Autore: lideapopolare

  • Referendum sulla riforma della giustizia Le mie ragioni per il Sì

    Referendum sulla riforma della giustizia Le mie ragioni per il Sì

    di Pasquale Tucciariello

    Circa vent’anni fa, l’ex ministro Carlo Giovanardi, nel suo libro Storie di straordinaria ingiustizia: arrestati, infangati e prosciolti (ed. Oscar Mondadori), dopo aver elencato gli 81 deputati democristiani sottoposti a indagini giudiziarie tra il 1992 e il 1994, scriveva: «Con monotona costanza, non avendo mai ricevuto alcuna risposta alla mia curiosità, continuo a domandare ai vari Borrelli, D’Ambrosio, Di Pietro ecc., se ritengano normale, in un Paese civile, non un isolato errore giudiziario, ma una percentuale di clamorosi buchi nell’acqua che sfiora il 90% dei casi». Un sistema giudiziario che, nel suo insieme, sbaglia valutazione e giudizio nel 51% dei casi richiederebbe comunque una profonda revisione. Ma se il margine d’errore tocca il 90%, quel sistema va capovolto e smantellato, senza “se” e senza “ma”. A parlare sono i numeri, non le opinioni; parlano le ferite e le sofferenze che tale sistema ha inflitto a migliaia di famiglie italiane. Basterebbero queste brevi note per decidere sui cambiamenti da introdurre. Un popolo che sceglie di ragionare si comporterebbe di conseguenza. Un popolo democratico, reso infelice da scelte e giudizi errati nella quasi totalità dei casi, possiede uno strumento sovrano: il voto. Votare Sì alla riforma del sistema giudiziario italiano è un imperativo etico. È essenziale perché l’essenza di un popolo libero risiede nella sua felicità. Eppure, sembra che il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) voglia mantenere intatto lo status quo, sollecitando il “No” al cambiamento. In altre parole, il CSM parrebbe voler preservare ciò che genera infelicità. Questa opposizione corporativa è di per sé una conferma della necessità del voto referendario: Sì, per cambiare. Di seguito entro nel merito della riforma. È un approfondimento doveroso, sebbene la misura sia già colma. Votare Sì o No non è una mera scelta tecnica riservata ai giuristi, ma un atto di civiltà giuridica e di coerenza istituzionale. La mia età mi ha permesso di non vivere direttamente le dittature, ma le ho conosciute studiandole e insegnandole nei licei; da quella prospettiva ho maturato una consapevolezza profonda, nutrita poi dall’esperienza di vita in una democrazia civile. Qual è il nucleo della mia argomentazione? La critica alla “Corporazione della Giustizia”, la necessità della Giustizia come organo “terzo” e l’efficienza come precondizione per sviluppare quella “civiltà dell’amore” che risiede nel concetto stesso di Giustizia (un debito intellettuale che dobbiamo a Platone). Il saggio Hegel ci insegna che in presenza di una colpa si rende necessaria una pena, che il sistema democratico individua attraverso il processo. Ma come si arriva a un “giusto processo”? Attualmente regna la confusione tra chi accusa (Pubblico Ministero) e chi giudica (Giudice): entrambi appartengono allo stesso organo di governo, il CSM. Questo è il punto critico. Per logica, condividendo la stessa carriera e formazione, essi sono colleghi diretti; in tribunale entrano idealmente dalla stessa porta e possono condizionarsi a vicenda. La separazione delle carriere funzionerebbe diversamente: l’accusa e il giudizio restano funzioni della magistratura, ma vi si accede con percorsi distinti, come due professori che insegnano discipline diverse. Da una parte la magistratura inquirente, dall’altra quella giudicante. Per essere ancora più chiari: la Procura della Repubblica (PM) avvia le indagini; il GIP (Giudice per le indagini preliminari) valuta se tali indagini siano corrette. Oggi, il GIP e il giudice del tribunale seguono la stessa carriera dell’inquirente. La riforma vuole che chi giudica abbia un percorso distinto da chi accusa. Non è un dettaglio tecnico, è l’essenza stessa dell’equità: il giudice non deve far parte né della squadra dell’accusa né di quella della difesa. Deve essere “terzo”, un arbitro che vigila sulla legittimità del processo e decide in base alle prove. Se accusa e difesa sono due squadre in campo, il giudice deve essere l’arbitro, equidistante, con il proprio “spogliatoio” e la propria indipendenza. Finora questo equilibrio è mancato. Il risultato? Troppi processi falliti, troppe persone “sbranate” senza colpa. Per questo bisogna cambiare. Per questo voto Sì.

