubblicani e socialdemocratici.  Avrebbe potuto trasformare una grande vittoria elettorale in un dominio politico. Scelse invece il metodo della collaborazione. Questa era la sua idea del bene comune: non la somma degli interessi di una maggioranza, ma la ricerca di condizioni nelle quali anche chi aveva perduto le elezioni potesse sentirsi pienamente cittadino.

    La patria europea

    De Gasperi comprese con straordinario anticipo che l’interesse nazionale italiano non poteva essere difeso contro l’Europa, ma dentro un’Europa unita. Insieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer contribuì a immaginare una comunità fondata non soltanto sugli scambi economici, ma sulla riconciliazione tra popoli che si erano combattuti. Sostenne la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e il progetto di una comunità politica e di difesa sovranazionale. Riteneva che la Germania non dovesse essere umiliata o emarginata, ma reinserita nella famiglia delle democrazie europee, per impedire nuove rivincite e nuovi conflitti.  La sua Europa non era quella dei regolamenti lontani dai cittadini. Era una comunità di destino, rispettosa delle autonomie locali e capace di garantire pace, libertà, prosperità e giustizia sociale. Nel 1952 affermò che l’avvenire non si costruisce con la forza o con la conquista, ma attraverso la pazienza democratica, le intese e il rispetto della libertà.  Parole che, ancora oggi, dovrebbero essere poste all’ingresso di ogni istituzione europea.

    Il cristiano nella politica

    De Gasperi fu profondamente credente, ma non utilizzò mai il cattolicesimo come uno strumento di propaganda. Non confuse il governo del Paese con la difesa degli interessi ecclesiastici e non pretese che la Chiesa approvasse ogni sua scelta. La sua fede si riconosceva soprattutto nello stile: sobrietà, senso del limite, rispetto dell’avversario, attenzione verso i più deboli e consapevolezza che il potere fosse sempre temporaneo. Non si proclamava indispensabile. Non trasformava il partito in una proprietà personale. Non considerava il dissenso un tradimento. Sapeva che il politico è chiamato a decidere, ma anche a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Questa autonomia responsabile rappresenta una delle più autentiche applicazioni della Dottrina sociale della Chiesa: non imporre una fede attraverso lo Stato, ma illuminare l’azione pubblica attraverso una coscienza formata.

    L’uomo lasciato solo

    Anche De Gasperi conobbe l’amarezza dell’isolamento. Dopo la fine della sua esperienza di governo, nel 1953, vide ridursi rapidamente il proprio peso politico. Morì il 19 agosto 1954, a Sella di Valsugana, mentre temeva che il progetto della Comunità europea di difesa potesse fallire e che l’unificazione politica dell’Europa subisse un grave arresto.  Il Senato ha successivamente riconosciuto che l’Italia conserva nei suoi confronti un debito e che occorrerebbe riprendere il filo interrotto del degasperismo.  Non significa ricostruire nostalgicamente un partito scomparso. Significa recuperare un metodo: competenza, serietà, mediazione, visione internazionale, sobrietà personale e capacità di anteporre il futuro del Paese alla convenienza immediata.

    Ciò che De Gasperi domanda alla politica di oggi

    De Gasperi apparteneva a una generazione che aveva conosciuto il carcere, la dittatura, la guerra e la fame. Per questo considerava la democrazia un bene fragile, da custodire quotidianamente. Oggi la politica appare troppo spesso prigioniera del consenso immediato, delle dichiarazioni quotidiane, della ricerca dell’avversario e della costruzione di leadership personali. De Gasperi ci ricorda invece che governare significa anche assumere decisioni impopolari, spiegandole con chiarezza e accettandone la responsabilità. Il suo insegnamento non consiste nell’assenza di errori. Nessun governante ne è privo. Consiste nell’aver concepito il potere come servizio e la politica come costruzione paziente. Don Luigi Sturzo aveva restituito ai cattolici la libertà dell’impegno politico. Alcide De Gasperi dimostrò che quella libertà poteva diventare governo democratico, ricostruzione nazionale ed Europa. Per questo merita di essere ricordato tra i Testimoni del bene comune. Non perché appartenne a una stagione irripetibile, ma perché indica ancora oggi ciò che manca maggiormente alla vita pubblica: politici capaci di pensare alla prossima generazione, e non soltanto alla prossima elezione.

