Categoria: Punto2

  • Maranza, lo Stato arrivi prima

    Maranza, lo Stato arrivi prima

    La sicurezza è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ma fermare un ragazzo quando è già diventato violento significa intervenire quando la società ha già fallito.

    di Amedeo Massimo Minisini

    La parola della settimana è stata “maranza”.

    Una definizione diventata rapidamente politica, giornalistica e perfino legislativa. Indica gruppi di giovani che si muovono nelle periferie e nei luoghi della movida, spesso con atteggiamenti aggressivi, provocatori o intimidatori. Talvolta portano coltelli, commettono rapine, aggrediscono altri ragazzi, danneggiano beni pubblici e sfidano apertamente le forze dell’ordine.

    Non si tratta di un fenomeno da sottovalutare né, tantomeno, da giustificare.

    Chi esce di casa con una lama in tasca, chi accerchia un coetaneo per sottrargli il telefono, chi trasforma una piazza in un territorio da occupare deve sapere che lo Stato esiste, interviene e punisce. La sicurezza non è un capriccio della destra né una concessione all’autoritarismo: è un bene comune, senza il quale la libertà dei cittadini più deboli diventa soltanto una parola scritta sulla carta.

    Il Consiglio dei ministri del 14 luglio ha approvato un nuovo disegno di legge sulla sicurezza e sulla prevenzione del disagio giovanile. Il provvedimento prevede, tra le altre misure, l’estensione ai minorenni del fermo di prevenzione, il divieto di aggregazione disposto dal questore nei confronti di gruppi pericolosi, pene più severe per i danneggiamenti commessi da almeno cinque persone e maggiori strumenti operativi per le forze di polizia. ure comprensibili e, in alcuni casi, necessarie.

    Ma la politica commetterebbe un grave errore se pensasse di avere risolto il problema semplicemente aumentando i fermi, i divieti e gli anni di carcere.

    Il “maranza” non nasce nel momento in cui viene fermato dalla polizia. Nasce molto prima.

    Nasce quando una famiglia non riesce più a educare o viene lasciata sola. Nasce quando la scuola perde un ragazzo e nessuno va a cercarlo. Nasce nelle periferie dove lo Stato si presenta soltanto con una volante, ma non con un insegnante, un assistente sociale, un campo sportivo, una biblioteca o un’opportunità di lavoro.

    Nasce quando l’unico modello di successo diventa quello esibito sui social: il denaro facile, la prepotenza, il possesso di oggetti costosi, il disprezzo delle regole, la violenza trasformata in spettacolo.

    Nasce, soprattutto, quando un giovane non riconosce più alcuna autorità: né quella dei genitori, né quella della scuola, né quella della comunità, né quella dello Stato.

    Non dobbiamo naturalmente cadere nell’errore opposto. La povertà, l’emarginazione o una famiglia difficile non autorizzano nessuno ad aggredire, rapinare o terrorizzare gli altri. Comprendere le cause non significa assolvere le responsabilità.

    Ma una politica seria non può accontentarsi di intervenire sul reato ignorando il terreno nel quale quel reato è maturato.

    Il disegno di legge contiene anche la previsione di una rete territoriale dell’alleanza educativa, collegata ai centri per la famiglia, alle scuole e alle realtà sociali. È probabilmente questa la parte meno appariscente, ma potenzialmente più importante del provvedimento. a vera sicurezza nasce dalla presenza.

    Occorrono più agenti nelle strade, certamente. Ma occorrono anche più educatori nei quartieri, più insegnanti sostenuti nel loro lavoro, più famiglie accompagnate nelle difficoltà, più luoghi nei quali i giovani possano incontrarsi senza essere consegnati alla strada o agli algoritmi dei social network.

    Serve inoltre evitare che il termine “maranza” diventi un’etichetta etnica o sociale.

    Lo Stato deve colpire i comportamenti, non gli abiti, l’accento, la provenienza o il colore della pelle. Un ragazzo è responsabile per ciò che fa, non per il gruppo al quale qualcuno decide di associarlo. La legalità perde autorevolezza quando diventa discriminazione; ma perde ugualmente autorevolezza quando, per paura di discriminare, rinuncia a far rispettare le regole.

    Il compito del buon governo è mantenere insieme fermezza e giustizia.

    Fermezza verso chi minaccia, aggredisce e delinque. Giustizia verso le vittime, troppo spesso dimenticate. Ma anche capacità di recuperare quei ragazzi che non sono ancora criminali, sebbene stiano percorrendo una strada che potrebbe condurli alla criminalità.

    Don Luigi Sturzo ci ha insegnato che lo Stato non può sostituirsi alla famiglia, alla scuola e alle comunità locali, ma deve aiutarle a svolgere la propria funzione. È il principio di sussidiarietà: intervenire senza soffocare, sostenere senza occupare, responsabilizzare senza abbandonare.

    La lotta alle bande giovanili non si vincerà dunque soltanto nelle questure o nei tribunali.

    Si vincerà nelle case, nelle aule scolastiche, negli oratori, nei centri sportivi, nei servizi sociali e nei quartieri. Si vincerà restituendo ai giovani il senso del limite, ma anche una speranza credibile per il futuro.

    La repressione è necessaria quando il reato è stato commesso.

    Il buon governo, però, comincia prima.

    Prevenire per non reprimere. Anche contro la violenza giovanile.

