La verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

Se De Gasperi seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali concorrere alla costruzione del nuovo centro politico.

di Ettore Bonalberti




Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale. È prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “partito radicale di massa”. Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana. Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della Dc, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica. Abbiamo sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della Dc: la Dc è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia; la Dc è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica; la Dc è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica; la Dc è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la Dc è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista. E finivamo affermando che “la Dc è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché. Alla fine della Dc concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze: la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell’uomo (scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa); la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli; la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe; la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica; la quiescenza nei confronti della criminalità organizzata; la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito; la tiepida lotta all’evasione fiscale; la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico; l’eccesso di sprechi per creazione di enti inutili; il cumulo esagerato di incarichi pubblichi; la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l’innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate; i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all’UE; lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani; gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno; l’eccesso di appiattimento nell’accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Dc. Siamo, però, convinti che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine. È necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da Dc a Ppi? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi? Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della Dc italiana. Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali (Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan). Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna e produce tuttora interessi; -stampare con le BIN (banche d’interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN; -non voleva inoltre che Banca d’Italia fosse estromessa dall’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d’Italia fu estromessa dall’acquisto dei BTP rimasti invenduti, l’Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller “se vuoi che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”. E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo: Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992, nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent, Gran Maestro della Massoneria inglese. In quell’occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post-comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese e alla massoneria il controllo economico e finanziario. Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via in pochi mesi la Dc e i suoi alleati (Psi, Psdi, Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni 80, riuscendo nell’incredibile impresa di portare l’Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali. Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per la realizzazione di quel progetto. Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato. La variabile non prevista fu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia. Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi. La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica. Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area Dc e Popolare. Se De Gasperi con la Dc seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.

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