     

     

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    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

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  • UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    I franchi tiratori non fanno cadere automaticamente il Governo, ma feriscono la fiducia degli italiani

    di Amedeo Massimo Minisini

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

    È un episodio politicamente grave. Ma bisogna giudicarlo senza trasformare la politica in una rappresentazione teatrale. Le opposizioni hanno immediatamente chiesto le dimissioni della presidente del Consiglio. La richiesta è comprensibile come iniziativa politica, ma non corrisponde a un obbligo costituzionale. Il Governo non è stato battuto su una mozione di sfiducia e non aveva posto la questione di fiducia su quell’emendamento. L’articolo 94 della Costituzione stabilisce che la fiducia viene accordata o revocata mediante una mozione motivata, votata per appello nominale. La sconfitta su un emendamento, per quanto importante, non comporta quindi automaticamente le dimissioni del Governo.

    Chi sono realmente i franchi tiratori?

    Nel linguaggio parlamentare il franco tiratore è il deputato o il senatore che, approfittando dello scrutinio segreto, vota diversamente dall’indicazione ufficiale del proprio partito o della propria coalizione. Nell’immagine richiamata dalla stessa espressione c’è il parlamentare che colpisce restando nascosto, come un tiratore che agisce senza mostrare la propria posizione. Ma sarebbe troppo semplice considerarli tutti traditori. Un parlamentare non è soltanto l’esecutore degli ordini del proprio partito. La Costituzione gli riconosce libertà di mandato. Può quindi dissentire, soprattutto quando si discutono le regole fondamentali della democrazia. Il problema nasce quando il dissenso non viene spiegato. Chi ritiene sbagliata una legge elettorale dovrebbe avere il coraggio di dirlo durante le riunioni di maggioranza, nelle commissioni parlamentari e, quando possibile, pubblicamente. La libertà di coscienza è una cosa seria; il regolamento clandestino dei conti interni è un’altra cosa. Il voto segreto è uno strumento legittimo e in alcuni casi necessario, perché difende il parlamentare dalle pressioni dei vertici. Ma non può diventare il luogo nel quale si consumano vendette personali, rivalità di partito o tentativi di indebolire il presidente del Consiglio senza assumersene apertamente la responsabilità.

    Che volto hanno?

    Giuridicamente e materialmente non possiamo saperlo. Lo scrutinio era segreto e qualsiasi elenco di nomi sarebbe oggi basato su sospetti, indiscrezioni o calcoli incompleti. Cercare i responsabili attraverso filmati, fotografie delle postazioni di voto o dichiarazioni di fedeltà rischia inoltre di trasformarsi in una pressione impropria sulla libertà parlamentare. Politicamente, però, il loro volto è riconoscibile. È il volto di una maggioranza che non è riuscita a raggiungere un accordo autentico. È il volto di partiti che hanno annunciato pubblicamente compattezza, mentre al loro interno permanevano riserve, paure e contrapposizioni. È soprattutto il volto di una politica che pretende disciplina all’esterno senza riuscire a costruire consenso al proprio interno. La presidente Meloni ha parlato della necessità di una riflessione. È esattamente ciò che deve avvenire. Non una caccia ai traditori, ma una verifica seria dei motivi politici che hanno prodotto quella sconfitta.

    Quale segnale arriva all’estero?