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    Può davvero contribuire a salvare il mondo, e con esso l’umano? Con la riflessione del prof. Marcello Pedone, matematico e fisico leccese, il Centro Studi Leone XIII si confronta con l’eterna natura del sapere matematico, cogliendone la tensione ideale che va oltre il mero calcolo numerico.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con n.: 11822 del 20 settembre 20/09/2022.

    Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Vice direttore Pasquale Tucciariello

    In redazione Giangabriele Foschini, Marco Maria Polettini

    Web Master Patrizio Latini

    Segretaria di redazione Elena Cimaschi

    Contatti

  • L’appello del Papa Benedetto XVI

    L’appello del Papa Benedetto XVI

    IN OCCASIONE DEI LAVORI DEI PARTITI CATTOLICI POPOLARI, CHE FORMANO LA DIASPORA DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA DOPO LO SCIOGLIMENTO DEL 1994, IN PREVISIONE DELLE ELEZIONI EUROPEE PROSSIME CON LA PREPARAZIONE DELLE CANDIDATURE, L’IDEA POPOLARE RITIENE OPPORTUNO PUBBLICARE IL DISCORSO DEL SANTO PADRE RICEVENDO I PARTECIPANTI AL CONVEGNO PROMOSSO DAL PARTITO POPOLARE EUROPEO IL 30 MARZO 2006. Benedetto XVI espone i principi non negoziabili per la Chiesa nella vita pubblica Onorevoli parlamentari, sono lieto di ricevervi in occasione delle Giornate di Studio sull’Europa, organizzate dal vostro Gruppo Parlamentare. I Romani Pontefici hanno sempre dedicato un’attenzione particolare a questo continente; l’udienza di oggi è un esempio eloquente e si inserisce nella lunga serie di riunioni tra i miei precursori e i movimenti politici di ispirazione cristiana. In questo momento, l’Europa deve affrontare complesse questioni di grande importanza, come l’ampliamento e lo sviluppo del processo di integrazione europea, la definizione sempre più esatta di politica di vicinanza all’interno dell’Unione e il dibattito su un modello sociale. Per raggiungere questi obiettivi, sarà molto importante ispirarsi con fedeltà creativa all’eredità cristiana che ha dato un apporto decisivo al momento di forgiare l’identità di questo continente. Se valorizza le sue radici cristiane, l’Europa sarà capace di dare una direzione sicura alle opzioni dei suoi cittadini e dei suoi popoli, rafforzerà la sua consapevolezza di appartenere ad una civiltà comune e alimenterà l’impegno di affrontare le sfide del presente per ottenere un futuro migliore. Per questo, apprezzo il fatto che il vostro gruppo abbia riconosciuto l’eredità cristiana dell’Europa, che offre validi orientamenti etici per la ricerca di un modello sociale che risponda adeguatamente alle esigenze di un’economia globalizzata e dei cambiamenti demografici , assicurando la crescita e l’impiego, la protezione della famiglia, l’uguaglianza delle opportunità per l’istruzione dei giovani e l’assistenza ai poveri. Il vostro sostegno al patrimonio cristiano può inoltre contribuire in modo decisivo alla sconfitta di una cultura che ora si è diffusa chiaramente in Europa e che relega alla sfera privata e soggettiva la manifestazione delle proprie convinzioni religiose. Le politiche fondate su questa base non implicano solo il ripudio del ruolo pubblico del cristianesimo, ma più in generale escludono l’impegno nella tradizione religiosa dell’Europa, estremamente chiara nonostante le sue varietà confessionali, diventando una minaccia per la democrazia stessa, la cui forza dipende dai valori che promuove (cfr. “Evangelium vitae”, 70). Visto che questa tradizione, proprio nella sua cosiddetta unità polifonica, trasmette valori che sono fondamentali per il bene della società, l’Unione Europea potrà vedersi solo arricchita dal suo impegno con essa. Sarebbe un segno di immaturità, o anche di debolezza, opporvisi o ignorarla, anziché dialogarci. In questo contesto, bisogna riconoscere l’esistenza di una certa intransigenza laicista che è nemica della tolleranza e di una sana concezione laica dello Stato e della società. Per questo, mi compiaccio del fatto che il Trattato Costituzionale dell’Unione Europea preveda un rapporto strutturato e continuo con le comunità religiose, riconoscendo la loro identità e il loro contributo specifico. Confido nel fatto che l’effettiva e corretta applicazione di questo rapporto inizi ora con la cooperazione di tutti i movimenti politici indipendentemente dalle posizioni di partito. Non bisogna dimenticare che, quando le Chiese o le comunità ecclesiali intervengono nel dibattito pubblico, esprimendo riserve o ricordando principi, non stanno manifestando forme di intolleranza o interferenza, perché questi interventi cercano unicamente di illuminare le coscienze, affinché le persone possano agire liberamente e con responsabilità, in base alle autentiche esigenze della giustizia, anche se questo può entrare in conflitto con situazioni di potere e di interesse personale. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nella vita pubblica si centra sulla protezione e sulla promozione della dignità della persona e per questo presta particolare attenzione ai principi che non sono negoziabili. Tra questi, oggi emergono chiaramente i seguenti: – protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del suo concepimento fino alla morte naturale; – riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, e la sua difesa di fronte ai tentativi di far sì che sia giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che in realtà la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo ruolo sociale insostituibile; – la protezione del diritto dei genitori ad educare i loro figli. Questi principi non sono verità di fede, anche se sono illuminati e confermati dalla fede; sono insiti nella natura umana, e pertanto sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nella loro promozione non è quindi di carattere professionale, ma si dirige a tutte le persone, indipendentemente dalla loro affiliazione religiosa. Questa azione è anzi ancor più necessaria nella misura in cui questi principi sono negati o fraintesi, perché in questo modo si compie un’offesa alla verità della persona umana, una grave ferita provocata alla giustizia stessa. Cari amici, esortandovi ad essere testimoni credibili e coerenti di queste verità fondamentali con la vostra attività politica, e in modo ancor più fondamentale con il vostro impegno a vivere in modo autentico e coerente, invoco su di voi e sul vostro lavoro la continua assistenza di Dio, in pegno del quale imparto a voi e a quanti vi accompagnano la mia benedizione.