    Amedeo Massimo Minisini

     

     

     

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.

    di Amedeo Massimo Minisini

    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15
    luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici
    anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un
    terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28
    aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata
    ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di
    fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini
    acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla
    gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo
    l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata
    e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi
    familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il
    principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando
    serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi
    nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non
    consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed
    esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano
    rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella
    gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi
    commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può
    essere ucciso quando il pericolo è cessato.

    Questa è la legge.

    Esiste, però, anche una seconda
    verità: quella umana. È la verità di un uomo che vede entrare dei criminali nel
    proprio negozio, che teme per la moglie e per la figlia, che in pochi istanti
    avverte crollare ogni sicurezza e che reagisce in uno stato di paura, rabbia e
    sconvolgimento. Questa verità non assolve automaticamente, ma non può essere
    ignorata. I giudici devono stabilire se un comportamento costituisca reato. La
    società e la politica hanno invece il dovere di domandarsi perché un cittadino,
    di fronte a una rapina, possa arrivare a convincersi di essere rimasto solo e
    di dover provvedere personalmente alla propria sicurezza. È qui che il caso
    Roggero supera la cronaca giudiziaria. Il problema non è soltanto stabilire se
    quei colpi siano stati esplosi qualche secondo prima o qualche secondo dopo la
    cessazione del pericolo. Il problema è capire che cosa accade in una società
    nella quale le vittime dei reati non si sentono difese, mentre i delinquenti
    appaiono spesso liberi di colpire nuovamente.

    La politica deve stare molto
    attenta.

    Non può trasformare Roggero in un
    eroe nazionale, perché il messaggio secondo il quale “la difesa è sempre
    legittima” è falso e pericoloso. Se ogni cittadino potesse inseguire e sparare
    a chi fugge, non avremmo maggiore sicurezza, ma una società dominata dalle
    armi, dalla paura e dalla vendetta privata. Allo stesso tempo, la politica non
    può voltarsi dall’altra parte e liquidare questa vicenda affermando
    semplicemente che “la sentenza va rispettata”. Le sentenze vanno certamente
    rispettate. Ma possono e devono essere comprese, valutate e discusse, senza
    insultare i magistrati e senza delegittimare la giustizia. Quattordici anni e
    nove mesi rappresentano una pena durissima per un uomo di 72 anni. Non
    equivalgono formalmente all’ergastolo, ma potrebbero accompagnarlo per quasi
    tutto il tempo che gli resta da vivere. È comprensibile, quindi, che una parte
    dell’opinione pubblica avverta una sproporzione tra la responsabilità accertata
    e la pena inflitta, soprattutto considerando che tutto ebbe origine da una
    rapina della quale Roggero e la sua famiglia erano le vittime. Ma proprio
    perché il tema è così delicato, la richiesta di grazia non può diventare uno
    slogan elettorale. La grazia è un atto individuale di clemenza che può ridurre
    o cancellare la pena, ma non elimina la condanna. La Costituzione attribuisce
    questa facoltà esclusivamente al presidente della Repubblica. Il Quirinale ha
    inoltre osservato che ogni valutazione è prematura prima di conoscere le
    motivazioni della Cassazione. Sarà dunque il presidente Sergio Mattarella,
    nella sua autonomia e dopo avere esaminato tutti gli elementi, a decidere se
    nel caso di Mario Roggero esistano ragioni umanitarie tali da giustificare un
    provvedimento di clemenza. L’Idea Popolare ritiene che questa possibilità debba
    essere valutata seriamente. Non perché Roggero debba essere dichiarato
    innocente dalla politica, dopo essere stato condannato dalla magistratura. E
    neppure perché si debba affermare il principio secondo cui chi subisce una
    rapina possa uccidere chi fugge. La grazia avrebbe un significato diverso:
    riconoscere che la giustizia, pur restando ferma nell’accertamento della
    responsabilità, può considerare l’età, la storia personale, il contesto nel
    quale il fatto è avvenuto e la concreta funzione che la pena deve ancora
    svolgere.

    La pena non deve essere una
    vendetta dello Stato.

    Deve servire a responsabilizzare il
    colpevole, a proteggere la società e, quando possibile, a recuperare la
    persona. Bisogna domandarsi quale funzione rieducativa possa realisticamente
    avere una detenzione tanto lunga per un uomo di 72 anni che non appartiene alla
    criminalità organizzata e che non aveva programmato di uccidere per interesse
    economico. Ma il caso Roggero deve porre anche un’altra domanda alla politica. Dov’era
    lo Stato prima che quell’uomo impugnasse la pistola? Lo Stato non può comparire
    soltanto dopo, con la polizia scientifica, i magistrati, gli avvocati e le
    sentenze. Deve essere presente prima: con il controllo del territorio, la
    prevenzione, la certezza della pena per chi rapina, il sostegno alle vittime e
    la sicurezza garantita a commercianti, lavoratori e famiglie. Quando il
    cittadino sente di doversi difendere da solo, lo Stato ha già perso una parte
    della propria autorevolezza. Questo non autorizza la giustizia privata. Ma
    obbliga le istituzioni a interrogarsi sulle proprie assenze. Don Luigi Sturzo
    avrebbe ricordato che l’autorità non si misura soltanto nella capacità di
    punire, ma soprattutto in quella di prevenire il male e proteggere il bene
    comune. La giustizia deve impedire che la difesa diventi vendetta. Ma deve
    anche impedire che la vittima, dopo essere stata abbandonata alla paura, venga
    percepita dall’opinione pubblica come l’unica persona sulla quale lo Stato
    abbia esercitato fino in fondo tutta la propria forza. Mario Roggero ha
    sbagliato. Lo hanno stabilito tre gradi di giudizio e nessuna campagna politica
    può cancellarlo. Ma ora lo Stato deve dimostrare di saper essere non soltanto
    severo, ma anche umano. Perché una giustizia senza fermezza diventa debolezza. Una
    giustizia senza umanità rischia di diventare soltanto un’altra forma di
    vendetta.

