Immigrazione : Per risolvere i problemi bisogna cercarne l’origine
di Amedeo Massimo Minisini
La situazione dell’immigrazione dall’Africa, principalmente dalla zona sud Sahariana e Centrale, sta generando nella vecchia Europa un insieme di fastidi, di insofferenze e di problemi economici che potrebbero esplodere e ben presto minare le fondamenta stesse della UE.
Perché questa incontrollata invasione d’immigrati dal continente africano? Flussi migratori: 2 milioni di immigrati da paesi terzi.
Appare a tutti evidente il grado di “accoglienza obbligatoria” che gli accordi di Dublino hanno generato, spingendo paesi ad economia più debole ad accettare condizioni capestro in termini di “non trasferibilità degli immigrati da un paese all’altro della Comunità Europea, in barba ad uno dei capisaldi dell’ACCORDO DI SCHENGEN (libera circolazione dei popoli), in cambio di concessione di liberalità negli sforamenti dei bilanci statali. L’Italia è uno di questi paesi.
Cenni storici dal periodo coloniale francese. E’ nel 1958 con l’avvento al potere del generale De Gaulle (quinta repubblica) che il vecchio Impero coloniale lascia il posto, per così dire, al Patto Coloniale imposto ai 14 paesi dell’Africa Centrale e Occidentale.
Perno di questo Patto, la dipendenza insindacabile, sia amministrativa che di indirizzo economico – politico della Francia, ma la vera chicca è l’imposizione del CAF. Il Franco Centro Africano, vera chiave per mantenere l’oppressione economica e negarne la libertà formalmente concessa agli occhi della Comunità Internazionale. Stessa sorte è toccata anche ai territori d’oltre mare (Guadalupa, Polinesia Francese, Guyana Francese, Reunion, Nuova Caledonia e Martinica) con l’imposizione del CFP.
La storia è intrisa di numerose interpretazioni, forse di parte, forse non completamente veritiere, forsanche fantasiose, ma dal 1958 in Guinea, quando i francesi lasciarono il paese non prima però di distruggere tutti i fabbricati eretti nel periodo coloniale, sabotando tutti i macchinari che non potevano prelevare e uccisero tutti gli animali avvelenando le derrate alimentari. Il sistema del lasciare terra bruciata ai rivoltosi, non è un’invenzione francese, ma da questi ultimi è stata ampiamente utilizzata.
La paura, la corruzione, l’esempio di quello che potrebbe capitare a chi si ribella, assieme ad una intricata serie di opportuni omicidi e colpi di stato sono gli avvenimenti che hanno toccato molte delle ex colonie francesi.
Dopo la Guinea toccò al Togo, che tentò la strada di una propria moneta indipendente dal CFA. E successivamente fu la volta del Mali, poi alla Repubblica Centrafricana, del Burkina Faso e quindi al Benin.
Nelle ex colonie francesi, i colpi di stato dall’avvento del CFA furono solo 45. Negli altri paesi africani, si fa per dire, solo 22 (5 in Sudan, 4 in Uganda, 3 in Etiopia e Nigeria e poi le due Guinee, l’Egitto e la Libia).
Su quest’ultimo paese la storia è ancora tutta da scrivere, ma l’operato e gli interessi della Francia sono fin troppo evidenti.
Inizialmente i 14 paesi africani furono costretti a depositare tutte le loro riserve di valute estere presso la Banca Centrale di Francia a Parigi in un conto “segretato” e inaccessibile, direttamente controllato dal Ministero delle Finanze. La Francia, per “offrire stabilità” alle fragili monete interne, impose in Franco Centroafricano che stampava apponendovi una adeguata quota di signoraggio (stimato tra il 15-20%).
Nel tempo la quota di riserve depositate scese all’80%, poi al 65% oggi al 50%. L’altro 50% è fornito in banconote fresche di stampa.
Come opporsi? Una lunga lista di leader africani subirono attentati e colpi di stato. Per memoria (presidenza Sarkozy) si veda quanto accaduto alla Libia ed al colonello Gheddafi che aveva deciso di liberare i 14 paesi dal giogo della moneta francese ed aveva stanziato 42 miliardi di dollari per “garantire” la nuova moneta, il Dinaro d’oro Africano. Tentò anche di mantenere rapporti amichevoli con la Francia, finanziando la campagna elettorale di Sarkozy, ma i ringraziamenti non tardarono ad arrivare e neppure i bombardamenti e la sua morte violenta.
Chi non conosce, o non si interessa di queste vicende, faticherà a crederci, ma questo vergognoso sistema è stato denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia oramai non è più in grado di rinunciare al sistema coloniale che sostiene, di fatto, parte dell’economia della Francia. Nelle capienti casse della Banca di Francia alcune fonti stimano fino a 440 miliardi di dollari l’anno, altre molto meno. Non essendo però fornita alcuna rendicontazione e non essendo esplicitato nessun obbligo di “restituzione”, le ipotesi restano tutte valide.
