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  • LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    di Monsignor Gianni Fusco

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.

    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

    Non è collettivismo.
    Non è populismo.
    Non è assistenzialismo clientelare.
    Non è sovranismo urlato.
    Non è progressismo ideologico.

    È responsabilità. È equilibrio. È coscienza morale applicata alla vita pubblica.

    E soprattutto non può essere separata dalla coerenza personale e politica.

    Don Luigi Sturzo non avrebbe mai accettato che il richiamo alla Dottrina Sociale della Chiesa diventasse una maschera elettorale. Sturzo parlava di “liberi e forti”, non di opportunisti e trasformisti. Parlava di autonomia morale della politica, non di marketing spirituale. Denunciava già cento anni fa il trasformismo italiano, il potere usato come mestiere, la religione piegata a propaganda.

    Ed è qui la grande attualità di Sturzo.

    Oggi molti evocano la Dottrina Sociale della Chiesa senza aver letto una sola enciclica sociale, senza conoscere la “Rerum Novarum”, senza comprendere il significato della sussidiarietà, senza sapere perché Sturzo combatté sia il socialismo statalista sia il nazionalismo autoritario. Peggio ancora: alcuni usano il nome della Chiesa mentre praticano metodi politici opposti ai suoi principi — personalismo esasperato, ricerca del consenso facile, populismo aggressivo, gestione del potere come occupazione.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è un bancomat elettorale.

    Non si può citarla nei comizi e dimenticarla nelle scelte concrete.
    Non si può parlare di famiglia e poi distruggere il tessuto sociale.
    Non si può parlare di solidarietà e alimentare odio.
    Non si può parlare di popolo e usare il popolo soltanto come serbatoio di voti.

    La vera politica sturziana richiede studio, sacrificio, preparazione amministrativa, rispetto delle istituzioni e soprattutto onestà intellettuale.

    Per questo oggi serve un’opera di chiarezza culturale prima ancora che politica. Serve spiegare ai giovani che cosa sia davvero la Dottrina Sociale della Chiesa. Serve restituire dignità al pensiero di Don Luigi Sturzo. Serve ricordare che essa non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene alla coscienza cristiana applicata alla società.

    Chi la usa solo per rastrellare consenso compie una doppia offesa: alla politica e alla fede.

    E forse il vero scandalo del nostro tempo non è che molti tradiscano la Dottrina Sociale della Chiesa.
    Il vero scandalo è che troppi la nominino senza nemmeno sapere cosa sia.

    LIBERI E FORTI? NO!

    OPPORTUNISTI E TRASFORMISTI.

    CHI NON CONOSCE DON STURZO NON PUÒ PARLARE IN NOME DELLA DOTTRINA.

    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per creare poltrone, ma per servire il popolo. Oggi invece viene usata come una etichetta da campagna elettorale

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    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

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    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    di Amedeo Massimo Minisini

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

    Nacque il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino allora appartenente all’Impero austro-ungarico. Quella formazione maturata in una terra di confine gli insegnò presto che le identità possono convivere e che le frontiere, quando diventano muri, preparano incomprensioni e guerre. Prima ancora di essere statista italiano, De Gasperi conobbe direttamente la complessità europea. 

    Dalla scuola di Sturzo alla responsabilità del governo

    Giornalista, uomo di cultura e parlamentare, De Gasperi aderì al Partito Popolare Italiano fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Quando il fascismo costrinse Sturzo all’esilio e soffocò progressivamente ogni libertà politica, De Gasperi divenne uno dei principali riferimenti del popolarismo italiano e dell’opposizione al regime.  Il rapporto tra Sturzo e De Gasperi costituisce una delle pagine più importanti della storia politica dei cattolici. Sturzo fu il sacerdote che liberò i cattolici dalla subordinazione e li chiamò all’impegno civile come cittadini responsabili. De Gasperi fu il laico cristiano che tradusse quella lezione nella difficile arte del governo. Il primo indicò la strada; il secondo dovette percorrerla tra compromessi, emergenze, alleanze e decisioni spesso dolorose. Entrambi, tuttavia, rifiutarono l’idea di un partito confessionale dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche. La fede doveva formare le coscienze, non sostituire la responsabilità personale. La politica, per loro, non era il pulpito dal quale impartire precetti religiosi, ma il luogo nel quale trasformare i valori cristiani in libertà, giustizia sociale, solidarietà e rispetto della persona.

    La persecuzione e il silenzio operoso

    De Gasperi pagò personalmente la propria opposizione al fascismo. Arrestato nel 1927, conobbe il carcere, l’isolamento e le difficoltà economiche. Grazie all’intervento della Santa Sede ottenne la libertà condizionata e, dal 1929, lavorò presso la Biblioteca Vaticana. Vi rimase per circa quattordici anni. Non furono anni di resa, ma di preparazione. Mentre il regime occupava ogni spazio pubblico, De Gasperi studiava, osservava gli avvenimenti internazionali, manteneva prudentemente i contatti con gli ambienti cattolici e preparava le idee sulle quali sarebbe nata la Democrazia Cristiana.  Questa parte della sua vita contiene una lezione importante: la politica autentica non nasce necessariamente sotto i riflettori. Può maturare nel silenzio, nello studio e perfino nella sconfitta. Chi possiede una visione non considera mai inutile il tempo dell’emarginazione.

    Un Paese sconfitto da riportare tra le democrazie

    Quando De Gasperi assunse la guida del governo, nel dicembre del 1945, l’Italia era un Paese sconfitto, povero, diviso e materialmente distrutto. Le città portavano ancora le ferite dei bombardamenti, mancavano case, lavoro e generi alimentari, mentre la giovane democrazia doveva imparare nuovamente a vivere dopo vent’anni di dittatura. De Gasperi guidò otto governi consecutivi, dal dicembre 1945 all’agosto 1953: un periodo nel quale si svolsero il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea costituente, la nascita della Repubblica e il consolidamento delle nuove istituzioni democratiche. Dopo la proclamazione del risultato referendario, assunse temporaneamente anche le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, accompagnando il delicato passaggio dalla monarchia alla Repubblica.  Alla Conferenza di pace di Parigi del 1946 si presentò davanti alle potenze vincitrici consapevole di rappresentare una nazione sconfitta. Non cercò di cancellare le responsabilità italiane, ma rivendicò l’esistenza di un’Italia democratica e antifascista che aveva sofferto e combattuto contro la dittatura. Fu un atto di dignità, non di arroganza. De Gasperi comprese che la credibilità internazionale non si conquista gridando contro gli altri, ma riconoscendo i propri errori e dimostrando di voler costruire un futuro diverso.

    La ricostruzione come opera morale

    La ricostruzione degasperiana non fu soltanto economica. Prima delle strade, delle industrie e delle abitazioni, occorreva ricostruire la fiducia degli italiani nello Stato e nella libertà. La democrazia non poteva limitarsi alle elezioni. Doveva offrire lavoro, istruzione, protezione sociale, possibilità di miglioramento e partecipazione. Doveva impedire che la disperazione spingesse nuovamente il popolo verso le avventure autoritarie. Sotto i governi De Gasperi l’Italia consolidò la propria collocazione occidentale, utilizzò gli aiuti della ricostruzione e pose le basi del successivo sviluppo economico. Alle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana ottenne una netta affermazione, ma De Gasperi continuò a governare attraverso coalizioni con liberali, repubblicani e socialdemocratici.  Avrebbe potuto trasformare una grande vittoria elettorale in un dominio politico. Scelse invece il metodo della collaborazione. Questa era la sua idea del bene comune: non la somma degli interessi di una maggioranza, ma la ricerca di condizioni nelle quali anche chi aveva perduto le elezioni potesse sentirsi pienamente cittadino.