    Lo Stato che arriva soltanto dopo
    lo sparo arriva due volte in ritardo.

    amm

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  • Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    di Amedeo Massimo Minisini

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

    Il ricongiungimento familiare, previsto dalle norme vigenti, rappresenta oggi una delle principali porte d’ingresso nel nostro Paese. È una scelta legittima e umanamente comprensibile. Tuttavia, ogni scelta politica deve interrogarsi sulle proprie conseguenze sociali, economiche e demografiche. Quale capacità hanno i nostri servizi sanitari, le scuole, il sistema abitativo e il welfare di sostenere una crescita costante della popolazione immigrata, mentre contemporaneamente diminuiscono le nascite italiane e aumenta l’invecchiamento della popolazione? Porre questa domanda non significa essere contro gli immigrati. Significa essere a favore della responsabilità. L’errore più grave sarebbe continuare a ignorare i numeri e lasciare che il fenomeno venga governato solo dall’emergenza. L’Europa ci offre già esempi da osservare con attenzione: quartieri difficili da integrare, tensioni sociali, perdita di identità comunitarie e crescente diffidenza reciproca. Il problema non è l’uomo che arriva, ma l’incapacità dello Stato di prepararsi al suo arrivo.

    Se l’Italia continua a perdere popolazione, a non sostenere la natalità delle proprie famiglie e contemporaneamente a non programmare l’integrazione di chi entra, il rischio è quello di creare nuove povertà e nuovi conflitti sociali. La vera domanda, quindi, non è se accogliere oppure no. La domanda è: quale Italia vogliamo tra venticinque anni? Un Paese che subisce i cambiamenti oppure un Paese che li governa? Lo Stato ha il dovere di conoscere i dati, programmare i servizi, favorire l’integrazione, pretendere il rispetto delle leggi e, nello stesso tempo, sostenere la famiglia italiana, oggi sempre più fragile e sempre meno incline alla natalità.

    La solidarietà senza programmazione genera disordine. La chiusura senza umanità genera ingiustizia. La politica, invece, dovrebbe trovare il difficile equilibrio tra diritti e doveri, tra accoglienza e responsabilità. Don Sturzo ci insegnò che governare significa prevenire e non reprimere. Ed è forse proprio qui il grande limite dell’Italia di oggi: non aver ancora deciso se vuole guidare il fenomeno migratorio o semplicemente subirlo. E una nazione che rinuncia a programmare il proprio futuro rischia, lentamente, di perdere anche la propria identità.

    Un’altra domanda che la politica continua ad evitare riguarda i costi.

    quanto costa complessivamente il fenomeno migratorio e il ricongiungimento familiare?

    Accogliere comporta inevitabilmente delle spese: sanità, scuola, assistenza sociale, edilizia pubblica, servizi comunali, mediazione culturale e assegni familiari. Non è una colpa e non deve diventare un argomento di scontro ideologico. Ma i cittadini hanno il diritto di conoscere i numeri. Quanto incide il ricongiungimento familiare sui bilanci dello Stato e degli enti locali? Quanto costano i servizi aggiuntivi? Quanto invece producono in termini di lavoro, contributi previdenziali e crescita economica gli immigrati regolarmente inseriti? Una politica seria non può limitarsi agli slogan dell’accoglienza senza limiti né a quelli della chiusura totale. Deve presentare ai cittadini un bilancio trasparente: costi, benefici, prospettive future. Secondo diverse stime, solo gli assegni familiari e alcune prestazioni sociali destinate alle famiglie straniere rappresentano una voce di spesa di diversi miliardi di euro ogni anno, mentre miliardi di euro vengono inviati all’estero sotto forma di rimesse dalle comunità immigrate. Sono dati che meritano attenzione e approfondimento, non per alimentare paure, ma per consentire una programmazione responsabile. Il problema non è stabilire se un immigrato costi troppo o troppo poco. Il vero problema è sapere se l’Italia possieda un progetto. Perché una nazione che non conosce i propri numeri, non governa il fenomeno: lo subisce. Ed anche in questo caso l’insegnamento di Don Luigi Sturzo appare attualissimo: prevenire, programmare, amministrare con prudenza. La solidarietà è una virtù; l’improvvisazione è invece un pericolo per tutti, italiani e immigrati.

    “L’accoglienza è un dovere morale; la trasparenza sui costi è un dovere democratico. Nascondere i numeri significa rinunciare a governare il futuro.”

     

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  • Quando la Tradizione diventa disobbedienza

    Quando la Tradizione diventa disobbedienza

    di Amedeo Massimo Minisini

    L’autorevole intervento di monsignor Gianni Fusco chiarisce con grande efficacia la gravità della scelta compiuta dalla Fraternità San Pio X. La consacrazione di quattro vescovi senza il mandato del Pontefice non rappresenta soltanto una violazione delle regole ecclesiastiche: costituisce una ferita profonda all’unità della Chiesa e rischia di disorientare migliaia di fedeli sinceramente legati alla fede, alla liturgia e alla Tradizione.