Della rinuncia all’utilizzo del CAF ed il conseguente trasferimento delle riserve valutarie detenute a garanzia presso la BCE (il franco francese è confluito nell’Euro nel 2001) è invece materia che la Francia non vuole assolutamente discutere.
E così, paesi dall’economia fragile, si trovano legati di fatto ad una valuta forte a trazione tedesca. Esattamente il contrario di quanto servirebbe.
Gli “Accordi di Cooperazione” del 1958 fissavano anche altri punti chiave irrinunciabili e non trattabili.
- il legame obbligatorio con la moneta coloniale francese (il Franco, oggi l’Euro, la Francia gestisce questa relazione senza alcuna delega UE o specifica autorizzazione da parte della BCE).
- L’adozione del sistema educativo francese,
- Accordi di assistenza militare e obblighi commerciali.
Se si scende nel dettaglio, si può capire la portata dell’Accordo.
- Confisca delle riserve valutarie nazionali.
- La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.
- La politica monetaria che governa questi paesi così diversi è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO (la comunità degli stati dell’Africa occidentale) o del CEMAC (Comunità degli stati dell’Africa centrale). In base alle clausole dell’Accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 50% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.
- Le banche centrali del CFA limitano al 20% delle entrate dell’anno precedente la possibilità di accesso al credito. Anche se la BEAC e la BCEAO hanno una linea di credito col Tesoro francese, gli utilizzi non sono liberi ma soggetti al consenso dello stesso Ministero del Tesoro.
- In breve, più dell’80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il Ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.
- Le plus valenze (o minus valenze) degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero far parte di un “Conteggio”, ma nessuna notizia viene fornita al riguardo, né alle banche né ai paesi, circa i dettagli di questi scambi.
- Solo un ristretto gruppo di alti ufficiali del Ministero del Tesoro francese conosce le somme detenute negli “operations accounts”, solo loro sanno come vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto.
Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.
L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”
– La Francia a diritto di prelazione su qualsiasi risorsa naturale trovata nelle sue ex colonie.
Solo dopo un “Non interesse” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.
– Nei contratti governativi, le società francesi hanno diritto di precedenza e solo in caso di diniego si possono rivolgere ad aziende terze, anche se il prezzo richiesto dalle società francesi fosse più elevato.
Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani delle società francesi.
– Protezione militare: gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia.
– La Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani senza preavviso ed anche di mantenere permanentemente proprie truppe nelle basi e nei presidi militari gestiti autonomamente dai francesi.
– Il francese è lingua di stato.
Con quest’obbligo si limitò l’accesso di questi paesi all’internazionalizzazione. Il francese non è la
lingua dei commerci.
– Durante l’introduzione dell’Euro (2001) in Europa, molti paesi, furono disgustati e chiesero che la Francia abbandonasse questo sistema, purtroppo senza successo.
C’è qualcosa di perverso nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.
La Francia, come a suo tempo anche molti altri paesi, era attiva nel saccheggio e sfruttamento dell’Africa, sin dai tempi della schiavitù. Cosa accadrebbe se le risorse fossero utilizzate in Africa anziché dalla Francia. Persino le donazioni internazionali (milioni e milioni dollari ed euro di valuta pregiata), transitano obbligatoriamente dalla Banca di Francia, 50% vanno a rinforzare le “riserve di garanzia”, tra il 15 ed il 25% sono il prezzo del signoraggio francese sul Franco.
Ma cosa ostacola quindi il normale sviluppo dei singoli paesi?
I leader africani, spesso sordi alle vere esigenze del proprio popolo sono stati spesso fin troppo lesti nello sprofondarsi negli agi e nella ricchezza che gli aiuti internazionali, i prestiti mai restituiti, la mala gestione dei fondi stessi, la corruzione dilagante, favoriscono.
La volontà di conservare ad ogni costo la posizione assunta, li trasforma il leader spietati, con desiderio di veloce arricchimento, dediti a spese folli e soprattutto orientate alla conservazione della propria posizione con le armi.
E mentre l’Europa discute soltanto degli effetti dell’immigrazione, continua a ignorarne le cause profonde: sfruttamento economico, dipendenza monetaria, guerre d’interesse e instabilità costruita per convenienza.
Non si fermeranno milioni di disperati con qualche nave in più o con nuovi muri, se prima non si avrà il coraggio di restituire dignità, sovranità e sviluppo ai popoli africani.
Chi sfrutta l’Africa da decenni non può poi stupirsi se l’Africa bussa alle porte dell’Europa.
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L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.
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