Quando nasce il primo partito cattolico in Italia?

Nel 1918 nacque la Confederazione italiana dei lavoratori, animata da uomini come Guido Miglioli e Achille Grandi. Il 18 gennaio 1919 fu fondato il primo partito di cattolici "autonomamente impegnati sul piano del temporale": il Partito Popolare Italiano e don Sturzo ne divenne segretario politico. L'idea di Romolo Murri di costituire una formazione operante in campo politico aveva trovato ostilità da parte del Vaticano: il suo mancato accoglimento poteva riferirsi a una contrapposizione dottrinale che investiva più il campo religioso che quello politico. Così, diversi democratici cristiani subirono la condanna insieme ai modernisti. In seguito il clima cominciò a cambiare e in questo contesto don Sturzo diede vita al PPI. Nel PPI confluirono le varie componenti del variegato mondo cattolico e culturale italiano: i conservatori nazionali di Stefano Cavazzoni, Carlo Santucci e Stefano Jacini; i clerico-moderati di Alcide De Gasperi, già segretario del Partito Popolare Trentino (sciolto nel 1920); i giovani democratici cristiani di Romolo Murri; i cattolici sindacalisti di Achille Grandi, Giovanni Gronchi e Guido Miglioli (a cui era legato, tra gli altri, anche Riccardo Lombardi). Tra novembre e dicembre 1918 don Sturzo riunì a Roma, in via dell'Umiltà 36, un gruppo di amici per alcune riunioni preparatorie. Ideologia e simboli Le direttive programmatiche del nascente partito furono esposte nell′Appello ai liberi e forti. L'Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva "le libertà religiose contro ogni attentato di setta", il ruolo della famiglia, la libertà d'insegnamento, il ruolo dei sindacati. I proponenti ponevano particolare attenzione a riforme democratiche come l'ampliamento del suffragio elettorale (compreso il voto alle donne) ed esaltavano il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo[9]. Il PPI, però, secondo l'espressa volontà di Sturzo, era apertamente interconfessionale (partito di cattolici ma non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Durante il primo congresso del 1919 Sturzo, motivando la scelta di non avere riferimenti alla religione cattolica nel nome del partito, affermava: "È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicismo è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione". Questa iniziale confusione del ruolo del partito non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l'Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l'autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa. L'emblema scelto dal partito, conservato, poi, dalla Democrazia Cristiana, fu lo Scudo Crociato con il motto Libertas, rappresentante da un lato la difesa dei valori cristiani dall'altro il legame con i Liberi Comuni medievali italiani, da qui il forte impegno per il decentramento amministrativo ed uno Stato più snello. Elezioni del novembre 1919 Appena fondato, il PPI poté contare in Parlamento su 19 deputati, eletti in precedenza con il cosiddetto Patto Gentiloni. Alle elezioni del 16 novembre 1919 (le prime dopo la riforma elettorale in senso proporzionale) raccolse il 20,5% dei voti, cioè 1.167.354 preferenze, e 100 deputati, dimostrando di essere una forza indispensabile per la formazione di qualsiasi governo. Nel suo programma il PPI ricalcò sostanzialmente i principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sostenendo, fra l'altro: l'integrità della famiglia, il voto alle donne, la libertà di insegnamento, il riconoscimento giuridico e la libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, la legislazione sociale nazionale ed internazionale, l'autonomia degli enti pubblici ed il decentramento amministrativo (Regioni), la riforma tributaria sulla base dell'imposta progressiva, il sistema elettorale proporzionale, la libertà della Chiesa, la Società delle Nazioni, il disarmo universale. in particolare il PPI si prefisse di svolgere e svolse un'azione antitrasformista ed antimoderata. Nel campo politico nazionale del primo dopoguerra il PPI esercitò una funzione di equilibrio combattendo gli estremismi ed i privilegi di classe. Tale azione, peraltro a causa del massimalismo del Partito socialista (PSI) e della diffidenza verso questi di Sturzo, impedì la collaborazione tra PSI e PPI, che avrebbe garantito al Paese un governo stabile e che avrebbe impedito la conquista del potere del fascismo. In ciò incisero, da una parte l'anticlericalismo socialista, dall'altra la forte diffidenza verso il PSI sia della gerarchia ecclesiastica che della destra del PPI. Elezioni del 1921 Don Luigi Sturzo con alcuni congressisti al congresso PPI di Venezia (20-23 ottobre 1921). Alle elezioni del 15 maggio 1921 il PPI confermò la sua forza elettorale con il 20,4% dei voti e 108 deputati. Nel frattempo le squadre fasciste cominciarono ad attaccare non solo le sedi socialiste, ma anche quelle popolari e quelle delle associazioni cattoliche. Al 3º Congresso, a Venezia, il partito influenzato dalla paura verso i socialisti e condizionato dal clima generale di "moralizzazione" della vita del Paese, preferì assumere una posizione attendista nei confronti del fascismo. Dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922), per frenare l'irrompere dello squadrismo fascista e l'azione di asservimento dello Stato da parte del partito fascista e nell'illusione di una normalizzazione, il PPI accettò, contro il parere di don Sturzo (il quale si era espresso invece a favore di una collaborazione con i socialisti proprio in chiave antifascista), che alcuni suoi uomini entrassero, nell'ottobre del 1922, nel governo Mussolini: Vincenzo Tangorra ministro del Tesoro e Stefano Cavazzoni ministro del Lavoro e Previdenza Sociale. Nell'aprile del 1923, però, la collaborazione venne meno perché il 4º Congresso del partito, svoltosi a Torino, chiedendo il mantenimento del sistema elettorale proporzionale e l'inserimento del fascismo all'interno del quadro istituzionale, provocò le ire di Benito Mussolini. Il partito visse una crisi interna perché la destra del partito si allineò sulle posizioni filo-fasciste e di fatto abbandonò il partito. L'unico deputato del Partito Popolare a negare il suo voto alla legge Acerbo fu Giovanni Merizzi di Sondrio.] Elezioni del 1924 I delegati dell'ultimo congresso del Partito Popolare (Roma, 1925), si riunirono attorno al ritratto di don Sturzo, in esilio a Londra. Nelle elezioni del 6 aprile 1924, svoltesi in un clima di violenze e brogli elettorali perpetrati dai fascisti, il PPI riuscì comunque ad ottenere il 9,0% dei voti e 39 deputati e divenne il primo tra i partiti non-fascisti. Visto vano ogni tentativo di impedire l'instaurazione della dittatura, dopo l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924), il PPI partecipò alla secessione dell'Aventino e passò all'opposizione, dove rimase fino al suo forzato scioglimento avvenuto il 9 novembre 1926. Tutti i maggiori esponenti furono costretti all'esilio (don Sturzo, Giuseppe Donati, Francesco Luigi Ferrari) o a ritirarsi dalla vita politica e sociale (Alcide De Gasperi). Nonostante la breve vita (sette anni in tutto), l'esperienza del PPI incise a fondo nella società italiana. Lo storico Federico Chabod definì la comparsa del PPI come "l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo" e il comunista Antonio Gramsci ebbe a scrivere che con il PPI "avrebbe assunto una forma organica e si sarebbe incarnato nelle masse il processo di rinnovamento del popolo italiano". Inizia da questo, il cammino della scuola politica organizzata dal periodico “L’IDEA POPOLARE”, fondato da Luigi Sturzo nel 1926 e ripreso in stampa oggi da un gruppo di giornalisti cattolici. Per iscriversi inviare i propri riferimenti a: “info@lideapopolare.com”

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Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
La forza della competenza
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
di Amedeo Massimo Minisini
La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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L'Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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