    Non si può invocare la difesa della Chiesa separandosi dalla sua autorità. Non si può proclamare fedeltà alla Tradizione rifiutando la comunione con il successore di Pietro. Quando una parte pretende di rappresentare da sola la verità, finisce inevitabilmente per sostituire alla fede il proprio giudizio, all’obbedienza il protagonismo e alla comunione una struttura di potere contrapposta.

    La lezione politica di don Luigi Sturzo ci aiuta a comprendere anche questo passaggio. Sturzo diffidava dei personalismi, delle organizzazioni chiuse e di quanti utilizzavano la religione come strumento di potere. La fede, nella sua visione, non doveva diventare una bandiera da contrapporre agli altri, ma una responsabilità vissuta nella libertà, nell’umiltà e nel servizio al bene comune.

    Dietro molte divisioni presentate come battaglie dottrinali si nascondono spesso ambizioni personali, interessi organizzativi e volontà di comando. È proprio questo il pericolo denunciato da monsignor Fusco: trasformare la difesa della Tradizione in una giustificazione della disobbedienza e fare della Chiesa un campo di battaglia fra gruppi che pretendono di possedere interamente la verità.

    L’appello di Leone XIV non è stato un atto di debolezza, ma una dimostrazione di autentica autorità cristiana: cercare fino all’ultimo il dialogo, proteggere i fedeli e impedire che la tunica di Cristo venga ulteriormente lacerata.

    La Chiesa dovrà mantenere ferma la propria posizione, ma senza abbandonare quanti sono stati trascinati in questa dolorosa separazione. Fermezza nella verità e misericordia verso le persone: questa è la strada della comunione. Ed è anche la strada che un cattolicesimo autenticamente sturziano deve indicare alla politica e alla società.

    Amedeo Massimo Minisini
    Direttore responsabile de L’Idea Popolare

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • La battaglia sulla legge elettorale

    La battaglia sulla legge elettorale

    di Amedeo Massimo Minisini

    E’ tanto aspra perché non si discute soltanto di come votare, ma di chi potrà governare, chi entrerà in Parlamento e chi avrà il potere di scegliere i parlamentari.

     

    l testo attualmente all’esame della Camera introduce un sistema proporzionale con un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento, entro un tetto complessivo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Se nessuno raggiunge la soglia, oppure Camera e Senato danno risultati differenti, opera il proporzionale puro. Restano le liste bloccate, lo sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni, oltre all’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio. La discussione generale è iniziata il 26 giugno; le votazioni dovrebbero cominciare il 7 luglio. 

     

    Quali sono gli interessi contrapposti

    La maggioranza sostiene di volere governi stabili e riconoscibili la sera stessa delle elezioni. Ma il meccanismo proposto favorisce inevitabilmente lo schieramento che oggi appare più compatto e più vicino alla soglia richiesta.

    Le opposizioni temono, invece, che il premio possa trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza parlamentare molto più ampia e che l’indicazione del candidato premier finisca per modificare indirettamente la forma parlamentare dello Stato.

    I partiti minori guardano soprattutto alle soglie, alle firme necessarie per presentarsi e alle clausole di ripescaggio. Le segreterie dei partiti sono interessate alle liste bloccate, perché consentono loro di decidere chi sarà eletto. Non a caso le preferenze dividono persino il centrodestra: Fratelli d’Italia si è dichiarata favorevole, mentre Lega e Forza Italia hanno difeso l’impianto senza preferenze; anche nell’opposizione il tema non trova tutti perfettamente concordi. 

    La questione costituzionale non può essere liquidata come propaganda. La Corte costituzionale ha già censurato sistemi capaci di alterare eccessivamente il rapporto tra voti e seggi e di comprimere la possibilità degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. 

     

    Una possibile proposta di mediazione

    Una soluzione equilibrata potrebbe poggiare su sei punti:

    Sistema proporzionale nazionale, per rispettare il peso reale dei voti.

    Soglia di sbarramento uniforme al 4 per cento, con tutela delle minoranze linguistiche.

    Collegi plurinominali piccoli e liste corte, con una preferenza esprimibile dall’elettore.

    Premio variabile e limitato, non un numero fisso di seggi: soltanto alla coalizione che superi almeno il 45 per cento, fino a raggiungere non più del 54 per cento dei parlamentari.

    Indicazione politica del candidato premier, senza trasformarla in elezione diretta e salvaguardando pienamente le prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento.

    Sfiducia costruttiva, attraverso una riforma costituzionale concordata: un governo può essere rovesciato soltanto se esiste già una maggioranza pronta a sostenerne un altro.

    Aggiungerei una garanzia decisiva: la legge elettorale dovrebbe essere approvata con una maggioranza qualificata e non dovrebbe applicarsi a elezioni celebrate entro dodici mesi dalla sua entrata in vigore. La Commissione di Venezia raccomanda stabilità delle regole, ampio consenso e modifiche effettuate con congruo anticipo rispetto alle elezioni. 

     

    L’Idea Popolare

     

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

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    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

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    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • Quando il cerchio si spezza: tra dodici pini e la guida smarrita

    Sabato 20 giugno nel parco dei 12 pini a Roma nel casale Theo

    si è tenuta l’Agape dell’Idea Popolare

    Quando il cerchio si spezza: tra dodici pini e la guida smarrita

    di Amedeo Massimo Minisini

    Per molto tempo abbiamo sentito ripetere: “Sono cattolico, ma non praticante”.
    Oggi il fenomeno si complica. Non pochi fedeli si allontanano non per rifiuto della fede, ma per smarrimento dinanzi a parole e orientamenti che percepiscono dissonanti rispetto alla Tradizione viva della Chiesa.

