Categoria: NEWS

  • Dagli appunti di Don Luigi Sturzo decalogo pubblicato nel novembre 1948

    Dagli appunti di Don Luigi Sturzo decalogo pubblicato nel novembre 1948

    1. È prima regola dell’attività politica essere sincero e onesto. Prometti poco e realizza quel che hai promesso.

    2. Se ami troppo il denaro, non fare attività politica.

    3. Rifiuta ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico.

    4. Non ti circondare di adulatori. L’adulazione fa male all’anima, eccita la vanità e altera la visione della realtà.

    5. Non pensare di essere l’uomo indispensabile, perché da quel momento farai molti errori.

    6. È più facile dal No arrivare al Si che dal Sì retrocedere al No. Spesso il No è più utile del Sì.
    7. La pazienza dell’uomo politico deve imitare la pazienza che Dio ha con gli uomini. Non disperare mai.

    8. Dei tuoi collaboratori al governo fai, se possibile, degli amici, mai dei favoriti.

    9. Non disdegnare il parere delle donne che si interessano alla politica. Esse vedono le cose da punti di vista concreti, che possono sfuggire agli uomini.

    10. Fare ogni sera l’esame di coscienza è buona abitudine anche per l’uomo politico. Don Luigi Sturzo

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

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  • LA PROFEZIA DI DON STURZO SUL “PARTITO-STATO”

    LA PROFEZIA DI DON STURZO SUL “PARTITO-STATO”

