UTERO IN AFFITTO, OVVERO MERCATO DI FIGLI

Di Antonia Flaminia Chiari



L’esperienza è fatta di eventi. Alcuni si ripetono senza farsi notare, altri sono così radicati da cambiare in modo decisivo i significati dell’esperienza stessa. La maternità surrogata rientra in questa seconda categoria, dando luogo ad uno strano connubio tra tecnologia e carnalità in cui l’aumento della prima segna lo scindersi e il rarefarsi della seconda. Per questo motivo la pratica della surrogacy rappresenta qualcosa di mai visto prima: con essa non solo si appalta alla tecnologia l’atto generativo, ma anche il materno, che così viene scomposto, assegnando a più figure femminili ciò che, nella generazione, avviene nel corpo dell’unica madre. Il modello oggi prevalente di surrogazione di maternità prevede che una donna fornisca l’ovocita, un uomo lo sperma e un’altra donna si offra per ospitare nel proprio utero embrioni creati in laboratorio attraverso le tecniche della fecondazione in vitro. Quanto accade durante i nove mesi della gravidanza esce di scena, sulla base di quella stessa logica che considera irrilevante per il prodotto, una volta finito, le circostanze e le procedure della sua produzione. Eppure, i piani di lettura del fenomeno di sostituzione di maternità sono molto più estesi. Tanto che, inavvertitamente, sotto il nostro sguardo si va realizzando un mutamento di civiltà che espone lo statuto dei figli e di ciascuno al deflagrare della differenza tra le persone e le cose. A rischio, così, è ciò che nell’etica ha il linguaggio della dignità, e nelle relazioni quello dell’amore: il senso della unicità. La questione della maternità surrogata va affrontata dal nome, cioè da come deve essere chiamato quel fenomeno conosciuto come utero in affitto. L’espressione, largamente usata in letteratura, Gpa,gestazione per altri, di fatto enfatizza un aspetto altruistico e di dono, che il lockdown ha eliminato con l’immagine dell’hotel Venezia di Kiev, capitale della surrogacy, ove decine di neonati sono stati abbandonati al loro destino, a causa della chiusura delle frontiere, proprio come uno stock di merce invenduta. Di colpo è caduta la retorica sull’altruismo e sul dono, che inquina da sempre la maternità surrogata.Sempre sul piano linguistico, nell’espressione utero in affitto non compaiono le parole madre e parto, segnando il venir meno della maternità. Nell’espressione gestazione per altri mancano gli stessi elementi e sembra che tutto si concluda senza l’atto del dare alla luce e mettere al mondo il bambino. Il termine, invece, maternità surrogata palesa che vi è un materno, ma sostituito con qualcosa di imperfetto, surrogato appunto. La maternità surrogata deve interessarci come uomini perché, come afferma il prof. Pessina, essere uomini è essere figli, ed essere figli significa nascere da donna e venire al mondo. Non si vuole un figlio, ma lo si vuole generare con la persona amata, senza deroghe e sostituzioni. Il significato filosofico è dunque il venir meno della unicità e della irripetibilità come elementi dello statuto personale. Ma c’è un altro risvolto, di cui parlava Gunther Anders quando coniava l’idea di una ontologia economica ragionata: ci sono cose che non introducono soltanto un nuovo modo di pensare, ma persino una diversa ontologia, ossia la creazione di un nuovo statuto dell’essere a partire dalla tecnoscienza e dall’economia. Romano Guardini rimarcava il fatto che noi parliamo il linguaggio della persona senza aver mai compreso il significato di questo termine. La persona – diceva – è in grado di incontrare se stessa e gli altri, noi invece ci serviamo degli altri. E Anders sosteneva che l’ontologia economica determina l’emergere della serialità. Dunque, quando la maternità diventa un lavoro viene meno l’unicità di quella esperienza radicale connessa al mettere al mondo l’unicità. Proprio Benjamin affermava: << Nominiamo i figli appena nati per cercare di scoprirne l’unicità. La maternità surrogata è istituzionalizzazione dell’oblio. La madre non è madre, ma porta a termine una prestazione riproducendo, in modo intransitivo, ciò che nel generare è umano e transitivo>>. La maternità surrogata è legata al bio-business in cui la generazione dei figli assume connotati sempre più simili alla produzione di merci che possono essere ordinate à la carte, e a cui si può anche rinunciare pagando una