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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  • UN’APPELLO PER L’AFRICA CHE L’IDEA POPOLARE FA PROPIO

    UN’APPELLO PER L’AFRICA CHE L’IDEA POPOLARE FA PROPIO

    Appello di padre Alex Zanotelli* ai giornalisti italiani: «Rompiamo il silenzio sull’Africa. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur. È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!). Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa. *Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

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    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Contatti

  • RICERCARE OGNI STRADA PER PORRE FINE A QUESTA GUERRA

    RICERCARE OGNI STRADA PER PORRE FINE A QUESTA GUERRA

    di Mario Tassone

     

    Attraversiamo un periodo affollato da problemi internazionali e domestici. Sono temi che ci accompagnano da tempo ma oggi c’è una sovrapposizione. La guerra Russia-Ucraina,i segnali di sommovimenti in Russia di cui la brigata di mercenari “Wagner” è la punta dell’iceberg, le strampalate iniziative per coinvolgere la NATO nel conflitto adducendo la motivazione di mettere in sicurezza la centrale di Zaporizhia e ancora le difficoltà dell’Europa a trovare convergenze sulla immigrazione, dove Ungheria e Polonia camminano lungo il tracciato della non solidarietà. Uno scenario sconfortante che non può fare abbassare il livello di attenzione da parte dell’Occidente e dell’Europa. Ma bisogna acquisire altre solidarietà come quella cinese perché si raggiunga la pace che ripristini la sovranità delle Nazioni,il diritto dei popoli alla libertà,la difesa della democrazia difronte a minacciosi ritorni imperialisti. Un equilibrio mondiale fondato sulla giustizia e la composizione fra interessi contrapposti. Sarà una strada difficile che passa attraverso la rivisitazione delle politiche della globalizzazioni che bisogna perseguire anche per spegnere i numerosi focolai che insanguinano tanti territori. Le follie dei nuovi satrapi sono alimentate da cinici alla ricerca di facili scorciatoie. La morte di migliaia di persone in guerra,in mare con centinaia anche di bambini non scuote più di tanto. Un messaggio di civiltà può venire fra chi ritiene che i valori umani non siano un drappo da stendere a fini propagandistici ma una visione di sviluppo. Nel nostro Paese dove la politica mostra tutta la sua inconsistenza bisogna che ci sia più chiarezza sul Pnrr, sul MES e sul futuro assetto istituzionale. Troppa loquacità,tanta esibizione di muscoli che non danno sicurezza ma dimostrano debolezza. Se ci sono solo capi senza la gente tutto fallisce. I Capi non sono eroi omerici, non hanno il sostegno delle divinità e..quindi hanno un destino incerto. Avanti a chi tocca :al popolo che deve operare perché le rimosse guarentigie democratiche ritornino a vivere. E basta con i lunghi sevizi sul rampollo della casa reale inglese Harris e sua moglie. Una vicenda squallida che non merita i riflettori che accecano.