    (Una delle analisi più lucide del Novecento) Don Luigi Sturzo, già negli anni ’20, ma soprattutto tra il 1946 e il 1958, lanciò un avvertimento che oggi sembra scritto ieri. Il cuore della profezia Sturzo temeva che, dopo la caduta del fascismo, l’Italia potesse ricadere in una nuova forma di dominio politico. E aggiungeva: (quando un partito si confonde con lo Stato la libertà muore ) E aggiunge : “ Il partito deve essere strumento , non potere autonomo ) Il suo bersaglio non era solo il fascismo, ma qualsiasi partito (di destra, sinistra o cattolico) che intendesse occupare lo Stato. I PUNTI CHIAVE DELLA SUA PROFEZIA 1) La partitocrazia Sturzo coniò il termine che diventerà celebre 20 anni dopo: “ la partitocrazia è una malattia: i partiti vivono di se stessi e non della nazione ) Prevedeva:lottizzazioni • carriere politiche basate su fedeltà interne • burocrazie dipendenti dai partiti • nomine pubbliche controllate dai vertici politici Esattamente ciò che accadrà in Italia dal dopoguerra fino agli anni ’90. 2) L’occupazione dello Stato Ripeteva spesso: ( lo Stato non è bottino dei partiti ) Ma temeva che anche la DC, se non vigilata, potesse cadere nello stesso rischio: confondere Chiesa, governo e partito. Infatti criticò: • l’influenza dei “notabili” • i gruppi di potere regionali • le correnti interne che si spartivano gli incarichi Era una critica profonda, non ideologica. 3) Il rischio di sostituire una dittatura con una nuova forma di dominio Sturzo capiva che il fascismo era caduto, ma non la mentalità italiana: (il pericolo non è il dittatore ma l’abitudine al potere senza responsabilità) Temeva che: • lo Stato assistenziale diventasse strumento per generare voti • il Parlamento fosse controllato dalle segreterie dei partiti • i cittadini diventassero sudditi di interessi politici Incredibile attualità. 4) La cura: sussidiarietà e libertà Sturzo proponeva un sistema basato su: • comuni forti • meno centralismo • libertà sociale • separazione netta tra Stato e partiti Idea rivoluzionaria per l’Italia del dopoguerra. DON STURZO E LA DEMOCRAZIA CRISTIANA: IL RAPPORTO VERO (E NON MITIZZATO) Il rapporto tra Sturzo e la DC non fu lineare. Ecco la verità storica in tre fasi. Le radici comuni ma percorsi diversi 1) La DC nasce dal PPI di Sturzo La Democrazia Cristiana (De Gasperi) nasce nel 1943 sulle ceneri del Partito Popolare fondato da Sturzo. Molti dirigenti DC erano stati popolari. Ma la DC non è la copia del PPI: • meno popolare • più centrata sul governo • più moderata • più “di apparato” Sturzo rimase rispettato, ma non fu padre fondatore della DC: fu “il padre lontano” della cultura cristiana democratica, non del partito in sé. Il ritorno del 1946 e la tensione con De Gasperi Quando Sturzo rientra dall’esilio, De Gasperi lo accoglie con rispetto, ma… con cautela. Perché? 1) Sturzo era troppo indipendente Non voleva entrare nelle correnti. Non accettava compromessi. Non amava il “realismo di governo”. 2) Criticava alcune strategie della DC Soprattutto: • la troppa dipendenza dal Vaticano • le alleanze troppo elastiche • l’influenza dei gruppi di potere • l’occupazione dello Stato Per questo non entrò mai nella direzione DC né in ruoli di comando. La fase finale: il maestro ascoltato ma “scomodo” Tra il 1950 e il 1959, Sturzo era ormai anziano ma ancora lucidissimo. 1) La DC lo ascoltava… ma a distanza I dirigenti andavano da lui per consigli morali: • Fanfani • Moro • Andreotti (giovanissimo) Ma nessuno voleva davvero applicare la “linea Sturzo”: • meno Stato • meno partito • più libertà sociale • niente lottizzazione Era troppo rivoluzionaria. 2) Sturzo resta un “fuori classe” Profetico: “Temo che un giorno la DC diventi ciò che ho combattuto: un partito stato.” 3) La DC ai funerali Quando muore nel 1959: • De Gasperi era già morto • Moro e Fanfani riconoscono la sua grandezza • la DC lo celebra come padre spirituale • ma solo dopo la sua morte riconosce quanto avesse ragione. La profezia contro la partitocrazia (temeva ciò che poi realmente accadde) Il rapporto, vero e complesso, con la Democrazia Cristiana (rispetto profondo, ma distanza politica) Sturzo rimane: la coscienza critica della democrazia italiana, non un uomo di partito 1. Sintesi schematica in 20 punti su Don Luigi Sturzo 1. Nato a Caltagirone, 1871. 2. Ordinato sacerdote nel 1894. 3. Laurea in filosofia e teologia. 4. Primo sindaco cattolico di Caltagirone (1909–1912). 5. Oppositore del centralismo e del clientelismo. 6. Difensore dei diritti sociali e dei lavoratori. 7. Studioso della Dottrina Sociale della Chiesa. 8. Fondatore del Partito Popolare Italiano (1919). 9. Redattore dell’Appello “A tutti gli uomini liberi e forti” (1919). 10. Promotore del principio di sussidiarietà. 11. Critico del fascismo fin dagli inizi. 12. Costretto all’esilio (1924) su pressione di Vaticano e fascismo. 13. Prima Londra, poi New York (1924–1946). 14. Scrittore prolifico: politica, economia, sociale. 15. Avvertiva del pericolo del “partito-Stato”. 16. Amico e consigliere morale di De Gasperi. 17. Critico della partitocrazia e della lottizzazione politica. 18. Rientra in Italia nel 1946 con l’appoggio morale di Pio XII. 19. Maestro del cattolicesimo democratico italiano, ispiratore della DC. 20. Muore nel 1959, riconosciuto come padre morale della democrazia cristiana. 2. Biografia completa in 10 capoversi 1. Infanzia e formazione (1871–1894) Nato a Caltagirone, Sicilia, cresce in famiglia cattolica, studia teologia e filosofia. Ordinato sacerdote nel 1894. 