    Un singolo voto parlamentare sulle preferenze non modifica da solo la collocazione internazionale dell’Italia, né interrompe automaticamente l’azione del Governo. Tuttavia, gli interlocutori europei e internazionali osservano soprattutto la capacità di un esecutivo di mantenere una maggioranza stabile, approvare il bilancio, rispettare gli impegni europei e sostenere con continuità la propria politica estera. La sconfitta è stata infatti descritta dalla stampa internazionale come un significativo arretramento politico per Giorgia Meloni in vista delle elezioni previste nel 2027. Se l’episodio resterà isolato, sarà considerato una battuta d’arresto parlamentare. Se invece dovesse ripetersi sui provvedimenti economici, sulla politica estera, sul bilancio o sulle riforme qualificanti, diventerebbe il segnale di un Governo formalmente in carica ma politicamente indebolito. E un Governo indebolito ha minore capacità negoziale a Bruxelles, nei vertici internazionali e nelle trattative economiche.

    E i mercati?

    I mercati non reagiscono all’indignazione morale e neppure alla parola “franco tiratore”. Valutano il rischio concreto di una crisi di Governo, di elezioni anticipate, di un ritardo nell’approvazione della legge di bilancio o di un peggioramento dei conti pubblici. La prima reazione è stata contenuta: nella mattina del 15 luglio lo spread tra BTP e Bund si è mosso intorno ai 77-78 punti base, senza indicare che gli investitori stessero scommettendo su una crisi immediata dell’esecutivo. Questo non significa che il problema possa essere ignorato. Significa soltanto che, almeno nell’immediato, i mercati hanno distinto una sconfitta parlamentare da una vera crisi di Governo. La situazione cambierebbe se la maggioranza apparisse incapace di sostenere stabilmente l’esecutivo o se il conflitto interno si trasferisse sulle decisioni economiche. In quel caso aumenterebbero l’incertezza, il costo del debito e la prudenza degli investitori. In quel caso, però, non sarebbe sufficiente riunire i segretari dei partiti e diffondere un comunicato rassicurante. Se permanesse un dubbio reale sulla tenuta della coalizione, sarebbe il Parlamento, attraverso un voto palese, a dover stabilire se il Governo possiede ancora la fiducia necessaria per proseguire. La Costituzione non dispone che un Governo debba dimettersi ogni volta che viene battuto su un emendamento. La fiducia viene accordata o revocata mediante una mozione motivata, votata per appello nominale. La sconfitta per 188 voti contro 187, quindi, ha un grande peso politico, ma non equivale giuridicamente a una sfiducia parlamentare.

    La caccia ai franchi tiratori sarebbe un altro errore

    Il Governo deve ricercare le ragioni del dissenso, non necessariamente i nomi dei dissidenti. Trasformare i gruppi parlamentari in un luogo di interrogatori, sospetti e richieste di fedeltà personale aggraverebbe il problema. Un partito democratico non è una caserma e il parlamentare non è un soldato tenuto a obbedire senza discutere. Ma la libertà parlamentare comporta anche una responsabilità. Chi dissente deve avere il coraggio di spiegare perché dissente. Può farlo nelle riunioni del proprio gruppo, negli organismi di partito e nel confronto con gli alleati. Non è accettabile che una scelta tanto importante venga affidata esclusivamente al segreto dell’urna, lasciando che il giorno successivo tutti dichiarino di avere votato secondo le indicazioni ricevute. Il franco tiratore diventa politicamente pericoloso quando non difende una convinzione, ma utilizza il voto segreto per colpire un alleato, indebolire un ministro, regolare un conto personale o preparare una futura collocazione politica. In quel momento non siamo più davanti alla libertà di coscienza. Siamo davanti all’irresponsabilità protetta dall’anonimato.

    Un solo voto non è ridicolo

    La differenza di un voto può apparire ridicola, ma in democrazia anche un solo voto decide. Non è ridicolo il risultato. È preoccupante ciò che esso rivela. Quando una maggioranza numericamente ampia viene battuta per un voto su una riforma considerata strategica, significa che la distanza tra la consistenza ufficiale della coalizione e la sua effettiva unità politica è diventata significativa. Le ricostruzioni parlano di numerosi voti mancanti nel centrodestra, ma lo scrutinio segreto non permette di attribuirli con certezza né di distinguere completamente le defezioni dalle assenze e dagli eventuali voti incrociati. Il problema non è quindi quel singolo voto di differenza. Il problema è la quantità di parlamentari che, pur appartenendo alla maggioranza, non si sono riconosciuti nella proposta presentata e sostenuta dal Governo. Una coalizione può sopravvivere a una sconfitta. Non può sopravvivere a lungo se non conosce più le ragioni che tengono insieme i suoi componenti.