    La Chiesa non è proprietà di una stagione culturale né di una corrente teologica. È custodita dalla Tradizione apostolica, interpretata autenticamente dal Magistero e riconosciuta nel sensus fidei del popolo di Dio. Quando questi tre elementi si armonizzano, il cerchio resta saldo.

    Oggi il fenomeno appare diverso. Sempre più fedeli non si allontanano per perdita della fede, bensì per smarrimento. Non riconoscono più, in certe prese di posizione ecclesiali, quella chiarezza dottrinale che il Concilio Vaticano II non ha mai inteso abolire, ma approfondire.

    Il Vaticano II, nella Lumen Gentium, afferma che la Chiesa è “in Cristo come sacramento”, e ribadisce che il Magistero non è sopra la Parola di Dio, ma al suo servizio. Nella Dei Verbum si insiste sulla trasmissione integra della Rivelazione; nella Gaudium et Spes si invita al dialogo con il mondo, ma senza confondere il dialogo con l’adattamento.

    Il Concilio non ha mai autorizzato una mutazione della dottrina in nome della contemporaneità. Ha chiesto discernimento, non dissoluzione; apertura, non mimetismo.

    Eppure oggi, nelle parole di alcuni autorevoli cardinali — compreso il presidente della CEI — si avverte talvolta un’enfasi marcata sulle categorie culturali del momento, su temi politici contingenti, su letture sociologiche che sembrano precedere e talvolta oscurare la chiarezza teologica. Il rischio non è il dialogo: è lo slittamento. Non è la pastorale: è l’ambiguità.

    Il sensus fidei del popolo di Dio — richiamato anch’esso dal Vaticano II — non è un sondaggio d’opinione, ma quella consonanza profonda dei fedeli con la verità ricevuta dagli Apostoli. Quando una parte del popolo cristiano avverte una discontinuità tra ciò che ha ricevuto e ciò che ascolta, non sempre si tratta di ribellione. Talvolta è istinto di fede.

    E allora il paradosso si rovescia.

    Non siamo più soltanto davanti ai cattolici non praticanti.
    Assistiamo, con crescente preoccupazione, a praticanti non cattolici: una classe dirigente ecclesiale che pratica il linguaggio dell’inclusione, della mediazione e del compromesso culturale, ma appare esitante nel proclamare con chiarezza l’identità dottrinale.

    Il Concilio chiedeva una Chiesa capace di parlare al mondo senza perdere se stessa. Se oggi si perde la percezione di ciò che si è, non è il mondo a vincere: è la Chiesa a indebolirsi.

    Il cerchio si spezza quando il centro si oscura.
    Ma Cristo — più grande di ogni stagione ecclesiale — resta a vegliare sulla sua Chiesa, anche quando i suoi pastori attraversano stagioni di confusione.
    Quando invece la voce di alcuni autorevoli cardinali appare più attenta allo spirito del tempo che alla continuità della dottrina, nasce una frattura silenziosa.

    Eppure la storia della Chiesa insegna che non è il consenso del momento a garantire la verità, ma la fedeltà.
    Cristo resta a vegliare sul suo Corpo, anche quando gli uomini che lo guidano attraversano stagioni di confusione.

    Dodici pini, undici in piedi e uno caduto: simbolo del tradimento di Giuda e della fragilità del cerchio. Così oggi appare la Chiesa agli occhi di molti fedeli: la fede non è persa, ma smarrita di fronte a parole ecclesiali che sembrano privilegiare il consenso culturale sul rigore dottrinale.

    Il Concilio Vaticano II non ha mai autorizzato un adattamento della dottrina alla moda del momento. Ha chiesto discernimento e dialogo, ma senza confondere apertura e compromesso. Quando alcuni autorevoli cardinali — compreso il presidente della CEI — enfatizzano la cultura contemporanea più che la continuità della Tradizione, nasce una frattura silenziosa.

    Il sensus fidei dei fedeli avverte questa dissonanza: non è ribellione, ma istinto di fede. Non più solo cattolici non praticanti, ma praticanti non cattolici, che parlano la lingua dell’appartenenza senza custodire il cuore della fede. Il cerchio si spezza quando il centro si oscura. Ma Cristo resta a vegliare, più grande di ogni stagione e di ogni confusione.

     

     

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  • Roma non può essere ostaggio delle piazze contrapposte

    Sabato 13 giugno 2026 a Roma ci sono stati quattro cortei, con la Capitale blindata e un dispositivo stimato tra oltre 1.500 e circa 2.000 agenti, oltre a droni ed elicotteri. 

    Roma non può essere ostaggio delle piazze contrapposte

    di Amedeo Massimo Minisini

    Quando la politica diventa corteo permanente, la città paga il prezzo dell’irresponsabilità.

    Roma, ancora una volta, è stata trasformata in un campo di prova delle contrapposizioni ideologiche. Sabato 13 giugno la Capitale ha vissuto una giornata blindata: strade chiuse, traffico deviato, quartieri sotto pressione, cittadini costretti a subire disagi, commercianti penalizzati, famiglie ostacolate nella loro normale vita quotidiana. Tutto questo mentre migliaia di uomini e donne delle Forze dell’ordine venivano impegnati per prevenire incidenti, separare cortei contrapposti, garantire che la libertà di manifestare non degenerasse in scontro.