2. Primi incarichi ecclesiali e politici (1894–1909) Inizia attività pastorale e sociale. Si interessa di problemi economici e politici locali. Scrive articoli su educazione e società. 3. Sindaco di Caltagirone (1909–1912) Vince le elezioni comunali: riforma amministrativa e sociale, tutela dei poveri, innovazioni civiche. Dimostra capacità politica concreta. 4. Fondazione del PPI e Appello (1919) Redige l’Appello “A tutti gli uomini liberi e forti” e fonda il Partito Popolare Italiano: popolare, democratico, non clericale, aperto a tutti. 5. Scontri con il fascismo e il Vaticano (1922–1924) Critico del fascismo nascente; la Santa Sede teme conflitti diplomatici. Gasparri e Pio XI “consigliano” l’esilio per sicurezza del partito e della Chiesa. 6. Esilio a Londra (1924–1940) Vive in povertà, scrive opere politiche, denuncia il fascismo, analizza la crisi dello Stato e la partitocrazia futura. 7. Esilio a New York (1940–1946) Continua a scrivere e tenere conferenze; collabora con giornali e università; diventa punto di riferimento per la comunità italiana anti-fascista. 8. Rientro in Italia e accoglienza di Pio XII (1946) Riconosciuto come maestro morale, viene accolto con rispetto; offre consigli a De Gasperi e ai dirigenti DC senza assumere incarichi politici. 9. Attività post-bellica e profezia sul partito-Stato (1946–1958) Avverte sui pericoli della partitocrazia, della lottizzazione e della confusione tra partiti e Stato. La sua voce rimane critica e indipendente. 10. Morte e eredità (1959) Muore a Roma, celebrato come padre morale della democrazia cristiana. Le sue idee sulla libertà, sussidiarietà e giustizia sociale influenzano profondamente la DC e la Costituzione 30 frasi più importanti di Sturzo sulla politica, libertà e democrazia, tutte commentate. Ecco una raccolta di 30 frasi importanti di don Luigi Sturzo, tutte commentate per comprenderne il significato politico, sociale e morale 30 FRASI DI DON LUIGI STURZO CON COMMENTO 1. “A tutti gli uomini liberi e forti” Commento: Incipit dell’Appello del 1919; si rivolge a tutti i cittadini responsabili, non solo ai cattolici. 2 . “Il partito deve essere strumento, non potere autonomo” Commento: Principio contro il partito-Stato; la politica è servizio, non dominio. 3. “Quando un partito si confonde con lo Stato, la libertà muore” Commento: Previsione della partitocrazia italiana postbellica. 4. “La sussidiarietà è la vera legge della vita politica” Commento: Lo Stato interviene solo quando i corpi intermedi non possono agire. 5. “La famiglia è il fondamento naturale della società” Commento: Priorità della tutela della famiglia nella politica sociale. 6. “Lo Stato non deve sostituire la libertà dei cittadini” Commento: Antistatalista, ma non anarchico: responsabilità individuale. 7. “La giustizia sociale non è carità, ma diritto” Commento: Il sociale deve essere garantito per legge, non affidato alla benevolenza. 8. “Il lavoro dignitoso è la prima ricchezza della nazione” Commento: Diritti dei lavoratori al centro della democrazia. 9. “Il popolo deve governare dal basso” Commento: Centralità delle autonomie locali e del decentramento. 10. “La politica è un dovere morale, non privilegio” Commento: La responsabilità civica supera l’ambizione personale. 11. “La libertà religiosa è inviolabile” Commento: Fondamento della convivenza democratica. 12. “La scuola libera è il pilastro della nazione” Commento: Sostegno alla libertà educativa e al pluralismo scolastico. 13. “Il popolo non deve essere strumentalizzato” Commento: Denuncia della manipolazione politica e propagandistica. 14. “La democrazia non si improvvisa; si educa” Commento: Importanza della cultura e della formazione civica. 15. “Chi detiene il potere senza limiti, domina, non governa” Commento: Critica alle dittature e ai sistemi centralizzati. 16. “La politica senza morale è tirannia” Commento: Fondamento etico della partecipazione politica. 17. “La libertà sociale deve precedere l’uguaglianza economica” Commento: L’ordine della libertà prima del welfare centralizzato. 18. “Il cittadino responsabile è la vera forza dello Stato” Commento: Sottolinea la responsabilità individuale e comunitaria. 19. “Ogni diritto deve essere accompagnato dal dovere” Commento: La libertà richiede impegno e rispetto delle regole comuni. 21. “L’Italia ha bisogno di una classe dirigente libera e preparata” Commento: Invito a formazione e autonomia dei politici. 22. “Il popolo deve decidere, non subire” Commento: Sovranità popolare come principio cardine. 22. “Il bene comune è più importante del vantaggio di pochi” Commento: Politica altruistica e orientata alla società. 23. “L’autorità senza consenso è violenza” Commento: Stato e potere legittimi solo se riconosciuti dalla cittadinanza. 24. “Ogni cittadino ha diritto di partecipare alla vita politica” Commento: Diritti civili e partecipazione universale. 25. “I monopoli privati e statali sono nemici della libertà” Commento: Equilibrio tra mercato e intervento statale. 26. “La pace è la condizione di ogni progresso” Commento: Politica interna ed estera devono basarsi sulla cooperazione e non sulla guerra. 27. “Chi teme la libertà teme la responsabilità” Commento: La democrazia richiede coraggio e senso civico. 28. “La Chiesa deve ispirare, non comandare” Commento: Separazione tra guida morale e controllo politico. 29. “La politica deve essere laica nella pratica, cristiana nella coscienza” Commento: Indirizzo etico senza imposizione confessionale. 30. “Il futuro della nazione dipende dall’uomo libero” Commento: Sintesi della sua filosofia: libertà + responsabilità = progresso.