    La patria europea

    De Gasperi comprese con straordinario anticipo che l’interesse nazionale italiano non poteva essere difeso contro l’Europa, ma dentro un’Europa unita. Insieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer contribuì a immaginare una comunità fondata non soltanto sugli scambi economici, ma sulla riconciliazione tra popoli che si erano combattuti. Sostenne la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e il progetto di una comunità politica e di difesa sovranazionale. Riteneva che la Germania non dovesse essere umiliata o emarginata, ma reinserita nella famiglia delle democrazie europee, per impedire nuove rivincite e nuovi conflitti.  La sua Europa non era quella dei regolamenti lontani dai cittadini. Era una comunità di destino, rispettosa delle autonomie locali e capace di garantire pace, libertà, prosperità e giustizia sociale. Nel 1952 affermò che l’avvenire non si costruisce con la forza o con la conquista, ma attraverso la pazienza democratica, le intese e il rispetto della libertà.  Parole che, ancora oggi, dovrebbero essere poste all’ingresso di ogni istituzione europea.

    Il cristiano nella politica

    De Gasperi fu profondamente credente, ma non utilizzò mai il cattolicesimo come uno strumento di propaganda. Non confuse il governo del Paese con la difesa degli interessi ecclesiastici e non pretese che la Chiesa approvasse ogni sua scelta. La sua fede si riconosceva soprattutto nello stile: sobrietà, senso del limite, rispetto dell’avversario, attenzione verso i più deboli e consapevolezza che il potere fosse sempre temporaneo. Non si proclamava indispensabile. Non trasformava il partito in una proprietà personale. Non considerava il dissenso un tradimento. Sapeva che il politico è chiamato a decidere, ma anche a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Questa autonomia responsabile rappresenta una delle più autentiche applicazioni della Dottrina sociale della Chiesa: non imporre una fede attraverso lo Stato, ma illuminare l’azione pubblica attraverso una coscienza formata.

    L’uomo lasciato solo

    Anche De Gasperi conobbe l’amarezza dell’isolamento. Dopo la fine della sua esperienza di governo, nel 1953, vide ridursi rapidamente il proprio peso politico. Morì il 19 agosto 1954, a Sella di Valsugana, mentre temeva che il progetto della Comunità europea di difesa potesse fallire e che l’unificazione politica dell’Europa subisse un grave arresto.  Il Senato ha successivamente riconosciuto che l’Italia conserva nei suoi confronti un debito e che occorrerebbe riprendere il filo interrotto del degasperismo.  Non significa ricostruire nostalgicamente un partito scomparso. Significa recuperare un metodo: competenza, serietà, mediazione, visione internazionale, sobrietà personale e capacità di anteporre il futuro del Paese alla convenienza immediata.

    Ciò che De Gasperi domanda alla politica di oggi

    De Gasperi apparteneva a una generazione che aveva conosciuto il carcere, la dittatura, la guerra e la fame. Per questo considerava la democrazia un bene fragile, da custodire quotidianamente. Oggi la politica appare troppo spesso prigioniera del consenso immediato, delle dichiarazioni quotidiane, della ricerca dell’avversario e della costruzione di leadership personali. De Gasperi ci ricorda invece che governare significa anche assumere decisioni impopolari, spiegandole con chiarezza e accettandone la responsabilità. Il suo insegnamento non consiste nell’assenza di errori. Nessun governante ne è privo. Consiste nell’aver concepito il potere come servizio e la politica come costruzione paziente. Don Luigi Sturzo aveva restituito ai cattolici la libertà dell’impegno politico. Alcide De Gasperi dimostrò che quella libertà poteva diventare governo democratico, ricostruzione nazionale ed Europa. Per questo merita di essere ricordato tra i Testimoni del bene comune. Non perché appartenne a una stagione irripetibile, ma perché indica ancora oggi ciò che manca maggiormente alla vita pubblica: politici capaci di pensare alla prossima generazione, e non soltanto alla prossima elezione.

     

     

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    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    I franchi tiratori non fanno cadere automaticamente il Governo, ma feriscono la fiducia degli italiani

    di Amedeo Massimo Minisini

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

    È un episodio politicamente grave. Ma bisogna giudicarlo senza trasformare la politica in una rappresentazione teatrale. Le opposizioni hanno immediatamente chiesto le dimissioni della presidente del Consiglio. La richiesta è comprensibile come iniziativa politica, ma non corrisponde a un obbligo costituzionale. Il Governo non è stato battuto su una mozione di sfiducia e non aveva posto la questione di fiducia su quell’emendamento. L’articolo 94 della Costituzione stabilisce che la fiducia viene accordata o revocata mediante una mozione motivata, votata per appello nominale. La sconfitta su un emendamento, per quanto importante, non comporta quindi automaticamente le dimissioni del Governo.

    Chi sono realmente i franchi tiratori?

    Nel linguaggio parlamentare il franco tiratore è il deputato o il senatore che, approfittando dello scrutinio segreto, vota diversamente dall’indicazione ufficiale del proprio partito o della propria coalizione. Nell’immagine richiamata dalla stessa espressione c’è il parlamentare che colpisce restando nascosto, come un tiratore che agisce senza mostrare la propria posizione. Ma sarebbe troppo semplice considerarli tutti traditori. Un parlamentare non è soltanto l’esecutore degli ordini del proprio partito. La Costituzione gli riconosce libertà di mandato. Può quindi dissentire, soprattutto quando si discutono le regole fondamentali della democrazia. Il problema nasce quando il dissenso non viene spiegato. Chi ritiene sbagliata una legge elettorale dovrebbe avere il coraggio di dirlo durante le riunioni di maggioranza, nelle commissioni parlamentari e, quando possibile, pubblicamente. La libertà di coscienza è una cosa seria; il regolamento clandestino dei conti interni è un’altra cosa. Il voto segreto è uno strumento legittimo e in alcuni casi necessario, perché difende il parlamentare dalle pressioni dei vertici. Ma non può diventare il luogo nel quale si consumano vendette personali, rivalità di partito o tentativi di indebolire il presidente del Consiglio senza assumersene apertamente la responsabilità.

    Che volto hanno?

    Giuridicamente e materialmente non possiamo saperlo. Lo scrutinio era segreto e qualsiasi elenco di nomi sarebbe oggi basato su sospetti, indiscrezioni o calcoli incompleti. Cercare i responsabili attraverso filmati, fotografie delle postazioni di voto o dichiarazioni di fedeltà rischia inoltre di trasformarsi in una pressione impropria sulla libertà parlamentare. Politicamente, però, il loro volto è riconoscibile. È il volto di una maggioranza che non è riuscita a raggiungere un accordo autentico. È il volto di partiti che hanno annunciato pubblicamente compattezza, mentre al loro interno permanevano riserve, paure e contrapposizioni. È soprattutto il volto di una politica che pretende disciplina all’esterno senza riuscire a costruire consenso al proprio interno. La presidente Meloni ha parlato della necessità di una riflessione. È esattamente ciò che deve avvenire. Non una caccia ai traditori, ma una verifica seria dei motivi politici che hanno prodotto quella sconfitta.

    Quale segnale arriva all’estero?

    Un singolo voto parlamentare sulle preferenze non modifica da solo la collocazione internazionale dell’Italia, né interrompe automaticamente l’azione del Governo. Tuttavia, gli interlocutori europei e internazionali osservano soprattutto la capacità di un esecutivo di mantenere una maggioranza stabile, approvare il bilancio, rispettare gli impegni europei e sostenere con continuità la propria politica estera. La sconfitta è stata infatti descritta dalla stampa internazionale come un significativo arretramento politico per Giorgia Meloni in vista delle elezioni previste nel 2027. Se l’episodio resterà isolato, sarà considerato una battuta d’arresto parlamentare. Se invece dovesse ripetersi sui provvedimenti economici, sulla politica estera, sul bilancio o sulle riforme qualificanti, diventerebbe il segnale di un Governo formalmente in carica ma politicamente indebolito. E un Governo indebolito ha minore capacità negoziale a Bruxelles, nei vertici internazionali e nelle trattative economiche.

    E i mercati?