    È giusto ricordarlo: manifestare è un diritto costituzionale. Nessuno può né deve metterlo in discussione. Ma accanto al diritto esiste un dovere, troppo spesso dimenticato: quello della responsabilità verso la comunità. Quando una manifestazione paralizza una città, quando richiede un imponente dispositivo di sicurezza, quando sottrae agenti al controllo del territorio, alla prevenzione dei reati, al contrasto dello spaccio, alla vigilanza nelle periferie, alla sicurezza quotidiana dei cittadini, allora la politica dovrebbe fermarsi e interrogarsi.

    A Roma abbiamo visto piazze diverse, ma accomunate da una stessa malattia: la ricerca dello scontro simbolico. Una piazza contro un fascismo storico che la democrazia repubblicana ha sconfitto da decenni, ma che alcune nostalgie irresponsabili si ostinano a richiamare con gesti, parole e provocazioni che non servono all’Italia. Un’altra piazza pronta a riesumare simboli e linguaggi che appartengono a una stagione chiusa dalla storia e dalla Costituzione. Un’altra ancora composta dal solito fronte dei “no”: no a tutto, no per principio, no come identità politica, no come mestiere, no come modo per bloccare il Paese e impedire qualsiasi discussione seria.

    In mezzo, come sempre, resta il cittadino normale. Quello che lavora, paga le tasse, prende un autobus, apre un negozio, accompagna un figlio, assiste un genitore anziano, chiede sicurezza nel quartiere, pretende che lo Stato sia presente non solo quando deve separare due cortei, ma ogni giorno, nelle strade, nelle scuole, nelle periferie, nei luoghi dove la droga cresce, dove la criminalità recluta, dove il disagio sociale diventa abbandono.

    Il punto non è impedire le manifestazioni. Il punto è chiedere alla politica di non trasformare ogni sabato in un rito di contrapposizione sterile. La democrazia non vive di urla, slogan e bandiere portate contro qualcuno. Vive di proposte, responsabilità, mediazione, costruzione del bene comune. La piazza può essere utile quando denuncia una vera ingiustizia, quando chiede soluzioni, quando richiama le istituzioni ai propri doveri. Diventa invece dannosa quando serve solo a occupare spazio, a misurare rapporti di forza, a produrre immagini per i social, a tenere in vita paure e rancori.

    Don Luigi Sturzo ci ha insegnato che la politica non è teatro, non è occupazione della scena, non è propaganda permanente. La politica è servizio. E il servizio richiede serietà, misura, competenza, rispetto delle istituzioni e dei cittadini. Chi invoca la libertà deve sapere che la libertà senza responsabilità diventa prepotenza. Chi invoca la democrazia deve ricordare che la democrazia non è solo diritto di parlare, ma anche dovere di non impedire agli altri di vivere.

    L’Italia ha bisogno di sicurezza, lavoro, scuola, sanità, famiglie sostenute, giovani educati alla responsabilità, periferie presidiate, droga combattuta prima che distrugga intere generazioni. Ha bisogno di prevenire, non soltanto di reprimere. E proprio per questo ogni agente impiegato a blindare una piazza è un agente sottratto, almeno per quelle ore, al controllo ordinario del territorio. È una risorsa pubblica assorbita da una politica che troppo spesso crea il problema e poi pretende che lo Stato lo gestisca.

    Roma non può diventare il palcoscenico permanente di chi vive di nostalgie, paure, ossessioni o opposizione pregiudiziale. Né può essere ostaggio di chi, non avendo un progetto reale per il Paese, cerca visibilità nello scontro. La Capitale d’Italia merita rispetto. I cittadini meritano rispetto. Le Forze dell’ordine meritano rispetto, non di essere usate come argine continuo all’irresponsabilità altrui.

    Serve una nuova stagione politica. Una politica che non insegua le piazze contrapposte, ma ricostruisca comunità. Una politica che non viva di “contro”, ma di “per”: per la sicurezza, per il lavoro, per la famiglia, per la giustizia sociale, per la legalità, per la dignità della persona. Questa è la vera risposta sturziana al disordine del nostro tempo.

    Non basta dire no. Non basta dire antifascismo. Non basta dire ordine. Non basta dire protesta. Bisogna dire che cosa si vuole costruire. E soprattutto bisogna dimostrare di volerlo costruire senza paralizzare una città, senza esasperare gli animi, senza trasformare ogni differenza in trincea.

    La politica torni nelle sedi della responsabilità. Le piazze tornino a essere luoghi di partecipazione civile, non di contrapposizione permanente. E lo Stato torni a poter destinare i suoi uomini e le sue donne alla loro funzione naturale: proteggere i cittadini, prevenire il degrado, difendere la legalità quotidiana.

    Perché una democrazia matura non si misura dal numero dei cortei che riesce a sopportare, ma dalla qualità della politica che riesce a generare. E oggi, purtroppo, quella qualità appare ancora troppo lontana.

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  • Il voto che boccia le sigle e chiede credibilità “La Dottrina Sociale della Chiesa non è un’esca elettorale: il non voto si recupera con i fatti”

    Il voto che boccia le sigle e chiede credibilità “La Dottrina Sociale della Chiesa non è un’esca elettorale: il non voto si recupera con i fatti”

    di Amedeo Massimo Minisini

    Finito anche questo appuntamento elettorale, resta sul tavolo un dato che nessuna coalizione dovrebbe ignorare: non basta più vincere un Comune, conquistare un ballottaggio o sventolare una percentuale per dire di avere recuperato il rapporto con il Paese reale.