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    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

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  • Riceviamo e pubblichiamo. “I soliti democristiani”

    Riceviamo e pubblichiamo. “I soliti democristiani”

    I SOLITI DEMOCRISTIANI

    Riceviamo dal segretario del neo partito : Iniziativa popolare Mattia Orioli, una precisazione a seguito del nostro articolo della precedente edizione : “Una diaspora DC che non finirà – I soliti democristiani : fallisce sul nascere *iniziativa popolare*”.

    Iniziativa Popolare Iniziativa Popolare prosegue il suo cammino con determinazione e chiarisce alcuni aspetti.

    Il nostro movimento prosegue con l’impegno e la volontà di contribuire alla riunificazione dei Popolari Democratici Cristiani.

    A tal proposito abbiamo fatto un documento d’intesa programmatica con la DC Cuffaro – Grassi il quale documento mette al centro l’impegno proteso alla ricerca dell’unità dei Popolari Democratici Cristiani.

    Pertanto l’accordo è una prima tappa che auspichiamo e sulla quale stiamo già lavorando in contemporanea con altre sigle politiche.

    Sigle di nostra stessa e comune ispirazione con cui siamo già in contatto e con le quali auspichiamo la stessa collaborazione proposta con la DC Cuffaro – Grassi che sin da subito si è dimostrata sensibile alla volontà di lavorare verso una riunificazione della nostra comune area politica.

    Pertanto non si tratta di entrare ma di collaborare programmaticamente. Abbiamo redatto collegialmente a tal proposito un documento d’intesa programmatica che intendiamo rispettare; allo stesso tempo ovviamente se all’interno del movimento vi fosse qualche componente che successivamente cambiando idea ha ritenuto di non adempiere a tale intesa ne prenderemo atto e ne chiederemo chiarimenti.

    Ma allo stato attuale il movimento iniziativa popolare ribadisce l’intesa programmatica con la DC Cuffaro – Grassi e sottolinea e ribadisce che si sta lavorando ad altre intese programmatiche con altre formazioni politiche di stessa matrice, proprio a conferma della volontà e del tentativo di dare un contributo concreto verso la difficile, questo sì, ma non impossibile, speranza di riunificazione della nostra area politica.

    Mattia Orioli


    Abbiamo riferito quanto nella realtà dei fatti. Iniziativa popolare nasce a Roma nella sala della parrocchia di San Lorenzo in Lucina e nel cammino si conferma sempre a Roma al Seraphicum. Nel percorso però perde già un pezzo quello della componente di Fiori con Rinascita Popolare.

    Non passano molti mesi e si stacca dalla coalizione, Domenico Scilipoti Isgrò, ex senatore ex Forza Italia che si stacca e aderisce al partito di Cuffaro, prendendone la tessera.
    Anticipa e spiana la strada per un accordo che come dice il segretario di Iniziativa Popolare Orioli, ci si avvicina a Cuffaro ma solo con un documento programmatico.

    Non passano molti giorni ed anche il gruppo che fa riferimento al candidato regionale della Basilicata Pasquale Tucciariello, ne prende le distanze.
    Insomma da quanto se ne sa, Iniziativa Popolare rimane sola con Tassone e il suo segretario e da Venezia Ettore Bernabei che comunque sottolinea e chiarisce che non aderisce a nessun partito di Cuffaro ma è solo disponibile per un accordo di programma finalizzato alla riunificazione dell’area politica cattolico-popolare.