    I mercati non reagiscono all’indignazione morale e neppure alla parola “franco tiratore”. Valutano il rischio concreto di una crisi di Governo, di elezioni anticipate, di un ritardo nell’approvazione della legge di bilancio o di un peggioramento dei conti pubblici. La prima reazione è stata contenuta: nella mattina del 15 luglio lo spread tra BTP e Bund si è mosso intorno ai 77-78 punti base, senza indicare che gli investitori stessero scommettendo su una crisi immediata dell’esecutivo. Questo non significa che il problema possa essere ignorato. Significa soltanto che, almeno nell’immediato, i mercati hanno distinto una sconfitta parlamentare da una vera crisi di Governo. La situazione cambierebbe se la maggioranza apparisse incapace di sostenere stabilmente l’esecutivo o se il conflitto interno si trasferisse sulle decisioni economiche. In quel caso aumenterebbero l’incertezza, il costo del debito e la prudenza degli investitori. In quel caso, però, non sarebbe sufficiente riunire i segretari dei partiti e diffondere un comunicato rassicurante. Se permanesse un dubbio reale sulla tenuta della coalizione, sarebbe il Parlamento, attraverso un voto palese, a dover stabilire se il Governo possiede ancora la fiducia necessaria per proseguire. La Costituzione non dispone che un Governo debba dimettersi ogni volta che viene battuto su un emendamento. La fiducia viene accordata o revocata mediante una mozione motivata, votata per appello nominale. La sconfitta per 188 voti contro 187, quindi, ha un grande peso politico, ma non equivale giuridicamente a una sfiducia parlamentare.

    La caccia ai franchi tiratori sarebbe un altro errore

    Il Governo deve ricercare le ragioni del dissenso, non necessariamente i nomi dei dissidenti. Trasformare i gruppi parlamentari in un luogo di interrogatori, sospetti e richieste di fedeltà personale aggraverebbe il problema. Un partito democratico non è una caserma e il parlamentare non è un soldato tenuto a obbedire senza discutere. Ma la libertà parlamentare comporta anche una responsabilità. Chi dissente deve avere il coraggio di spiegare perché dissente. Può farlo nelle riunioni del proprio gruppo, negli organismi di partito e nel confronto con gli alleati. Non è accettabile che una scelta tanto importante venga affidata esclusivamente al segreto dell’urna, lasciando che il giorno successivo tutti dichiarino di avere votato secondo le indicazioni ricevute. Il franco tiratore diventa politicamente pericoloso quando non difende una convinzione, ma utilizza il voto segreto per colpire un alleato, indebolire un ministro, regolare un conto personale o preparare una futura collocazione politica. In quel momento non siamo più davanti alla libertà di coscienza. Siamo davanti all’irresponsabilità protetta dall’anonimato.

    Un solo voto non è ridicolo

    La differenza di un voto può apparire ridicola, ma in democrazia anche un solo voto decide. Non è ridicolo il risultato. È preoccupante ciò che esso rivela. Quando una maggioranza numericamente ampia viene battuta per un voto su una riforma considerata strategica, significa che la distanza tra la consistenza ufficiale della coalizione e la sua effettiva unità politica è diventata significativa. Le ricostruzioni parlano di numerosi voti mancanti nel centrodestra, ma lo scrutinio segreto non permette di attribuirli con certezza né di distinguere completamente le defezioni dalle assenze e dagli eventuali voti incrociati. Il problema non è quindi quel singolo voto di differenza. Il problema è la quantità di parlamentari che, pur appartenendo alla maggioranza, non si sono riconosciuti nella proposta presentata e sostenuta dal Governo. Una coalizione può sopravvivere a una sconfitta. Non può sopravvivere a lungo se non conosce più le ragioni che tengono insieme i suoi componenti.

    Il messaggio rivolto all’estero

    L’Italia non perde credibilità internazionale per un emendamento respinto. La perde se offre l’immagine di un Governo che non riesce più a conoscere, prevedere e guidare la propria maggioranza. I partner europei, gli organismi internazionali e gli investitori non pretendono che ogni deputato voti sempre secondo le indicazioni del Governo. Vogliono però comprendere se l’esecutivo sia nelle condizioni di approvare il bilancio, mantenere gli impegni europei, assicurare continuità alla politica estera e affrontare eventuali crisi economiche o militari. Una democrazia nella quale il Parlamento discute e modifica le proposte del Governo non è una democrazia debole. Al contrario, è una democrazia viva. Diventa debole quando le decisioni non nascono da un confronto trasparente, ma da vendette clandestine; quando i partiti fingono unità davanti alle telecamere e si combattono nell’oscurità del voto segreto; quando nessuno assume la responsabilità delle proprie scelte. I mercati non si spaventano perché un parlamentare dissente. Si preoccupano quando il dissenso lascia intravedere instabilità, elezioni anticipate, ritardi nelle decisioni economiche o difficoltà nell’approvazione della legge di bilancio. Per questo l’episodio non deve essere drammatizzato, ma neppure minimizzato.

    Il Governo deve dimettersi?

    Per L’Idea Popolare, non oggi e non automaticamente.

    Le dimissioni dopo ogni emendamento respinto trasformerebbero il Parlamento in un’assemblea obbligata ad approvare qualunque proposta del Governo. Sarebbe la negazione della funzione parlamentare. Ma il Governo non può nemmeno comportarsi come se nulla fosse accaduto. La presidente del Consiglio deve convocare i partiti della coalizione, chiedere una posizione politica chiara e verificare se esiste ancora una maggioranza sulla legge elettorale e sul programma complessivo. Non deve domandare: «Chi mi ha tradito?». Deve domandare: «Su quali scelte non siamo più uniti?». Se il dissenso riguardasse soltanto le preferenze, si dovrebbe riaprire il confronto parlamentare e cercare una soluzione più condivisa. Se invece emergesse una rottura più profonda sulla linea del Governo, allora la verifica dovrebbe trasferirsi nelle sedi parlamentari. In quel caso non sarebbe sufficiente una riunione tra i segretari dei partiti o un comunicato rassicurante. Sarebbe il Parlamento, attraverso un voto palese, a dover stabilire se il Governo possiede ancora la fiducia necessaria per proseguire. Il Governo deve dunque ricercare le ragioni del dissenso, non organizzare una caccia ai dissidenti. Trasformare i gruppi parlamentari in luoghi di interrogatori, sospetti e richieste di fedeltà personale aggraverebbe il problema. Un partito democratico non è una caserma e il parlamentare non è un soldato obbligato a obbedire senza discutere. Ma la libertà parlamentare comporta anche una responsabilità: chi dissente deve avere il coraggio di spiegare le proprie ragioni e non utilizzare il voto segreto soltanto per colpire un alleato, indebolire un ministro o regolare conti personali. Non servono dimissioni teatrali. Serve un chiarimento vero. La stabilità non consiste nel nascondere le divisioni, ma nel riconoscerle e risolverle prima che diventino una crisi.

    La legge elettorale non appartiene al Governo

    C’è poi una questione ancora più importante. La legge elettorale non è una legge qualsiasi. Stabilisce il modo nel quale la volontà dei cittadini viene trasformata in rappresentanza parlamentare. Non dovrebbe essere approvata soltanto dalla maggioranza che, in quel momento, pensa di poterne ricavare un vantaggio. Le regole del voto devono durare oltre il Governo che le approva. Una buona legge elettorale dovrebbe essere comprensibile, garantire rappresentanza e governabilità, permettere ai cittadini di conoscere e possibilmente scegliere gli eletti, evitare un’eccessiva frammentazione e non essere modificata alla vigilia delle elezioni per calcoli di convenienza. Su queste regole maggioranza e opposizione dovrebbero cercare un’intesa più ampia. Non perché tutti debbano essere d’accordo su tutto, ma perché nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a cambiare il campo di gioco mentre la partita sta per cominciare. La battaglia parlamentare ha invece mostrato l’opposto: contrapposizioni esasperate, sospetti tra alleati, voti segreti, accuse di tradimento, occupazioni dei banchi e richieste immediate di dimissioni. Tutto questo allontana ulteriormente i cittadini dalla politica.