    Il messaggio rivolto all’estero

    L’Italia non perde credibilità internazionale per un emendamento respinto. La perde se offre l’immagine di un Governo che non riesce più a conoscere, prevedere e guidare la propria maggioranza. I partner europei, gli organismi internazionali e gli investitori non pretendono che ogni deputato voti sempre secondo le indicazioni del Governo. Vogliono però comprendere se l’esecutivo sia nelle condizioni di approvare il bilancio, mantenere gli impegni europei, assicurare continuità alla politica estera e affrontare eventuali crisi economiche o militari. Una democrazia nella quale il Parlamento discute e modifica le proposte del Governo non è una democrazia debole. Al contrario, è una democrazia viva. Diventa debole quando le decisioni non nascono da un confronto trasparente, ma da vendette clandestine; quando i partiti fingono unità davanti alle telecamere e si combattono nell’oscurità del voto segreto; quando nessuno assume la responsabilità delle proprie scelte. I mercati non si spaventano perché un parlamentare dissente. Si preoccupano quando il dissenso lascia intravedere instabilità, elezioni anticipate, ritardi nelle decisioni economiche o difficoltà nell’approvazione della legge di bilancio. Per questo l’episodio non deve essere drammatizzato, ma neppure minimizzato.

    Il Governo deve dimettersi?

    Per L’Idea Popolare, non oggi e non automaticamente.

    Le dimissioni dopo ogni emendamento respinto trasformerebbero il Parlamento in un’assemblea obbligata ad approvare qualunque proposta del Governo. Sarebbe la negazione della funzione parlamentare. Ma il Governo non può nemmeno comportarsi come se nulla fosse accaduto. La presidente del Consiglio deve convocare i partiti della coalizione, chiedere una posizione politica chiara e verificare se esiste ancora una maggioranza sulla legge elettorale e sul programma complessivo. Non deve domandare: «Chi mi ha tradito?». Deve domandare: «Su quali scelte non siamo più uniti?». Se il dissenso riguardasse soltanto le preferenze, si dovrebbe riaprire il confronto parlamentare e cercare una soluzione più condivisa. Se invece emergesse una rottura più profonda sulla linea del Governo, allora la verifica dovrebbe trasferirsi nelle sedi parlamentari. In quel caso non sarebbe sufficiente una riunione tra i segretari dei partiti o un comunicato rassicurante. Sarebbe il Parlamento, attraverso un voto palese, a dover stabilire se il Governo possiede ancora la fiducia necessaria per proseguire. Il Governo deve dunque ricercare le ragioni del dissenso, non organizzare una caccia ai dissidenti. Trasformare i gruppi parlamentari in luoghi di interrogatori, sospetti e richieste di fedeltà personale aggraverebbe il problema. Un partito democratico non è una caserma e il parlamentare non è un soldato obbligato a obbedire senza discutere. Ma la libertà parlamentare comporta anche una responsabilità: chi dissente deve avere il coraggio di spiegare le proprie ragioni e non utilizzare il voto segreto soltanto per colpire un alleato, indebolire un ministro o regolare conti personali. Non servono dimissioni teatrali. Serve un chiarimento vero. La stabilità non consiste nel nascondere le divisioni, ma nel riconoscerle e risolverle prima che diventino una crisi.