    L’idea Popolare

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Contatti

  • Perché al centro con il PPE

    Perché al centro con il PPE

    Di Ettore Bonalberti

    Dal tempo dell’Opera dei Congressi (1874-1904) alla nascita del PPI (18 Gennaio 1919) i cattolici decisero di scendere in campo nella politica italiana, con l’obiettivo di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Dalla “Rerum Novarum “di Papa Leone XIII alle encicliche giovannee: “ Mater et Magistra” e “ Pacem in terris” sino a quella paolina: “ Populorum progressio”, furono sempre i principi ispiratori della DSC a guidare la loro azione politica, dai Popolari di Sturzo alla DC di De Gasperi, Fanfani, Moro e degli ultimi democristiani della nostra quarta generazione.

    Nella lunga stagione della diaspora ( 1993-2023), dopo la fine del partito, la DC, che aveva per oltre quarant’anni raccolto in larghissima parte il voto cattolico, si è accentuata sempre più fortemente la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale, e si sono approfondite le fratture tra le tre componenti storiche da sempre presenti tra i cattolici italiani. Se “i cattolici democratici” hanno in larga parte concorso alla nascita del PD, dopo l’esperienza della “Margherita”, “i cattolici liberali” hanno finito col sostenere il partito di Berlusconi prima, e, nel 2022, almeno in parte, lo stesso partito di estrema destra di Giorgia Meloni. Molti di noi, che siamo legati alla tradizione dei “cristiano sociali”, da Miglioli, Grandi, Gronchi, Pastore, Donat Cattin, Labor, Vittorino Colombo, Bodrato, Marini, Sandro Fontana, abbiamo scelto il ruolo di “ DC non pentiti”, ponendoci l’obiettivo assai arduo della ricomposizione politica dell’area cattolica, considerato che la suicida separazione del trentennio della diaspora, ha prodotto una sostanziale irrilevanza delle nostre voci.

    Credo che adesso, com’è stato per tutto il tempo dell’esperienza politica dei cattolici italiani, anche alla luce dei recenti insegnamenti e sollecitazioni provenienti dagli ultimi pontefici, nostro obiettivo politico strategico debba rimanere quello dell’impegno a tradurre nelle istituzioni i principi della dottrina sociale cristiana, accanto al dovere di difendere e attuare integralmente i dettami della Carta costituzionale. Le encicliche sociali di papa Francesco ( “Laudato SI”, “Fratelli tutti”, insieme all’ultima esortazione apostolica “ Laudate Deum”) sono le stelle polari che indicano le priorità per noi cattolici nel tempo che ci è dato di vivere. Credo che sarebbe, dunque, necessario assumere decisioni sul piano politico organizzativo coerenti con tali insegnamenti.

    Sappiamo che la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per facilitare il progetto della nostra ricomposizione politica, sta nel superamento delle leggi maggioritarie che, dal referendum Segni in poi, hanno ridotto il sistema politico italiano a un bipartitismo forzato, che non esprime la realtà del Paese, stante una renitenza al voto sempre più elevata.

    Ci eravamo illusi che col voto europeo, che si svolgerà con legge elettorale proporzionale, prevalesse il buon senso, favorendo l’avvicinamento delle diverse frazioni in cui tuttora si scompone la complessa e articolata realtà culturale e politica dell’area cattolica. Invece, ancora una volta, sembrano prevalere nostalgie di vecchie formule già sperimentate all’interno del partito della sinistra, il PD, presentate come una seconda fase della vecchia Margherita, probabilmente con il compito di ricontrattare dall’esterno, in condizioni diverse, ciò che non si era potuto raggiungere prima, nella condizione subalterna vissuta in quel partito.

    A me sembra un calcolo sbagliato, specie se per svolgerlo, si propone l’adesione al partito di Macron, “en marche”, nella sua versione di “Renew for Europe”. Che un movimento/partito, come “Tempi Nuovi”, di Popolari già facenti parte del PD, si propongano di partecipare alle prossime elezioni europee insieme a Calenda e/o Renzi, credo sia una strana capriola dalla Margherita in versione aperta alla sinistra, con Rutelli verso Veltroni, a una Margherita aperta a destra, verso i rappresentanti più autorevoli, come Macron, dei poteri finanziari dominanti.