    La posizione de “L’Idea Popolare”

    L’Idea Popolare non chiede le dimissioni immediate del Governo per un emendamento respinto. Chiede però alla presidente del Consiglio di non derubricare l’accaduto a semplice incidente di percorso. È necessario un chiarimento politico vero con gli alleati, non una conta dei sospettati. Non serve scoprire chi abbia premuto un pulsante. Serve capire perché una parte consistente della maggioranza non si sia riconosciuta nella proposta. L’Idea Popolare chiede inoltre che la riforma elettorale venga sottratta alla fretta e alla convenienza del momento. Si sospenda, se necessario, il percorso parlamentare per riaprire un confronto serio anche con le opposizioni, con i costituzionalisti e con le rappresentanze della società civile. Infine, diciamo ai franchi tiratori: dissentire è un diritto; nascondersi permanentemente non è una virtù politica. Chi pensa che la maggioranza stia sbagliando deve parlare, argomentare e assumersi la responsabilità della propria posizione.

    La politica torni ad avere un volto

    Don Luigi Sturzo considerava la politica un servizio e non un esercizio di obbedienza personale. Ma il servizio richiede trasparenza, responsabilità e coraggio. Il parlamentare non deve essere un nominato senza voce, ma neppure un’ombra che colpisce senza mostrarsi. Il Governo non deve pretendere obbedienza cieca, ma deve saper costruire consenso. L’opposizione ha il diritto di chiedere le dimissioni, ma non dovrebbe confondere ogni sconfitta parlamentare con una crisi costituzionale. In questa vicenda tutti hanno ottenuto una piccola vittoria propagandistica e tutti hanno prodotto una grande sconfitta della politica. La maggioranza ha scoperto di non essere compatta. Le opposizioni hanno celebrato la bocciatura senza riuscire a trasformarla in una proposta condivisa. I franchi tiratori hanno esercitato il loro potere senza spiegare le proprie ragioni. I cittadini hanno assistito ancora una volta a una battaglia della quale conoscono i protagonisti, ma comprendono sempre meno gli obiettivi. Per questo L’Idea Popolare non invoca né processi sommari né dimissioni teatrali.

    Chiede verità.

    La presidente del Consiglio chiarisca con la propria maggioranza. I partiti dicano apertamente quale legge elettorale vogliono. I parlamentari dissenzienti escano dall’ombra politica, pur nel rispetto della segretezza del voto. E il Parlamento torni a discutere non su ciò che conviene ai partiti, ma su ciò che serve alla democrazia. Un solo voto può decidere una legge. Ma quando dietro quell’unico voto si nascondono decine di dubbi, rivalità e paure, il problema non è più aritmetico. È politico, morale e istituzionale.

    E non può essere risolto facendo finta che nulla sia accaduto.

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    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • EUROPA SENZA BUSSOLA

    EUROPA SENZA BUSSOLA

    Ritrovare le radici per tornare a essere comunità

    di Pasquale Tucciariello

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.

       Perché siamo arrivati a tanto?

       La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.

       L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

       L’Europa ha radici cristiane. Un’affermazione che oggi a molti suona quasi fastidiosa o provocatoria, ma che in realtà è un’evidenza storica e culturale persino ovvia.

       Proviamo allora a giustificare il nostro assunto, cercando di convincere anche i più riottosi, coloro che temono che riconoscere tale matrice significhi scivolare nel confessionalismo.

       Intanto vogliamo rassicurare: si tratta di codice genetico.

       “Non possiamo non dirci cristiani”, scriveva nel 1942 Benedetto Croce, un filosofo notoriamente laico, liberale, idealista post hegeliano.

       Croce non parlava da credente perché non lo era, ma da storico della cultura. Riconosceva che la morale, l’idea di individuo, la concezione della storia e persino la laicità dello Stato – intesa come “rendete a Cesare quel che è di Cesare” – sono frutti nati e maturati sul terreno del Cristianesimo. Anche i laici più intransigenti, quando difendono i diritti umani, l’uguaglianza intrinseca di ogni persona, la solidarietà verso i deboli o la dignità del lavoro, stanno di fatto utilizzando categorie filosofiche che il Cristianesimo ha introdotto e sedimentato nella coscienza occidentale, scardinando il cinismo del mondo antico.

       Ergo, rifiutare o nascondere le radici cristiane dell’Europa per un malinteso senso di neutralità non rende l’Europa più inclusiva. La rende semplicemente più debole, vuota, incapace di dialogare con le altre grandi civiltà del pianeta che sanno perfettamente chi sono e da dove vengono. Il relativismo assoluto in cui siamo immersi, quel far finta che non esista una matrice comune, ha prodotto il vuoto geopolitico attuale. Questa è la lettura dell’Europa di oggi che proponiamo. E per i più riottosi a seguirci nel nostro percorso interpretativo assicuriamo che il dibattito sull’Europa intendiamo spostarlo dalla religione alla filosofia della storia.

       Senza una filosofia di fondo, l’Europa resta un condominio litigioso regolato da freddi algoritmi economici. Riconoscere l’ovvietà delle nostre radici cristiane – come bussola culturale e non come dogma religioso – è l’unico modo per dare un’anima al nostro continente, trasformandolo finalmente da mercato a comunità, da aggregato burocratico a soggetto storico capace di futuro.

       E proviamo a ragionare su un esempio.

       Se fossero scritte nel codice DNA, che le radici dell’Europa sono cristiane, l’Europa oggi sarebbe così come la vediamo, secondo il sentiment che percepiamo?

       Se le radici cristiane fossero scritte direttamente nel DNA dell’Europa, oggi il nostro continente non si troverebbe in uno stato di amnesia identitaria. Se quella matrice fosse un codice genetico immutabile, l’Europa sarebbe un organismo sano, consapevole delle proprie funzioni vitali e capace di reagire agli stimoli esterni con una postura fiera, chiara e coerente.

       Nel DNA biologico sono impresse le istruzioni per la sopravvivenza, lo sviluppo e la difesa dell’organismo, l’amore per la vita, la gioia (termine, quest’ultimo, andato in disuso). Se applicassimo questa metafora alla storia, l’Europa avrebbe un sistema immunitario culturale fortissimo. Davanti alle crisi globali, alle spinte geopolitiche dei colossi orientali o occidentali, non si frammenterebbe in egoismi nazionali. Saprebbe esattamente chi è, e di conseguenza saprebbe cosa difendere.

       Ma la storia non è biologia. Le civiltà non hanno un DNA di carne, hanno un DNA culturale, che è infinitamente più fragile perché non si trasmette per via ereditaria, ma attraverso l’educazione, la memoria, la scelta consapevole, e non le mode arcobaleno che parte del Cristianesimo purtroppo insegue.

       Il dramma dell’Europa odierna è proprio questo: ha subito una mutazione genetica indotta. Ha deciso di tagliare il filamento di codice per paura di sembrare esclusiva, convinta che per accogliere gli altri fosse necessario annullare sé stessa.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Senza quel codice originario, l’Europa è come un corpo che ha smarrito le proprie istruzioni di volo.

    L’Europa è senza bussola etica, perché sostituisce la giustizia con la burocrazia.

    L’Europa è senza difesa comune, perché non si può morire o lottare per difendere un bilancio commerciale o un regolamento sui tassi d’interesse, ma si difende solo ciò che si ama e ciò in cui si crede.

    L’Europa è in balia del relativismo, dove tutto è possibile e il contrario di tutto, perché se non esiste un’origine comune, non esiste nemmeno una destinazione condivisa.