    La legge elettorale non appartiene al Governo

    C’è poi una questione ancora più importante. La legge elettorale non è una legge qualsiasi. Stabilisce il modo nel quale la volontà dei cittadini viene trasformata in rappresentanza parlamentare. Non dovrebbe essere approvata soltanto dalla maggioranza che, in quel momento, pensa di poterne ricavare un vantaggio. Le regole del voto devono durare oltre il Governo che le approva. Una buona legge elettorale dovrebbe essere comprensibile, garantire rappresentanza e governabilità, permettere ai cittadini di conoscere e possibilmente scegliere gli eletti, evitare un’eccessiva frammentazione e non essere modificata alla vigilia delle elezioni per calcoli di convenienza. Su queste regole maggioranza e opposizione dovrebbero cercare un’intesa più ampia. Non perché tutti debbano essere d’accordo su tutto, ma perché nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a cambiare il campo di gioco mentre la partita sta per cominciare. La battaglia parlamentare ha invece mostrato l’opposto: contrapposizioni esasperate, sospetti tra alleati, voti segreti, accuse di tradimento, occupazioni dei banchi e richieste immediate di dimissioni. Tutto questo allontana ulteriormente i cittadini dalla politica.

    La posizione de “L’Idea Popolare”

    L’Idea Popolare non chiede le dimissioni immediate del Governo per un emendamento respinto. Chiede però alla presidente del Consiglio di non derubricare l’accaduto a semplice incidente di percorso. È necessario un chiarimento politico vero con gli alleati, non una conta dei sospettati. Non serve scoprire chi abbia premuto un pulsante. Serve capire perché una parte consistente della maggioranza non si sia riconosciuta nella proposta. L’Idea Popolare chiede inoltre che la riforma elettorale venga sottratta alla fretta e alla convenienza del momento. Si sospenda, se necessario, il percorso parlamentare per riaprire un confronto serio anche con le opposizioni, con i costituzionalisti e con le rappresentanze della società civile. Infine, diciamo ai franchi tiratori: dissentire è un diritto; nascondersi permanentemente non è una virtù politica. Chi pensa che la maggioranza stia sbagliando deve parlare, argomentare e assumersi la responsabilità della propria posizione.

    La politica torni ad avere un volto

    Don Luigi Sturzo considerava la politica un servizio e non un esercizio di obbedienza personale. Ma il servizio richiede trasparenza, responsabilità e coraggio. Il parlamentare non deve essere un nominato senza voce, ma neppure un’ombra che colpisce senza mostrarsi. Il Governo non deve pretendere obbedienza cieca, ma deve saper costruire consenso. L’opposizione ha il diritto di chiedere le dimissioni, ma non dovrebbe confondere ogni sconfitta parlamentare con una crisi costituzionale. In questa vicenda tutti hanno ottenuto una piccola vittoria propagandistica e tutti hanno prodotto una grande sconfitta della politica. La maggioranza ha scoperto di non essere compatta. Le opposizioni hanno celebrato la bocciatura senza riuscire a trasformarla in una proposta condivisa. I franchi tiratori hanno esercitato il loro potere senza spiegare le proprie ragioni. I cittadini hanno assistito ancora una volta a una battaglia della quale conoscono i protagonisti, ma comprendono sempre meno gli obiettivi. Per questo L’Idea Popolare non invoca né processi sommari né dimissioni teatrali.

    Chiede verità.

    La presidente del Consiglio chiarisca con la propria maggioranza. I partiti dicano apertamente quale legge elettorale vogliono. I parlamentari dissenzienti escano dall’ombra politica, pur nel rispetto della segretezza del voto. E il Parlamento torni a discutere non su ciò che conviene ai partiti, ma su ciò che serve alla democrazia. Un solo voto può decidere una legge. Ma quando dietro quell’unico voto si nascondono decine di dubbi, rivalità e paure, il problema non è più aritmetico. È politico, morale e istituzionale.

    E non può essere risolto facendo finta che nulla sia accaduto.

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    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • EUROPA SENZA BUSSOLA

    EUROPA SENZA BUSSOLA

    Ritrovare le radici per tornare a essere comunità

    di Pasquale Tucciariello

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.

       Perché siamo arrivati a tanto?

       La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.

       L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

       L’Europa ha radici cristiane. Un’affermazione che oggi a molti suona quasi fastidiosa o provocatoria, ma che in realtà è un’evidenza storica e culturale persino ovvia.