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
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    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
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  • UTERO IN AFFITTO, OVVERO MERCATO DI FIGLI

    UTERO IN AFFITTO, OVVERO MERCATO DI FIGLI

    Di Antonia Flaminia Chiari



    L’esperienza è fatta di eventi. Alcuni si ripetono senza farsi notare, altri sono così radicati da cambiare in modo decisivo i significati dell’esperienza stessa. La maternità surrogata rientra in questa seconda categoria, dando luogo ad uno strano connubio tra tecnologia e carnalità in cui l’aumento della prima segna lo scindersi e il rarefarsi della seconda. Per questo motivo la pratica della surrogacy rappresenta qualcosa di mai visto prima: con essa non solo si appalta alla tecnologia l’atto generativo, ma anche il materno, che così viene scomposto, assegnando a più figure femminili ciò che, nella generazione, avviene nel corpo dell’unica madre. Il modello oggi prevalente di surrogazione di maternità prevede che una donna fornisca l’ovocita, un uomo lo sperma e un’altra donna si offra per ospitare nel proprio utero embrioni creati in laboratorio attraverso le tecniche della fecondazione in vitro. Quanto accade durante i nove mesi della gravidanza esce di scena, sulla base di quella stessa logica che considera irrilevante per il prodotto, una volta finito, le circostanze e le procedure della sua produzione. Eppure, i piani di lettura del fenomeno di sostituzione di maternità sono molto più estesi. Tanto che, inavvertitamente, sotto il nostro sguardo si va realizzando un mutamento di civiltà che espone lo statuto dei figli e di ciascuno al deflagrare della differenza tra le persone e le cose. A rischio, così, è ciò che nell’etica ha il linguaggio della dignità, e nelle relazioni quello dell’amore: il senso della unicità. La questione della maternità surrogata va affrontata dal nome, cioè da come deve essere chiamato quel fenomeno conosciuto come utero in affitto. L’espressione, largamente usata in letteratura, Gpa,gestazione per altri, di fatto enfatizza un aspetto altruistico e di dono, che il lockdown ha eliminato con l’immagine dell’hotel Venezia di Kiev, capitale della surrogacy, ove decine di neonati sono stati abbandonati al loro destino, a causa della chiusura delle frontiere, proprio come uno stock di merce invenduta. Di colpo è caduta la retorica sull’altruismo e sul dono, che inquina da sempre la maternità surrogata.Sempre sul piano linguistico, nell’espressione utero in affitto non compaiono le parole madre e parto, segnando il venir meno della maternità. Nell’espressione gestazione per altri mancano gli stessi elementi e sembra che tutto si concluda senza l’atto del dare alla luce e mettere al mondo il bambino. Il termine, invece, maternità surrogata palesa che vi è un materno, ma sostituito con qualcosa di imperfetto, surrogato appunto. La maternità surrogata deve interessarci come uomini perché, come afferma il prof. Pessina, essere uomini è essere figli, ed essere figli significa nascere da donna e venire al mondo. Non si vuole un figlio, ma lo si vuole generare con la persona amata, senza deroghe e sostituzioni. Il significato filosofico è dunque il venir meno della unicità e della irripetibilità come elementi dello statuto personale. Ma c’è un altro risvolto, di cui parlava Gunther Anders quando coniava l’idea di una ontologia economica ragionata: ci sono cose che non introducono soltanto un nuovo modo di pensare, ma persino una diversa ontologia, ossia la creazione di un nuovo statuto dell’essere a partire dalla tecnoscienza e dall’economia. Romano Guardini rimarcava il fatto che noi parliamo il linguaggio della persona senza aver mai compreso il significato di questo termine. La persona – diceva – è in grado di incontrare se stessa e gli altri, noi invece ci serviamo degli altri. E Anders sosteneva che l’ontologia economica determina l’emergere della serialità. Dunque, quando la maternità diventa un lavoro viene meno l’unicità di quella esperienza radicale connessa al mettere al mondo l’unicità. Proprio Benjamin affermava: << Nominiamo i figli appena nati per cercare di scoprirne l’unicità. La maternità surrogata è istituzionalizzazione dell’oblio. La madre non è madre, ma porta a termine una prestazione riproducendo, in modo intransitivo, ciò che nel generare è umano e transitivo>>. La maternità surrogata è legata al bio-business in cui la