       Se quel DNA fosse attivo, l’Europa non sarebbe un impero teocratico. Tutt’altro, sarebbe la patria delle libertà personali e della laicità dello Stato, che sono proprio i frutti più maturi di quella tradizione; sarebbe, finalmente, una comunità di destino, di pianificazione consapevole. Sarebbe un soggetto politico ed esistenziale capace di guardare al mondo, e in particolare al Mediterraneo, non con il timore di chi si sente debole, ma con la forza di chi ha una grande storia da raccontare e un futuro da costruire. E la guerra in Ucraina non sarebbe scoppiata certo con donne e uomini al pari di Tina Anselmi e di Moro, Andreotti, Fanfani, Craxi, Martelli, De Mita, Berlinguer, Almirante, Colombo, Galloni, La Malfa e l’elenco sarebbe lunghissimo. Uomini e donne temprati da Prima Repubblica, intendo.

       Nostalgia?

       E come si potrebbe non sentirla per i personaggi della politica attuale (con le eccezioni, giuste, che ci sono).

       Noi operiamo su basi nostalgiche che pure fungono da premessa, e su quelle proponiamo di costruire politiche più solide, più riconoscibili. Cristiane, appunto.

       Quali?

       Possiamo provare a tradurre il DNA culturale in pratica.

       Oltre alle iniziative di pace della Santa Sede e alla diplomazia, i cattolici possono farsi promotori di un cambiamento strutturale attraverso alcune idee che proponiamo.

    1. La geopolitica del dialogo nel Mediterraneo.

    Riprendendo la grande lezione di Giorgio La Pira, l’azione dei cattolici può riscoprire il Mediterraneo come crocevia e non come frontiera o tomba. Può promuovere “patti di cittadinanza mediterranea” e network tra le città e le regioni del Sud Europa e della sponda Nord dell’Africa. Creare macroregioni culturali ed economiche che spostino il baricentro dell’Europa verso la sua culla originaria.

    1. Scuole di formazione politica sul modello Prima Repubblica.

    Se i leader del passato erano temprati, è perché dietro c’era un pensiero. Oggi manca la palestra. E dunque fondare laboratori di economia civile e politica per giovani, basati sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E non per creare un partito confessionale, ma per formare amministratori capaci di anteporre il bene comune ai freddi algoritmi economici soltanto.

    1. Economia civile e di comunione.

    L’Europa comunitaria delle origini metteva al centro la persona. E allora si possono sostenere e mappare le forme di economia civile, cooperazione sociale e finanza etica sul territorio. Dimostrare che esiste un modo cristiano e solidale di fare impresa, che crea legami sociali anziché atomizzazione.

    1. Sussidiarietà e nuove coesioni territoriali.

    Il Cristianesimo ha storicamente valorizzato i corpi intermedi (San Tommaso d’Aquino docet) e le autonomie locali radicate nella solidarietà. E dunque possiamo lavorare su progetti di aggregazione territoriale (reti di comuni, aree interne, macro-associazioni) che superino la frammentazione dei piccoli egoismi locali, dimostrando che l’unione identitaria produce anche sviluppo economico e sociale.

    • Pasquale Tucciariello, Centro Studi Leone XIII

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    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • Nessun passo indietro: i lefebvriani hanno ordinato i loro quattro vescovi. E si allontanano da Roma

    Nessun passo indietro: i lefebvriani hanno ordinato i loro quattro vescovi. E si allontanano da Roma

    di Monsignor GIANNI FUSCO

    A Ecône, in Svizzera, durante una “cerimonia” di più di cinque ore compiuta secondo gli antichi rituali, ha avuto luogo quell’atto scismatico al quale Leone XIV aveva chiesto di rinunciare. Pagliarani, italiano che è il responsabile attualmente della fraternità ha ribadito, rispondendo alla lettera accorata del Santo Padre Leone XIV che chiedeva di recedere dalla decisione della consacrazione dei quattro candidati: «Scegliamo la fede integrale. Il mondo è inganno»

    Qundi i quattro lefebvriani sono stati consacrati Econe, in Svizzera e sono: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier

    C’erano poche speranze che l’ordinazione dei quattro vescovi lefebvriani venisse rimandata e così è stato: a Écône, in Svizzera, la Fraternità sacerdotale San Pio X li ha consacrati senza mandato pontificio, consumando lo strappo più grave con Roma dai tempi delle consacrazioni compiute da Marcel Lefebvre nel 1988 e per il quale gesto con Giovanni Paolo II fu disposto il primo scisma poi in parte recuperato da Papa Benedetto XVI nel tentativo di adempiere al mandato di Gesù, il Cristo, di creare tra i cristiani unità.

     La celebrazione (“cerimonia” secondo il linguaggio della stessa Fraternità), iniziata in mattinata nel seminario internazionale della Fraternità, è stata presieduta dal vescovo Alfonso de Galarreta, con il vescovo Bernard Fellay come co-consacrante: entrambi erano tra i quattro vescovi ordinati da Lefebvre il 30 giugno di trentotto anni fa. Ma su quel prato svizzero, in realtà, non è tanto il rito in sé a sancire la distanza con Roma, bensì la visione del rapporto tra Chiesa e mondo, ridotto a una lotta contro un nemico a cui rispondere “con la spada”. Una visione espressa chiaramente durante l’omelia dal superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani.

    Il rito è stato trasmesso in streaming in più lingue e, secondo la stessa Fraternità, ha visto la partecipazione di circa un migliaio tra sacerdoti, religiosi e religiose, oltra a circa 15mila fedeli. Una liturgia durata più di cinque ore e ospitata sotto a un tendone, tenutasi nonostante l’ultimo appello lanciato da Leone XIV, con una lettera datata 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, e indirizzata al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani.

    «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi», aveva scritto il Papa, invitando i lefebvriani a «considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli» e avvertendo che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Già il 13 maggio, infatti, il Dicastero per la dottrina della fede, con una dichiarazione del prefetto, cardinale Víctor Manuel Fernández, aveva chiarito la posizione della Santa Sede: le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità, «non avendo il corrispondente mandato pontificio», avrebbero costituito «un atto scismatico» e comportato la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa per l’adesione formale allo scisma.

    Nell’omelia ad Écône, don Pagliarani (che aveva sostanzialmente rispedito al mittente l’appello del Papa) ha rivendicato la scelta della Fraternità, presentandola come un gesto necessario per garantire la continuità della propria opera. «Noi dobbiamo essere pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa», ha affermato il superiore generale, sostenendo che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa ma rimanervi «per mezzo della fede».

     Ma il nodo è proprio in questo punto: per Roma, una consacrazione episcopale senza mandato del Papa non è soltanto una disobbedienza disciplinare, ma una ferita alla comunione ecclesiale. La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero.

    Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio.

     Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

    Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. 

    Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede ha pubblicato l’atto formale successivo alla celebrazione recante la scomunica che ipso facto interviene in assenza, appunto, di mandato pontificio per la consacrazione confermando formalmente il quadro canonico che era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione.

    La Mondanità è dentro di noi e i paramenti esterni la coprono, ma non la sradicano

    L’argomento più forte richiamato dalla lettera del Successore di Pietro è il bene delle anime dei fedeli della Fraternità San Pio X, che con le ordinazioni decise renderebbe illeciti e in alcuni casi anche invalidi i sacramenti celebrati. All’obbedienza al Vicario di Cristo e al mantenimento della comunione della Chiesa i seguaci di Lefebvre hanno preferito la scomunica e lo scisma. Per cercare di comprendere che cosa li abbia spinti a un passo così grave e dalle conseguenze così dolorose occorre individuarne la motivazione più profonda: nelle loro parole essa sarebbe la difesa della tradizione cattolica contro lo scisma che sarebbe stato consumato dal Concilio Vaticano II e dai suoi sviluppi. Tutti i precedenti passi di riconciliazione voluti e approvati da Benedetto XVI sono stati di fatto ignorati. Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso.