    Come si possano conciliare i principi e i valori della dottrina sociale cristiana con un partito che propone l’inserimento costituzionale del diritto all’aborto, credo sia molto difficile da spiegare all’elettorato di area cattolica. D’altronde l’area liberal democratica che già si trova inserita in quel polo, tra l’originale primigenio ( Renzi-Calenda) e il surrogato di risulta, temo che finirà per scegliere il primo.


    Come ho scritto più volte, ritengo che l’unità della lista per le europee della nostra area culturale si possa raggiungere, dopo un’attenta lettura dei programmi che per l’Europa propongono i due schieramenti del centro: quello del Partito Democratico, Renew per l’Europe, e quello della CDU, partito principale del PPE. Quest’ultimo è ispirato dai principi del solidarismo cristiano e della sussidiarietà, coerenti con quelli della dottrina sociale cristiana, cattolica e protestante, che confermano il permanere dei legami profondi con i principi dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
    Un’alleanza, dunque, con i partiti che fanno riferimento al PPE, considerato che la CDU ha chiuso nettamente alla destra estremista e intende continuare la politica avviata dalla Merkel e da Ursula Von der Leyen a BXL.
    Un amico autorevole mi invita a chiarire come superare l’ostacolo di Forza Italia, il partito italiano più importante, almeno sin qui, inserito nel PPE. Fu grazie al convincimento svolto su Berlusconi dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che il partito del Cavaliere scelse l’adesione al PPE e, oggi, può utilizzare il suo diritto di veto. Una lista che in Italia raccogliesse l’unità di tutte o della maggior parte delle componenti di area DC e Popolare, ritengo, tuttavia, che non avrebbe difficoltà a farsi riconoscere quale componente attiva del PPE, del partito, cioè, di cui la DC storicamente è stata cofondatrice. Tanto più se permanesse in Italia l’alleanza di Forza Italia con due partiti, Fratelli d’Italia e la Lega, distinti e distanti nettamente dagli obiettivi politici del PPE.
    Penso, infine, che, presentandoci uniti alle europee con candidati nei collegi credibili, il nostro elettorato saprebbe ritrovare le ragioni di una partecipazione ampia al voto, e il risultato sarebbe la premessa della nascita di quel centro politico nuovo, ampio e plurale, basato sull’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con le altre culture ispirate dall’umanesimo laico liberale e riformista socialista. Servirà tanto impegno e molta generosità, a partire dalle periferie, nelle quali chiamare a raccolta tutti i movimenti, associazioni e gruppi che si richiamano alla nostra migliore tradizione culturale e politica.

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
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    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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  • Il nostro Capo Redattore, Pasquale Tucciariello, con una lettera motiva la sua scelta di accettare l’invito a scendere in campo nella prossima competizione elettorale regionale.

    Il nostro Capo Redattore, Pasquale Tucciariello, con una lettera motiva la sua scelta di accettare l’invito a scendere in campo nella prossima competizione elettorale regionale.

    E’ un momento politico molto delicato e vedere uomini come Pasquale Tucciariello, come si dice metterci la faccia, ci rende orgogliosi perché provenienti dalla nostra redazione che più volte ha sottolineato la necessità di una politica nuova. Facciamo gli auguri del giornale all’amico Pasquale Tucciariello.

    Caro direttore, ufficializzando la mia candidatura alle elezioni regionali in Basilicata mi vedo nelle condizioni – così stabilite da entrambi quando ho avviato la collaborazione nel giornale come capo redattore – di dover interrompere il mio impegno diretto ne L’Idea Popolare.

    Un po’ mi dispiace, perché avevamo cominciato bene e steso un progetto editoriale di lungo respiro a vantaggio della ricomposizione della nostra area politica di riferimento.

    Ma le collaborazioni importanti non ti mancano e io personalmente mi sottopongo volontariamente al sacrificio di questa candidatura che impegnerà le mie risorse fisiche intellettuali economiche, ma tanto vien fatto per la Mission che ci accomuna.

    A te rinnovo la mia stima e gli auguri per la nostra gloriosa testata che continuerò a seguire e a sostenere.

    Un abbraccio in Cristo. Pasquale Tucciariello

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    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
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    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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