generazione dei figli assume connotati sempre più simili alla produzione di merci che possono essere ordinate à la carte, e a cui si può anche rinunciare pagando una penale. Aldilà del nomos – legge 40 art. 12 – il nostro compito è quello di riflettere sul significato profondo di una pratica, come quella della surrogacy, che finisce per mettere in crisi uno degli elementi portanti del senso della nostra civiltà: la distinzione tra le persone e le cose. Non possiamo dimenticare che in ogni maternità surrogata ci sono in gioco anche i padri, grandi assenti di questo discorso, ridotti a committenti commerciali, quando non semplicemente a spermatozoi. E infine c’è lui, il protagonista, ma in realtà l’oggetto, di tutta la pratica: il figlio cui tocca in sorte, sulla base di una nuova morale, di perdere il legame con la madre che lo ha messo al mondo, dando forma ad una logica che inevitabilmente lo riduce a cosa, sia quando viene venduto, sia quando viene donato. Sebbene la maternità surrogata sia un fenomeno che prende avvio negli anni ’80, prima con l’inseminazione artificiale poi con la fecondazione in vitro, già Gramsci nel 1918 aveva messo in guardia dai rischi di una mercificazione dell’essere madri, usando l’immagine del corpo della donna povera sfruttata a beneficio delle ricche signore: un mostro a tre teste in cui si sommano egoismo tecnica e capitalismo. La domanda di Gramsci resta drammaticamente attuale anche oggi, mentre si affaccia l’ipotesi dell’utero artificiale: la maternità, intesa come capacità generativa, può diventare materia prima per le aziende? Per questo il diritto di generare non è un diritto vuoto, nel senso in cui lo intendeva Jonas quando osservava che la generazione non dà luogo a diritti ma a doveri, divenendo l’emblema stesso della responsabilità etico-politica. Il senso di responsabilità è connesso alla generazione, e quello della responsabilità è prima di tutto il linguaggio dei doveri. Nella pratica della maternità surrogata è rilevante il rapporto giuridico, mediato da un contratto tra soggetti privati, che richiede di essere convalidato dall’autorità giudiziaria. Sottoscrivono l’accordo: la donna che si impegna a portare avanti la gravidanza rinunciando a qualsiasi legame col bambino, e si chiamerà madre surrogata, o naturale; i singoli o le coppie infertili che si rivolgono alla donna, e si chiameranno committenti o genitori intenzionali. Intorno alle parti che siglano il contratto ci sono agenzie incaricate di fare incontrare la domanda e l’offerta, cliniche, avvocati, psicologi. Il contratto vincola la gestante ad una serie di obblighi, limitandone la libertà e la privacy. Sull’affidamento del bambino nato, in quanto minore, si esprime un tribunale che di solito lo affida ai genitori intenzionali. Ma un figlio con tante mamme è un bambino orfano, senza madre, in quanto il rapporto profondo madre figlio viene frammentato, sminuzzato nelle sue componenti genetiche, gestionali e sociali. Si tratta dunque non di relazione né di altruismo, ma di mercato. E dove c’è mercato c’è marketing. Se la parola mercificazione ha un senso, l’utero in affitto ne è un esempio palmare. Vale la pena interrogarsi: che cosa vendono, o regalano, le surrogate? Un bambino? O un servizio, una prestazione irriducibile a qualsiasi altra, perché consistente nella messa al mondo di un essere umano? In ogni caso, viene banalizzata l’esperienza della gravidanza e ridotta a fabbricazione di un prodotto da offrire a richiesta. Ancora, la libertà della donna di autodeterminarsi non va confusa con l’autonomia negoziale soggetta a pressioni di mercato. Se i bambini sono persone, se i loro bisogni devono essere messi al primo posto, non possono essere loro a pagare le colpe degli adulti che hanno fatto ricorso alla Gpa nei Paesi in cui è stata legalmente riconosciuta. Colpe peraltro originate da un desiderio di genitorialità comprensibile, che non va criminalizzato come reato universale. Occorre piuttosto impegnarsi in una battaglia culturale sul significato della surrogacy, che non può essere considerata una semplice tecnica di riproduzione assistita. E chiedersi se il desiderio di avere figli, di accudirli e amarli non possa essere soddisfatto attraverso forme di genitorialità diversa da quella biologica, basate sull’adozione e sull’affido. E forse anche sulla disponibilità ad accompagnare la crescita dei figli altrui, in nome di legami di solidarietà e di affetto che non hanno bisogno di contratti per esprimersi.