    Una tale posizione esclude di fatto la novità a cui lo Spirito del Signore continuamente apre la Chiesa, proprio a partire dalla sua fedeltà al passato e a quanto trasmesso dai Padri, dai Pastori e dai Santi di tutti i tempi. La parola di Gesù era semplicemente ignorata: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Soprattutto, era chiuso ogni spazio possibile alla novità suscitata dallo Spirito Santo  a cui il servizio al Vangelo deve sempre di nuovo aprirsi, come affermava Papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Evangelizzatori con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo.  

    Per essere cristiani bisogna rinnegare la proprio superbia, il proprio egoismo, il proprio attaccamento al denaro, la propria lussuria e durezza di cuore… In tal senso mi permetto riportare, aderendo profondamente anche io alla stessa prospettiva, quanto Mons. Bruno Forte scriveva sull’Avvenire: “In realtà ciò che muove i tradizionalisti è precisamente all’opposto di quanto esprime una bellissima frase, legata alla testimonianza di Sant’Agostino: «Novi novum canamus canticum» – «Resi

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    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • LA LEGGE ELETTORALE NON È UN ABITO SU MISURA

    LA LEGGE ELETTORALE NON È UN ABITO SU MISURA

    di Amedeo Massimo Minisini

    Destra e sinistra smettano di contare i seggi prima ancora che gli italiani abbiano votato. Le regole della democrazia devono valere anche quando a vincere è l’avversario.

    Ogni volta che in Italia si parla di legge elettorale, la discussione si trasforma in una battaglia campale. La destra accusa la sinistra di voler impedire la governabilità; la sinistra accusa la destra di prepararsi una vittoria per legge. I partiti maggiori cercano il premio, quelli minori cercano la sopravvivenza, mentre le segreterie difendono il potere di scegliere i candidati.

    In mezzo rimane il cittadino.

    È questo il vero problema. La legge elettorale, che dovrebbe essere la porta d’ingresso della sovranità popolare nelle istituzioni, viene troppo spesso considerata uno strumento per trasformare percentuali, alleanze e convenienze in seggi parlamentari. Non si parte dalla domanda: quale sistema rappresenta meglio gli italiani e garantisce governi responsabili?

    Si parte, invece, da un’altra domanda: con quale sistema possiamo vincere? La maggioranza rivendica giustamente la necessità della stabilità. L’Italia ha conosciuto troppi governi nati e caduti nei palazzi, troppe maggioranze trasformate durante la legislatura e troppi programmi dimenticati poche settimane dopo le elezioni. Ma la stabilità non può essere costruita gonfiando artificialmente il risultato elettorale. Governabilità non significa attribuire un potere sproporzionato a chi abbia conquistato soltanto una maggioranza relativa dei consensi. L’opposizione, dal canto suo, ha ragione quando chiede garanzie e rappresentatività. Ma non può limitarsi a dire di no a qualsiasi correttivo maggioritario, salvo poi invocare governi capaci di durare e decidere. Un proporzionale senza responsabilità rischierebbe di riportare la formazione dei governi interamente nelle trattative successive al voto. La verità è che entrambe le parti possiedono una ragione e nascondono una convenienza. La destra vuole la stabilità, ma anche un sistema favorevole a una coalizione oggi più organizzata. La sinistra difende la rappresentanza, ma teme soprattutto di essere penalizzata dalla propria frammentazione. I piccoli partiti difendono il pluralismo, ma spesso cercano soltanto una soglia abbastanza bassa da garantire qualche seggio e un successivo potere di interdizione. Occorre uscire da questo commercio politico. La proposta de L’Idea Popolare è quella di un vero patto elettorale repubblicano. Un sistema proporzionale deve assicurare che ogni forza politica sia rappresentata secondo i voti realmente ricevuti. Una soglia ragionevole deve impedire la proliferazione di sigle personali nate alla vigilia delle elezioni soltanto per contrattare candidature e alleanze. Gli elettori devono però tornare a scegliere le persone. Liste brevi, candidati riconoscibili e una preferenza permetterebbero di spezzare il dominio delle segreterie senza ritornare alle esasperazioni e alle spese incontrollate di certe campagne elettorali del passato. Un premio di governabilità può essere previsto, ma deve essere moderato, variabile e subordinato al raggiungimento di un consenso realmente significativo. Non può essere una cambiale in bianco consegnata alla coalizione arrivata prima, indipendentemente dalla sua forza nel Paese. Chi si avvicina alla maggioranza dei voti può ricevere un piccolo completamento di seggi che gli consenta di governare. Chi rimane molto lontano dalla maggioranza deve invece cercare in Parlamento un accordo politico trasparente. La stabilità, inoltre, non può dipendere soltanto dalla formula elettorale. Sarebbe più serio introdurre la sfiducia costruttiva: un governo dovrebbe poter cadere solamente quando esiste già una nuova maggioranza pronta ad assumersi la responsabilità di governare. In questo modo si eviterebbero crisi al buio, ribaltoni e lunghi periodi di paralisi. nche l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio può essere utile sul piano politico, purché non diventi una falsa elezione diretta. L’Italia resta una Repubblica parlamentare. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e il Governo deve ottenere la fiducia delle Camere. Questi equilibri non possono essere modificati indirettamente attraverso una legge ordinaria. Ma la garanzia più importante sarebbe un’altra: nessuna maggioranza dovrebbe approvare da sola la legge con la quale spera di vincere le elezioni successive. Le regole elettorali dovrebbero essere votate da una maggioranza qualificata, dopo un confronto pubblico e parlamentare vero. E dovrebbero entrare in vigore con sufficiente anticipo, evitando cambiamenti dettati dai sondaggi dell’ultimo momento. Una legge è giusta quando la maggioranza sarebbe disposta ad accettarla anche trovandosi domani all’opposizione. Ed è giusta quando l’opposizione sarebbe pronta a rispettarla anche dopo aver vinto. Questa dovrebbe essere la prova decisiva. Nella lezione civile e sturziana, le istituzioni non appartengono ai partiti, ma alla comunità nazionale. La politica non deve impadronirsi delle regole: deve custodirle. Destra e sinistra rinuncino dunque alla tentazione di cucire un abito su misura. Costruiscano insieme una legge semplice, comprensibile, rappresentativa e capace di produrre responsabilità. Perché le elezioni non devono garantire la vittoria di qualcuno. Devono garantire che la volontà degli italiani venga rispettata da tutti.

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    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • ISLAM: FEDE E VIOLENZA Due realtà diverse o una contraddizione mai risolta?

    ISLAM: FEDE E VIOLENZA Due realtà diverse o una contraddizione mai risolta?

    di Amedeo Massimo Minisini

    C’è un momento particolare nella vita di un uomo: quando decide di leggere personalmente un libro invece di farselo raccontare dagli altri.
    È ciò che mi è accaduto acquistando il Corano.

    Sfogliando la Sura II, mi sono trovato davanti a qualcosa che molti in Europa ignorano o fingono di ignorare: continui richiami ai patriarchi biblici, a Abramo, a Mosè, a Gesù Cristo e a Maria.

    Non solo.
    Ho trovato parole che invitano alla fede, alla misericordia, al rispetto reciproco e alla convivenza con ebrei e cristiani, definiti “Popoli del Libro”.

    Ed allora nasce inevitabile una domanda:
    com’è possibile che da una religione che contiene anche richiami alla pace, alla giustizia e alla sottomissione a Dio, possa emergere una realtà fatta di terrorismo, fanatismo, persecuzioni religiose e violenze che oggi preoccupano l’Europa e da decenni devastano molti Paesi islamici?

    La domanda può apparire scomoda.
    Ma evitare le domande scomode significa lasciare spazio agli estremismi.

    La verità è che probabilmente esistono due realtà profondamente diverse.

    Da una parte vi è l’islam religioso, spirituale, familiare, rispettoso della propria fede e spesso anche della fede altrui.
    Un islam fatto di persone che pregano, lavorano, crescono i figli, rispettano le leggi dello Stato che li ospita e cercano Dio con sincerità.