    La politica continua a misurarsi tra destra e sinistra, tra alleanze, simboli, liste civiche e piccoli partiti nati spesso più per occupare uno spazio che per rappresentare davvero una comunità. Ma fuori dai palazzi, fuori dai comitati elettorali, fuori dalle conferenze stampa, cresce un popolo silenzioso: quello di chi non vota più.

    Non vota per protesta.
    Non vota per sfiducia.
    Non vota perché non crede più alle promesse.
    Non vota perché ha visto troppe parole e pochi fatti.

    Anche la destra, pur conservando una presenza forte, non può leggere il risultato come una marcia trionfale. Dove non sfonda, dove perde consenso, dove appare al di sotto delle aspettative, deve interrogarsi.

    Ma lo stesso devono fare il centrosinistra, il centro, le liste personali e quei piccoli partitini che pensavano di raccogliere voti semplicemente invocando parole nobili, valori cristiani o richiami alla Dottrina sociale della Chiesa.

    La Dottrina sociale della Chiesa non è un amo elettorale per far abboccare i cattolici delusi. Non è una bandierina da piantare su un manifesto. Non è un’etichetta da usare quando servono voti moderati, popolari o cattolici.

    È una cosa seria.

    È dignità della persona.
    È lavoro.
    È famiglia.
    È giustizia sociale.
    È sussidiarietà.
    È solidarietà.
    È bene comune.
    È responsabilità.

    Chi la invoca senza praticarla la tradisce due volte: davanti agli elettori e davanti alla coscienza cristiana

    La sonora bocciatura ricevuta da molte piccole sigle nate all’ultimo momento, spesso senza radicamento, senza classe dirigente, senza proposta amministrativa, dimostra che i cattolici non sono più disponibili a essere usati. Non basta dire “ci richiamiamo alla Dottrina sociale” per ottenere fiducia. Non basta citare Don Sturzo per essere sturziani. Non basta parlare di popolo se poi il popolo viene cercato soltanto alla vigilia del voto.

    Serve un passo indietro.

    Un passo indietro dalle ambizioni personali.
    Un passo indietro dalle sigle inutili.
    Un passo indietro dai piccoli narcisismi politici.
    Un passo indietro da chi usa la fede, i valori e la Chiesa come strumenti di consenso.

    E poi serve un passo avanti: verso una politica dei fatti.

    Qui può e deve collocarsi la proposta dell’Idea Popolare.

    Il giornale fondato da Luigi Sturzo non può limitarsi a commentare. Deve diventare luogo di ricostruzione. Non un partito mascherato, non una corrente, non un comitato elettorale, ma una casa libera, laica, di ispirazione cristiana, capace di rimettere al centro la persona e la comunità.

    L’Idea Popolare può proporre un percorso semplice e serio: ascolto dei territori, formazione politica, amministratori preparati, controllo dei programmi, verifica degli impegni, rispetto della Dottrina sociale della Chiesa non come slogan ma come metodo.

    Bisogna recuperare il non voto non con le promesse, ma con iniziative credibili.

    Aprire forum cittadini.
    Ascoltare famiglie, giovani, anziani, imprese, lavoratori.
    Costruire proposte su scuola, sanità, sicurezza, casa, lavoro, ambiente, servizi sociali.
    Chiedere agli eletti di rendere conto ogni sei mesi.
    Preparare una nuova classe dirigente.
    Restituire alla politica la parola “servizio”.

    Questa è la sfida.

    Non inseguire il potere, ma ricostruire fiducia.
    Non cercare poltrone, ma formare coscienze.
    Non dividere i cattolici tra destra e sinistra, ma richiamarli alla responsabilità del bene comune.

    Don Sturzo non fondò una politica della nostalgia. Fondò una politica della responsabilità. E oggi quella lezione torna attuale più che mai.

    La politica italiana non ha bisogno dell’ennesimo partitino. Ha bisogno di una coscienza popolare nuova. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano dire no alla propaganda e sì alla competenza, no alla strumentalizzazione religiosa e sì alla Dottrina sociale vissuta, no alla promessa facile e sì al dovere quotidiano.

    Il non voto non si recupera con un manifesto.
    Si recupera con l’esempio.

    E se l’Idea Popolare saprà essere fedele alla sua storia, libera dalle appartenenze di parte, guidata dal pensiero di Sturzo e dalla Dottrina sociale della Chiesa, potrà diventare uno dei pochi strumenti seri per riportare alla politica chi oggi se ne è andato in silenzio.

    Perché il vero sconfitto non è soltanto questo o quel partito.

    Il vero sconfitto è il cittadino che non crede più.

    Ed è da lui che bisogna ripartire.

     

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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  • Il Dentista nella scuola dell’obbligo. Proposte di ecologia integrale

    Il Dentista nella scuola dell’obbligo. Proposte di ecologia integrale

    di Pasquale Tucciariello

    Nella complessa trama della pedagogia contemporanea, il corpo dell’educando rischia spesso di essere ridotto a mero simulacro o, al contrario, a macchina da efficientare. San Tommaso d’Aquino interviene sull’unità indissolubile di anima e corpo (anima forma corporis). Curare l’uno significa custodire l’altra. Perché il bene va custodito, occorre prendersene cura. È in tale cornice filosofica che si inserisce l’idea di introdurre stabilmente il dentista nella scuola dell’obbligo, attraverso sinergie strutturate e finanziate tra il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione.