       Proviamo allora a giustificare il nostro assunto, cercando di convincere anche i più riottosi, coloro che temono che riconoscere tale matrice significhi scivolare nel confessionalismo.

       Intanto vogliamo rassicurare: si tratta di codice genetico.

       “Non possiamo non dirci cristiani”, scriveva nel 1942 Benedetto Croce, un filosofo notoriamente laico, liberale, idealista post hegeliano.

       Croce non parlava da credente perché non lo era, ma da storico della cultura. Riconosceva che la morale, l’idea di individuo, la concezione della storia e persino la laicità dello Stato – intesa come “rendete a Cesare quel che è di Cesare” – sono frutti nati e maturati sul terreno del Cristianesimo. Anche i laici più intransigenti, quando difendono i diritti umani, l’uguaglianza intrinseca di ogni persona, la solidarietà verso i deboli o la dignità del lavoro, stanno di fatto utilizzando categorie filosofiche che il Cristianesimo ha introdotto e sedimentato nella coscienza occidentale, scardinando il cinismo del mondo antico.

       Ergo, rifiutare o nascondere le radici cristiane dell’Europa per un malinteso senso di neutralità non rende l’Europa più inclusiva. La rende semplicemente più debole, vuota, incapace di dialogare con le altre grandi civiltà del pianeta che sanno perfettamente chi sono e da dove vengono. Il relativismo assoluto in cui siamo immersi, quel far finta che non esista una matrice comune, ha prodotto il vuoto geopolitico attuale. Questa è la lettura dell’Europa di oggi che proponiamo. E per i più riottosi a seguirci nel nostro percorso interpretativo assicuriamo che il dibattito sull’Europa intendiamo spostarlo dalla religione alla filosofia della storia.

       Senza una filosofia di fondo, l’Europa resta un condominio litigioso regolato da freddi algoritmi economici. Riconoscere l’ovvietà delle nostre radici cristiane – come bussola culturale e non come dogma religioso – è l’unico modo per dare un’anima al nostro continente, trasformandolo finalmente da mercato a comunità, da aggregato burocratico a soggetto storico capace di futuro.

       E proviamo a ragionare su un esempio.

       Se fossero scritte nel codice DNA, che le radici dell’Europa sono cristiane, l’Europa oggi sarebbe così come la vediamo, secondo il sentiment che percepiamo?

       Se le radici cristiane fossero scritte direttamente nel DNA dell’Europa, oggi il nostro continente non si troverebbe in uno stato di amnesia identitaria. Se quella matrice fosse un codice genetico immutabile, l’Europa sarebbe un organismo sano, consapevole delle proprie funzioni vitali e capace di reagire agli stimoli esterni con una postura fiera, chiara e coerente.

       Nel DNA biologico sono impresse le istruzioni per la sopravvivenza, lo sviluppo e la difesa dell’organismo, l’amore per la vita, la gioia (termine, quest’ultimo, andato in disuso). Se applicassimo questa metafora alla storia, l’Europa avrebbe un sistema immunitario culturale fortissimo. Davanti alle crisi globali, alle spinte geopolitiche dei colossi orientali o occidentali, non si frammenterebbe in egoismi nazionali. Saprebbe esattamente chi è, e di conseguenza saprebbe cosa difendere.

       Ma la storia non è biologia. Le civiltà non hanno un DNA di carne, hanno un DNA culturale, che è infinitamente più fragile perché non si trasmette per via ereditaria, ma attraverso l’educazione, la memoria, la scelta consapevole, e non le mode arcobaleno che parte del Cristianesimo purtroppo insegue.

       Il dramma dell’Europa odierna è proprio questo: ha subito una mutazione genetica indotta. Ha deciso di tagliare il filamento di codice per paura di sembrare esclusiva, convinta che per accogliere gli altri fosse necessario annullare sé stessa.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Senza quel codice originario, l’Europa è come un corpo che ha smarrito le proprie istruzioni di volo.