    Milioni di musulmani nel mondo vivono così.
    E negarlo sarebbe una menzogna ideologica.

    Dall’altra parte esiste invece un islam politico e radicalizzato che interpreta alcuni passi religiosi in chiave di dominio, conflitto e imposizione culturale.
    Qui la fede smette di essere ricerca di Dio e diventa strumento di potere.

    È il punto in cui nasce il fanatismo.

    Un fenomeno che non riguarda soltanto l’islam.
    Anche il Cristianesimo, nella storia, ha conosciuto guerre di religione, inquisizioni, violenze e strumentalizzazioni politiche del sacro.
    Quando l’uomo usa Dio per giustificare sé stesso, il rischio diventa universale.

    Ma nel mondo islamico contemporaneo il problema appare più evidente perché in molte aree manca ancora una netta separazione tra religione, potere politico e interpretazione giuridica.

    Ed è qui che l’Europa commette spesso un errore gravissimo: o cade nell’islamofobia cieca, che considera ogni musulmano un potenziale nemico, oppure nell’opposto buonismo ideologico che nega persino l’esistenza del problema.

    Entrambe le posizioni sono pericolose.

    Perché il terrorismo islamista esiste.
    Le persecuzioni contro cristiani ed altre minoranze in alcune aree del Medio Oriente e dell’Africa sono reali.
    Le imposizioni radicali contro le donne, contro la libertà religiosa e contro il dissenso esistono davvero.

    Ma esiste anche una grande massa silenziosa di musulmani che fugge proprio da quel fanatismo.

    Molti arrivano in Europa non per conquistarla, ma per scappare da regimi corrotti, guerre civili, milizie religiose e violenze che hanno devastato le loro terre.

    La vera domanda allora non è se l’islam sia “buono” o “cattivo”.
    La vera domanda è: quale islam prevarrà?

    Quello spirituale, aperto al dialogo e compatibile con la libertà occidentale?
    Oppure quello politico-identitario che trasforma la religione in una bandiera di scontro?

    Anche l’Europa deve però interrogarsi.
    Perché un continente che perde la propria identità cristiana, culturale e morale difficilmente riuscirà a dialogare con altre civiltà senza paura o senza debolezza.

    Il dialogo autentico non nasce dall’odio ma nemmeno dalla resa culturale.

    Forse il punto più importante è proprio questo: si può rispettare profondamente un musulmano senza dover accettare il fanatismo islamista. Così come si può criticare l’estremismo senza odiare una religione intera.

    È una distinzione che oggi troppi non vogliono fare.

    Da una parte gli estremisti religiosi alimentano la paura.
    Dall’altra gli ideologi occidentali censurano qualsiasi riflessione critica per paura di apparire “intolleranti”.

    E nel mezzo resta il cittadino comune, confuso, spaventato, spesso incapace di distinguere tra fede e radicalismo.

    Don Luigi Sturzo probabilmente avrebbe invitato tutti ad un principio semplice ma severo: la religione deve elevare l’uomo, non trasformarlo in strumento politico.

    Quando una fede perde il senso della dignità umana, della libertà e della coscienza, smette di avvicinare a Dio e diventa ideologia. E le ideologie, nella storia, hanno sempre prodotto macerie.

    Forse allora la vera sfida del nostro tempo non è lo scontro tra Cristianesimo e Islam. Ma lo scontro tra spiritualità e fanatismo. Tra fede e potere.  Tra chi cerca Dio e chi usa Dio. Ed è una battaglia che riguarda tutti.
    Cristiani, musulmani, ebrei e persino un’Europa sempre più smarrita, che rischia di perdere sé stessa mentre discute soltanto degli altri.

     

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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  • IL FUTURO DELL’EUROPA E’ NEL RUOLO CHE SAPRA’ SVOLGERE

    IL FUTURO DELL’EUROPA E’ NEL RUOLO CHE SAPRA’ SVOLGERE

    Prof. Marcello Viola

    ll Futuro dell’Unione Europea è nell’apertura al mondo. È nella capacità di svolgere un ruolo da leader nella cooperazione internazionale, facendo leva sul patrimonio culturale e, in particolare, sul vissuto dell’altro come una risorsa e non come un competitor, sulla valorizzazione delle diversità, sull’integrazione delle capacità, sulla comune finalizzazione delle competenze, ecc.

       Così facendo, inoltre, ci sarà la pace vera (non la tregua propagandata come pace), la prosperità e l’allungamento della vita, in salute, per tutti, in sintesi benessere comune.

       Per far questo è necessario che l’Europa evolva dal mero controllo burocratico

    amministrativo di regole varie a promotrice e guida di un nuovo mondo, un mondo in cui le relazioni non siano più basate sulla competitività, sul superamento dell’altro, sulla sua sopraffazione, di cui fenomeni eclatanti sono il cannibalismo aziendale, le baby gang, gli omicidi tra adolescenti con successiva pubblicazione delle efferate gesta sui social, ecc., paragonabile al trascinamento di Ettore legato al carro di Achille intorno alle mura di Troia, ma sulla cooperazione.

    Bisogna ripartire dal rispetto (propugnato dall’Istituto della Enciclopedia Treccani nel 2026)  dell’altro, dalla coniugazione delle diverse capacità, dalla composizione degli obiettivi, dalla facilitazione della estrinsecazione e realizzazione di ciascuno, che determina il potenziamento di tutti. Tanto, stabilendo un più maturo rapporto con la natura e l’ambiente. Non di sfruttamento spasmodico, di distruzione cieca dell’armonia esistente, ma di inserimento rispettoso e potenziante in essa, sì da determinarne un più elevato e soddisfacente livello. Cioè dall’Unione monetaria bisognerà evolvere verso l’integrazione delle culture, dei popoli, delle risorse, della produttività, del benessere, mettendo al centro degli obiettivi non la moneta, ma l’uomo. In tal modo sarà possibile superare la sua attuale oggettivazione e recuperare, in una visione più ampia, appunto umanitaria, la sua soggettivazione in una umanità globale in cui l’oggetto (la moneta) rimane uno strumento della vita e non il fine, mentre il fine è il benessere comune.

    Tanto hanno anche sostenuto Maria Montessori “la competitività è l’inizio di ogni guerra ….., la cooperazione educa alla pace” in Educazione e Pace (1949) , Bertrand Russel “Governo mondiale in The Future of Science (1924) in New Hopes for a Changing World (1951), in Has Man a Future (1961), Marshall McLuhan “Villaggio globale” in La galassia Gutenberg (1962), ecc.

       Questi ed altri Autori sono rimasti fino ad ora inascoltati, perché i tempi non erano maturi anche dal punto di vista culturale. Ma, considerato che non è possibile più continuare a sostenere il capitalismo che, pur essenziale in passato, oggi è divenuto ormai esasperato e distruttivo, è giunta l’ora per costruire un nuovo mondo, il mondo del Cooperazionismo, realizzando i progetti dei suddetti Autori, aggiornati con le nuove acquisizioni culturali che sto diffondendo da alcuni anni.

     

    *Presidente International Association From Competitiveness to Cooperation; già Docente a c. di Psichiatria Sociale -presso l’Università di Bari e  Direttore Dipartimento di Salute Mentale ASL

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  • L’EUROPA IN VISTA DEL 2040

    L’EUROPA IN VISTA DEL 2040

    di Antonino Galloni

    Quattro sono le radici dell’attuale Unione Europea: 1) il bisogno, emerso dopo la II guerra mondiale, di evitare che gli imperialismi, soprattutto quello germanico, portassero, sul continente e non solo, a nuovi conflitti di estrema gravità (fu questo un orientamento soprattutto americano, com’è noto); 2) lo spirito di unire popoli diversi – ma non troppo – in un’ottica di cooperazione e solidarietà; 3) la volontà di favorire i poteri forti in modo di porre argini alla forza delle democrazie, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino; 4) l’antico disegno di indebolire i bastioni della civiltà europea, soprattutto cristiana, anche sfruttando le prospettive di emigrazione per popolazioni varie, da est e da sud.