penale. Aldilà del nomos – legge 40 art. 12 – il nostro compito è quello di riflettere sul significato profondo di una pratica, come quella della surrogacy, che finisce per mettere in crisi uno degli elementi portanti del senso della nostra civiltà: la distinzione tra le persone e le cose. Non possiamo dimenticare che in ogni maternità surrogata ci sono in gioco anche i padri, grandi assenti di questo discorso, ridotti a committenti commerciali, quando non semplicemente a spermatozoi. E infine c’è lui, il protagonista, ma in realtà l’oggetto, di tutta la pratica: il figlio cui tocca in sorte, sulla base di una nuova morale, di perdere il legame con la madre che lo ha messo al mondo, dando forma ad una logica che inevitabilmente lo riduce a cosa, sia quando viene venduto, sia quando viene donato. Sebbene la maternità surrogata sia un fenomeno che prende avvio negli anni ’80, prima con l’inseminazione artificiale poi con la fecondazione in vitro, già Gramsci nel 1918 aveva messo in guardia dai rischi di una mercificazione dell’essere madri, usando l’immagine del corpo della donna povera sfruttata a beneficio delle ricche signore: un mostro a tre teste in cui si sommano egoismo tecnica e capitalismo. La domanda di Gramsci resta drammaticamente attuale anche oggi, mentre si affaccia l’ipotesi dell’utero artificiale: la maternità, intesa come capacità generativa, può diventare materia prima per le aziende? Per questo il diritto di generare non è un diritto vuoto, nel senso in cui lo intendeva Jonas quando osservava che la generazione non dà luogo a diritti ma a doveri, divenendo l’emblema stesso della responsabilità etico-politica. Il senso di responsabilità è connesso alla generazione, e quello della responsabilità è prima di tutto il linguaggio dei doveri. Nella pratica della maternità surrogata è rilevante il rapporto giuridico, mediato da un contratto tra soggetti privati, che richiede di essere convalidato dall’autorità giudiziaria. Sottoscrivono l’accordo: la donna che si impegna a portare avanti la gravidanza rinunciando a qualsiasi legame col bambino, e si chiamerà madre surrogata, o naturale; i singoli o le coppie infertili che si rivolgono alla donna, e si chiameranno committenti o genitori intenzionali. Intorno alle parti che siglano il contratto ci sono agenzie incaricate di fare incontrare la domanda e l’offerta, cliniche, avvocati, psicologi. Il contratto vincola la gestante ad una serie di obblighi, limitandone la libertà e la privacy. Sull’affidamento del bambino nato, in quanto minore, si esprime un tribunale che di solito lo affida ai genitori intenzionali. Ma un figlio con tante mamme è un bambino orfano, senza madre, in quanto il rapporto profondo madre figlio viene frammentato, sminuzzato nelle sue componenti genetiche, gestionali e sociali. Si tratta dunque non di relazione né di altruismo, ma di mercato. E dove c’è mercato c’è marketing. Se la parola mercificazione ha un senso, l’utero in affitto ne è un esempio palmare. Vale la pena interrogarsi: che cosa vendono, o regalano, le surrogate? Un bambino? O un servizio, una prestazione irriducibile a qualsiasi altra, perché consistente nella messa al mondo di un essere umano? In ogni caso, viene banalizzata l’esperienza della gravidanza e ridotta a fabbricazione di un prodotto da offrire a richiesta. Ancora, la libertà della donna di autodeterminarsi non va confusa con l’autonomia negoziale soggetta a pressioni di mercato. Se i bambini sono persone, se i loro bisogni devono essere messi al primo posto, non possono essere loro a pagare le colpe degli adulti che hanno fatto ricorso alla Gpa nei Paesi in cui è stata legalmente riconosciuta. Colpe peraltro originate da un desiderio di genitorialità comprensibile, che non va criminalizzato come reato universale. Occorre piuttosto impegnarsi in una battaglia culturale sul significato della surrogacy, che non può essere considerata una semplice tecnica di riproduzione assistita. E chiedersi se il desiderio di avere figli, di accudirli e amarli non possa essere soddisfatto attraverso forme di genitorialità diversa da quella biologica, basate sull’adozione e sull’affido. E forse anche sulla disponibilità ad accompagnare la crescita dei figli altrui, in nome di legami di solidarietà e di affetto che non hanno bisogno di contratti per esprimersi.

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