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Contatti

  • Quando nasce il primo partito cattolico in Italia?

    Quando nasce il primo partito cattolico in Italia?

    Nel 1918 nacque la Confederazione italiana dei lavoratori, animata da uomini come Guido Miglioli e Achille Grandi. Il 18 gennaio 1919 fu fondato il primo partito di cattolici “autonomamente impegnati sul piano del temporale”: il Partito Popolare Italiano e don Sturzo ne divenne segretario politico. L’idea di Romolo Murri di costituire una formazione operante in campo politico aveva trovato ostilità da parte del Vaticano: il suo mancato accoglimento poteva riferirsi a una contrapposizione dottrinale che investiva più il campo religioso che quello politico. Così, diversi democratici cristiani subirono la condanna insieme ai modernisti. In seguito il clima cominciò a cambiare e in questo contesto don Sturzo diede vita al PPI. Nel PPI confluirono le varie componenti del variegato mondo cattolico e culturale italiano: i conservatori nazionali di Stefano Cavazzoni, Carlo Santucci e Stefano Jacini; i clerico-moderati di Alcide De Gasperi, già segretario del Partito Popolare Trentino (sciolto nel 1920); i giovani democratici cristiani di Romolo Murri; i cattolici sindacalisti di Achille Grandi, Giovanni Gronchi e Guido Miglioli (a cui era legato, tra gli altri, anche Riccardo Lombardi). Tra novembre e dicembre 1918 don Sturzo riunì a Roma, in via dell’Umiltà 36, un gruppo di amici per alcune riunioni preparatorie. Ideologia e simboli Le direttive programmatiche del nascente partito furono esposte nell′Appello ai liberi e forti. L’Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva “le libertà religiose contro ogni attentato di setta”, il ruolo della famiglia, la libertà d’insegnamento, il ruolo dei sindacati. I proponenti ponevano particolare attenzione a riforme democratiche come l’ampliamento del suffragio elettorale (compreso il voto alle donne) ed esaltavano il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo[9]. Il PPI, però, secondo l’espressa volontà di Sturzo, era apertamente interconfessionale (partito di cattolici ma non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Durante il primo congresso del 1919 Sturzo, motivando la scelta di non avere riferimenti alla religione cattolica nel nome del partito, affermava: “È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicismo è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione”. Questa iniziale confusione del ruolo del partito non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l’Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l’autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa. L’emblema scelto dal partito, conservato, poi, dalla Democrazia Cristiana, fu lo Scudo Crociato con il motto Libertas, rappresentante da un lato la difesa dei valori cristiani dall’altro il legame con i Liberi Comuni medievali italiani, da qui il forte impegno per il decentramento amministrativo ed uno Stato più snello. Elezioni del novembre 1919 Appena fondato, il PPI poté contare in Parlamento su 19 deputati, eletti in precedenza con il cosiddetto Patto Gentiloni. Alle elezioni del 16 novembre 1919 (le prime dopo la riforma elettorale in senso proporzionale) raccolse il 20,5% dei voti, cioè 1.167.354 preferenze, e 100 deputati, dimostrando di essere una forza indispensabile per la formazione di qualsiasi governo. Nel suo programma il PPI ricalcò sostanzialmente i principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sostenendo, fra l’altro: l’integrità della famiglia, il voto alle donne, la libertà di insegnamento, il riconoscimento giuridico e la libertà dell’organizzazione di classe nell’unità sindacale, la legislazione sociale nazionale ed internazionale, l’autonomia degli enti pubblici ed il decentramento amministrativo (Regioni), la riforma tributaria sulla base dell’imposta progressiva, il sistema elettorale proporzionale, la libertà della Chiesa, la Società delle Nazioni, il disarmo universale. in particolare il PPI si prefisse di svolgere e svolse un’azione antitrasformista ed