        Il primo punto non sembra presentare la necessità di particolari approfondimenti, ma: andrebbe spiegata la durezza di trattamento verso l’Italia alla fine del secondo conflitto mondiale, soprattutto dopo che, con il miracolo economico, la guida illuminata di personaggi come Mattei, Moro e Craxi (e non solo loro tre, tutti eliminati anche fisicamente) e l’importanza assunta dal Paese durante la cosiddetta Prima Repubblica, fu abbandonato definitivamente il progetto di John Kennedy, di vederci alla testa dei “non allineati” (in subordine, tale compito passò allo schieramento “avverso” che trovò risposta nella Jugoslavia, in seguito dissolta); e, al contrario, la mitezza nei confronti della Germania, tranne riaprire – ma solo recentemente – il problema, alla luce del suo avvicinamento alla Russia di Putin (conseguenza delle scelte scriteriate in campo energetico ed ambientale) che sta dietro il conflitto con l’Ucraina.

       Anche il quarto ed ultimo punto merita un’analisi a parte e potrebbe essere approfondito in un’altra occasione.

       Quindi, ciò che rileva, sembrerebbe essere la contraddizione tra le istanze legate ad un’Europa economica e politica, da una parte, e quelle della finanza e dei poteri forti.

       Fino al 1989, infatti, sembrava prevalere un’impostazione che tentava di coniugare (non sempre riuscendoci) interessi nazionali, a volte molto divergenti fra di loro, e istanze di solidarietà tra popoli che avevano molto da condividere in materia economica, culturale e sociale.

       La caduta del Muro di Berlino, invece di spingere a strategie di collaborazione verso una realtà dipinta come nemica e che doveva incamminarsi ad una propria redenzione, esacerbò le richieste dei poteri forti – nell’ambito dell’Unione Europea stessa – di limitare democrazia, partecipazione e lo stesso benessere delle classi lavoratrici, visti come il prezzo, già pagato, nel confronto con l’Unione Sovietica ed i suoi alleati, da parte dei “padroni del vapore” industriali e bancari.

       La scelta di non tendere una mano alla Russia, in grandi difficoltà, ma pur sempre serbatoio di cultura cristiana e di immense ricchezze energetiche, faceva il paio con l’errore non meno grave di qualche decennio prima; quando il Fondo Monetario     Internazionale e la Banca Mondiale imposero politiche restrittive in tutti i campi (economico, fiscale e monetario); ciò fu sbagliato per i Paesi maggiormente sviluppati e ne determinò un rallentamento con pochi precedenti; ma ancor di più per quei Paesi (Africa ed Asia Occidentale) che presentavano altissimi tassi di crescita demografica; così, costringendoli all’insostenibile debito con le banche commerciali, alla riduzione del PIL pro capite ed all’emigrazione di massa.

       Un’Europa che avesse voluto unirsi, dunque, avrebbe dovuto puntare su coesione e convergenza, non solo a parole, ma selezionando gli strumenti più importanti: soprattutto la leva fiscale che, introducendo un’adeguata equalizzazione delle aliquote,    avrebbe reso la competitività sostenibile; invece, si scelse tutto il contrario, la moneta unica ovvero l’eliminazione dell’antidoto alle diseguaglianze derivanti da una competitività esasperata che richiedeva conflitto fra le classi lavoratrici dei vari Paesi e l’opposto della sostenibilità.

       A questo punto, tre possono essere le strategie di difesa dalla disgregazione europea: 1) un’azione di contrasto ai conflitti in corso (si pensi soprattutto all’Ucraina ed all’Asia occidentale), diversamente da quanto si è visto negli anni più recenti; 2) l’antidoto all’uso che si è fatto della moneta unica dal suo varo, almeno riportando la Banca Centrale a fungere da “prestatore di ultima istanza”, seppure in base a parametri legati al PIL, alla popolazione, alle potenzialità od esigenze espansive di ciascun Paese; 3) l’introduzione di una seconda valuta (a sola circolazione nazionale) volta ad affrontare la sostenibilità del passaggio da un’economia soprattutto incentrata sulla produzione di beni materiali ad elevato profitto, verso un’economia caratterizzata maggiormente dalle esigenze di approntare tutti i servizi immateriali di cui abbisogna la popolazione (che sono a profitto negativo ed a valore aggiunto positivo).

       Questo terzo aspetto strategico merita qualche altra considerazione aggiuntiva.

       Con l’eccezione delle piccolissime imprese (che, paradossalmente, sono più avanti delle grandi, ma non presentano una sufficiente consapevolezza, almeno collettiva, del fenomeno) le attività di produzione dei beni materiali devono presentare un profitto “qualificato” ( vale a dire un’incidenza del fatturato sul costo che non sia inferiore al rendimento dei principali investimenti finanziari, vale a dire le obbligazioni); tale dinamica tende a limitare l’approntamento di detti beni materiali ed il loro agganciamento alle logiche del mercato (che penalizzano chi ha meno redditi); invece, la limitazione nella produzione di beni immateriali unisce un insufficiente impiego della risorsa umana all’assenza di tali fondamentali servizi per la gran parte della popolazione.

       Se l’Europa saprà, dunque, risolvere tali tre problematiche (rapporti con l’Est e con il Sud per raggiungere una forte ed efficiente complementarietà nella pace; rimodulazione degli assetti monetari e di bilancio degli Stati; riconoscimento di un modello economico e sociale nuovo che consenta di soddisfare tutte le esigenze dei cittadini) allora il tema del suo assetto politico e strategico potrà venir affrontato positivamente; anche in un’ottica più confederativa che federativa; è, cioè, importante tenere, sempre, nella dovuta considerazione la bussola principale che è il rispetto reciproco, ovvero il riferimento – senza eccezioni – al principio del Trattato di Westfalia del 1648, consistente nel riconoscimento dell’altrui sovranità.

        * Economista, Rettore università CAMPUS HETG di Ginevra

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    Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

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    Maranza, lo Stato arrivi prima

    La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • Se lo sciopero è una battaglia di diritti, perché si combatte quasi sempre di venerdì?”

    Se lo sciopero è una battaglia di diritti, perché si combatte quasi sempre di venerdì?”

    di Amedeo Massimo Minisini

    La domanda che molti cittadini si pongono è legittima: perché tanti scioperi nazionali vengono proclamati di venerdì?

    La risposta ufficiale dei sindacati è che lo sciopero deve creare il massimo impatto possibile sul sistema produttivo e sui servizi, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e del Governo. Se il disagio è maggiore, sostengono, maggiore è la possibilità che le rivendicazioni vengano ascoltate. I critici, però, osservano che la scelta del venerdì alimenta inevitabilmente il sospetto che, per una parte dei lavoratori, lo sciopero possa trasformarsi in un’occasione per allungare il fine settimana. È una percezione diffusa che finisce per indebolire l’immagine stessa dello strumento dello sciopero, soprattutto quando la partecipazione appare più legata alla convenienza del calendario che alla convinzione sulle ragioni della protesta.

    Da qui nasce una riflessione più ampia: se lo sciopero è un diritto costituzionale serio e importante, non rischia forse di perdere credibilità quando viene sistematicamente collocato alla vigilia del fine settimana?

     Non sarebbe più forte, e forse anche più rispettato dall’opinione pubblica, uno sciopero proclamato in un giorno qualsiasi della settimana, dimostrando che il sacrificio richiesto ai lavoratori è reale e non coincidente con un possibile “ponte”?

    «I diritti dei lavoratori meritano rispetto. Ma anche gli strumenti con cui si difendono devono essere credibili. Quando una protesta rischia di essere percepita come un fine settimana anticipato, a perdere non è il Governo, non sono le imprese, ma la stessa autorevolezza del sindacato. E senza autorevolezza, anche le ragioni più giuste finiscono per essere ascoltate meno.»

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    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

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