    L’Europa è senza bussola etica, perché sostituisce la giustizia con la burocrazia.

    L’Europa è senza difesa comune, perché non si può morire o lottare per difendere un bilancio commerciale o un regolamento sui tassi d’interesse, ma si difende solo ciò che si ama e ciò in cui si crede.

    L’Europa è in balia del relativismo, dove tutto è possibile e il contrario di tutto, perché se non esiste un’origine comune, non esiste nemmeno una destinazione condivisa.

       Se quel DNA fosse attivo, l’Europa non sarebbe un impero teocratico. Tutt’altro, sarebbe la patria delle libertà personali e della laicità dello Stato, che sono proprio i frutti più maturi di quella tradizione; sarebbe, finalmente, una comunità di destino, di pianificazione consapevole. Sarebbe un soggetto politico ed esistenziale capace di guardare al mondo, e in particolare al Mediterraneo, non con il timore di chi si sente debole, ma con la forza di chi ha una grande storia da raccontare e un futuro da costruire. E la guerra in Ucraina non sarebbe scoppiata certo con donne e uomini al pari di Tina Anselmi e di Moro, Andreotti, Fanfani, Craxi, Martelli, De Mita, Berlinguer, Almirante, Colombo, Galloni, La Malfa e l’elenco sarebbe lunghissimo. Uomini e donne temprati da Prima Repubblica, intendo.

       Nostalgia?

       E come si potrebbe non sentirla per i personaggi della politica attuale (con le eccezioni, giuste, che ci sono).

       Noi operiamo su basi nostalgiche che pure fungono da premessa, e su quelle proponiamo di costruire politiche più solide, più riconoscibili. Cristiane, appunto.

       Quali?

       Possiamo provare a tradurre il DNA culturale in pratica.

       Oltre alle iniziative di pace della Santa Sede e alla diplomazia, i cattolici possono farsi promotori di un cambiamento strutturale attraverso alcune idee che proponiamo.

    1. La geopolitica del dialogo nel Mediterraneo.

    Riprendendo la grande lezione di Giorgio La Pira, l’azione dei cattolici può riscoprire il Mediterraneo come crocevia e non come frontiera o tomba. Può promuovere “patti di cittadinanza mediterranea” e network tra le città e le regioni del Sud Europa e della sponda Nord dell’Africa. Creare macroregioni culturali ed economiche che spostino il baricentro dell’Europa verso la sua culla originaria.

    1. Scuole di formazione politica sul modello Prima Repubblica.

    Se i leader del passato erano temprati, è perché dietro c’era un pensiero. Oggi manca la palestra. E dunque fondare laboratori di economia civile e politica per giovani, basati sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E non per creare un partito confessionale, ma per formare amministratori capaci di anteporre il bene comune ai freddi algoritmi economici soltanto.

    1. Economia civile e di comunione.

    L’Europa comunitaria delle origini metteva al centro la persona. E allora si possono sostenere e mappare le forme di economia civile, cooperazione sociale e finanza etica sul territorio. Dimostrare che esiste un modo cristiano e solidale di fare impresa, che crea legami sociali anziché atomizzazione.

    1. Sussidiarietà e nuove coesioni territoriali.

    Il Cristianesimo ha storicamente valorizzato i corpi intermedi (San Tommaso d’Aquino docet) e le autonomie locali radicate nella solidarietà. E dunque possiamo lavorare su progetti di aggregazione territoriale (reti di comuni, aree interne, macro-associazioni) che superino la frammentazione dei piccoli egoismi locali, dimostrando che l’unione identitaria produce anche sviluppo economico e sociale.