       Garantire due visite di controllo all’anno a tutti gli studenti è misura di profilassi medica, rappresenta fattore di alto valore pedagogico e sociale. La scuola, istituzione che storicamente nella tradizione cattolica – da don Bosco ai grandi teorici della cura – ha il compito di formare la persona nella sua interezza, diventerebbe così il luogo in cui la salute cessa di essere un privilegio privatizzato per tornare ad essere un bene comune.

       Sono iniziative che incarnano principi di sussidiarietà e di solidarietà, pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa. Spesso le famiglie meno abbienti trascurano la salute orale dei figli per ragioni economiche, generando disuguaglianze invisibili ma dannose. Portare la prevenzione direttamente tra i banchi significa rafforzare equità, educare alla responsabilità, abbandonare la cultura dello scarto.

       Insegnare ai bambini il valore del proprio sorriso significa educarli alla bellezza e al rispetto di sé, inteso come tempio da custodire. Unire le forze dei due Ministeri per finanziare simili progetti, più che costo significano investimenti di natura educativa.

     

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    La forza della competenza
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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Contatti

  • IL MERCATO DEI PARTITINI E IL SILENZIO DEGLI ITALIANI

    IL MERCATO DEI PARTITINI E IL SILENZIO DEGLI ITALIANI

    di Amedeo Massimo Minisini

    Puntuali come le stagioni elettorali, tornano i “nuovi” partitini.
    Nascono ovunque, proliferano nel disordine generale, si presentano come salvatori della patria, promettono rivoluzioni morali, recupero dei valori, centralità della persona, attenzione ai territori, difesa della famiglia, della libertà, del lavoro. Cambiano i simboli, cambiano i nomi, ma il meccanismo resta sempre lo stesso. Non nascono per costruire una visione del Paese. Nascono per occupare uno spazio nel mercato elettorale.

    Dietro molti di questi soggetti non vi è una comunità politica, né una elaborazione culturale seria, né un progetto credibile. Vi è spesso soltanto un calcolo: raccogliere qualche punto percentuale, intercettare il malcontento, trattare candidature, pesarsi ai tavoli delle coalizioni e infine confluire, disciplinatamente, dentro gli schieramenti già esistenti.

    È una politica ridotta a commercio. A sopravvivenza personale. A trasformismo permanente. Ed è persino grottesco assistere, a ogni tornata elettorale, alla riesumazione del cosiddetto “Centro”. Da quando la Democrazia Cristiana ha cessato di esistere, decine di piccoli gruppi tentano di ereditarne il consenso senza possederne né la cultura né la statura politica. Ci si richiama alla Dottrina Sociale della Chiesa senza conoscerla davvero.
    La si usa come etichetta moderata, come richiamo nostalgico, come strumento per attirare un elettorato cattolico ormai spaesato e privo di riferimenti autentici. Ma la Dottrina Sociale non è uno slogan elettorale.
    Non è una formula da inserire nei manifesti o nei convegni pre-elettorali. È una visione alta della persona, della giustizia sociale, della responsabilità politica, del bene comune. Richiede coerenza, studio, sacrificio, credibilità.

    E invece assistiamo all’ennesima recita: piccoli leader che fino al giorno prima si dichiarano alternativi a tutti e che, alla vigilia del voto, corrono ad apparentarsi con il “campo largo” a sinistra oppure con il “panettone” a destra, purché vi sia un posto garantito, una candidatura sicura, una possibilità di sopravvivenza. Il cittadino osserva. E si allontana.

    La verità che nessuno vuole affrontare è una sola: il più grande soggetto politico italiano oggi è il non voto. Milioni di italiani non partecipano più. Non perché disinteressati. Non perché incapaci di comprendere la politica. Ma perché disgustati da un sistema che appare sempre più autoreferenziale, cinico, distante dalla vita reale. Sono lavoratori impoveriti, famiglie schiacciate dall’incertezza, giovani senza prospettive, pensionati dimenticati, professionisti traditi da uno Stato inefficiente. Persone che non cercano miracoli, ma almeno serietà. Almeno coerenza. Almeno il rispetto dell’intelligenza collettiva. Eppure, quasi nessuno parla davvero a loro. Tutti cercano voti nei piccoli recinti organizzati. Nessuno vuole affrontare il deserto morale e sociale che cresce fuori dai palazzi. Nessuno ascolta quel silenzio composto, amaro, dignitoso di quanti hanno smesso di credere alle promesse seriali della politica-spettacolo. Ed è proprio lì che si sta consumando la crisi più grave della democrazia italiana. Non nella sconfitta di questo o quel partito. Ma nella frattura tra popolo e rappresentanza. Continuare a ignorarlo significa preparare un Paese sempre più fragile, rabbioso, manipolabile. Perché quando i cittadini smettono di credere nelle istituzioni democratiche, prima o poi prevalgono il rancore, l’astensione cronica o l’uomo della provvidenza.

    L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo simbolo improvvisato. Non ha bisogno di cartelli elettorali costruiti un mese prima del voto. Non ha bisogno di professionisti del galleggiamento politico. Ha bisogno di credibilità. Di cultura politica. Di persone capaci di servire e non di servirsi. E soprattutto ha bisogno di qualcuno che torni a parlare non agli apparati, ma agli italiani silenziosi, onesti, delusi. A quel popolo invisibile che non occupa i talk show, non frequenta le segreterie di partito e non vive di slogan.

    Il giorno in cui quel silenzio troverà finalmente una voce autentica, molti dei piccoli mercanti della politica scompariranno nello stesso modo in cui sono nati: rapidamente, rumorosamente e senza lasciare nulla dietro di sé.

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