    • Pasquale Tucciariello, Centro Studi Leone XIII

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  • Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    di Amedeo Massimo Minisini

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

    Il ricongiungimento familiare, previsto dalle norme vigenti, rappresenta oggi una delle principali porte d’ingresso nel nostro Paese. È una scelta legittima e umanamente comprensibile. Tuttavia, ogni scelta politica deve interrogarsi sulle proprie conseguenze sociali, economiche e demografiche. Quale capacità hanno i nostri servizi sanitari, le scuole, il sistema abitativo e il welfare di sostenere una crescita costante della popolazione immigrata, mentre contemporaneamente diminuiscono le nascite italiane e aumenta l’invecchiamento della popolazione? Porre questa domanda non significa essere contro gli immigrati. Significa essere a favore della responsabilità. L’errore più grave sarebbe continuare a ignorare i numeri e lasciare che il fenomeno venga governato solo dall’emergenza. L’Europa ci offre già esempi da osservare con attenzione: quartieri difficili da integrare, tensioni sociali, perdita di identità comunitarie e crescente diffidenza reciproca. Il problema non è l’uomo che arriva, ma l’incapacità dello Stato di prepararsi al suo arrivo.

    Se l’Italia continua a perdere popolazione, a non sostenere la natalità delle proprie famiglie e contemporaneamente a non programmare l’integrazione di chi entra, il rischio è quello di creare nuove povertà e nuovi conflitti sociali. La vera domanda, quindi, non è se accogliere oppure no. La domanda è: quale Italia vogliamo tra venticinque anni? Un Paese che subisce i cambiamenti oppure un Paese che li governa? Lo Stato ha il dovere di conoscere i dati, programmare i servizi, favorire l’integrazione, pretendere il rispetto delle leggi e, nello stesso tempo, sostenere la famiglia italiana, oggi sempre più fragile e sempre meno incline alla natalità.

    La solidarietà senza programmazione genera disordine. La chiusura senza umanità genera ingiustizia. La politica, invece, dovrebbe trovare il difficile equilibrio tra diritti e doveri, tra accoglienza e responsabilità. Don Sturzo ci insegnò che governare significa prevenire e non reprimere. Ed è forse proprio qui il grande limite dell’Italia di oggi: non aver ancora deciso se vuole guidare il fenomeno migratorio o semplicemente subirlo. E una nazione che rinuncia a programmare il proprio futuro rischia, lentamente, di perdere anche la propria identità.

    Un’altra domanda che la politica continua ad evitare riguarda i costi.

    quanto costa complessivamente il fenomeno migratorio e il ricongiungimento familiare?

    Accogliere comporta inevitabilmente delle spese: sanità, scuola, assistenza sociale, edilizia pubblica, servizi comunali, mediazione culturale e assegni familiari. Non è una colpa e non deve diventare un argomento di scontro ideologico. Ma i cittadini hanno il diritto di conoscere i numeri. Quanto incide il ricongiungimento familiare sui bilanci dello Stato e degli enti locali? Quanto costano i servizi aggiuntivi? Quanto invece producono in termini di lavoro, contributi previdenziali e crescita economica gli immigrati regolarmente inseriti? Una politica seria non può limitarsi agli slogan dell’accoglienza senza limiti né a quelli della chiusura totale. Deve presentare ai cittadini un bilancio trasparente: costi, benefici, prospettive future. Secondo diverse stime, solo gli assegni familiari e alcune prestazioni sociali destinate alle famiglie straniere rappresentano una voce di spesa di diversi miliardi di euro ogni anno, mentre miliardi di euro vengono inviati all’estero sotto forma di rimesse dalle comunità immigrate. Sono dati che meritano attenzione e approfondimento, non per alimentare paure, ma per consentire una programmazione responsabile. Il problema non è stabilire se un immigrato costi troppo o troppo poco. Il vero problema è sapere se l’Italia possieda un progetto. Perché una nazione che non conosce i propri numeri, non governa il fenomeno: lo subisce. Ed anche in questo caso l’insegnamento di Don Luigi Sturzo appare attualissimo: prevenire, programmare, amministrare con prudenza. La solidarietà è una virtù; l’improvvisazione è invece un pericolo per tutti, italiani e immigrati.

    “L’accoglienza è un dovere morale; la trasparenza sui costi è un dovere democratico. Nascondere i numeri significa rinunciare a governare il futuro.”

     

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