antimoderata. Nel campo politico nazionale del primo dopoguerra il PPI esercitò una funzione di equilibrio combattendo gli estremismi ed i privilegi di classe. Tale azione, peraltro a causa del massimalismo del Partito socialista (PSI) e della diffidenza verso questi di Sturzo, impedì la collaborazione tra PSI e PPI, che avrebbe garantito al Paese un governo stabile e che avrebbe impedito la conquista del potere del fascismo. In ciò incisero, da una parte l’anticlericalismo socialista, dall’altra la forte diffidenza verso il PSI sia della gerarchia ecclesiastica che della destra del PPI. Elezioni del 1921 Don Luigi Sturzo con alcuni congressisti al congresso PPI di Venezia (20-23 ottobre 1921). Alle elezioni del 15 maggio 1921 il PPI confermò la sua forza elettorale con il 20,4% dei voti e 108 deputati. Nel frattempo le squadre fasciste cominciarono ad attaccare non solo le sedi socialiste, ma anche quelle popolari e quelle delle associazioni cattoliche. Al 3º Congresso, a Venezia, il partito influenzato dalla paura verso i socialisti e condizionato dal clima generale di “moralizzazione” della vita del Paese, preferì assumere una posizione attendista nei confronti del fascismo. Dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922), per frenare l’irrompere dello squadrismo fascista e l’azione di asservimento dello Stato da parte del partito fascista e nell’illusione di una normalizzazione, il PPI accettò, contro il parere di don Sturzo (il quale si era espresso invece a favore di una collaborazione con i socialisti proprio in chiave antifascista), che alcuni suoi uomini entrassero, nell’ottobre del 1922, nel governo Mussolini: Vincenzo Tangorra ministro del Tesoro e Stefano Cavazzoni ministro del Lavoro e Previdenza Sociale. Nell’aprile del 1923, però, la collaborazione venne meno perché il 4º Congresso del partito, svoltosi a Torino, chiedendo il mantenimento del sistema elettorale proporzionale e l’inserimento del fascismo all’interno del quadro istituzionale, provocò le ire di Benito Mussolini. Il partito visse una crisi interna perché la destra del partito si allineò sulle posizioni filo-fasciste e di fatto abbandonò il partito. L’unico deputato del Partito Popolare a negare il suo voto alla legge Acerbo fu Giovanni Merizzi di Sondrio.] Elezioni del 1924 I delegati dell’ultimo congresso del Partito Popolare (Roma, 1925), si riunirono attorno al ritratto di don Sturzo, in esilio a Londra. Nelle elezioni del 6 aprile 1924, svoltesi in un clima di violenze e brogli elettorali perpetrati dai fascisti, il PPI riuscì comunque ad ottenere il 9,0% dei voti e 39 deputati e divenne il primo tra i partiti non-fascisti. Visto vano ogni tentativo di impedire l’instaurazione della dittatura, dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924), il PPI partecipò alla secessione dell’Aventino e passò all’opposizione, dove rimase fino al suo forzato scioglimento avvenuto il 9 novembre 1926. Tutti i maggiori esponenti furono costretti all’esilio (don Sturzo, Giuseppe Donati, Francesco Luigi Ferrari) o a ritirarsi dalla vita politica e sociale (Alcide De Gasperi). Nonostante la breve vita (sette anni in tutto), l’esperienza del PPI incise a fondo nella società italiana. Lo storico Federico Chabod definì la comparsa del PPI come “l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo” e il comunista Antonio Gramsci ebbe a scrivere che con il PPI “avrebbe assunto una forma organica e si sarebbe incarnato nelle masse il processo di rinnovamento del popolo italiano”. Inizia da questo, il cammino della scuola politica organizzata dal periodico “L’IDEA POPOLARE”, fondato da Luigi Sturzo nel 1926 e ripreso in stampa oggi da un gruppo di giornalisti cattolici. Per iscriversi inviare i propri riferimenti a: “info@lideapopolare.com”

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    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

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  • UN FORTE RICHIAMO AI DC SPARSI RIPORTARE I CATTOLICI POPOLARI AL CENTRO DELLA POLITICA

    UN FORTE RICHIAMO AI DC SPARSI RIPORTARE I CATTOLICI POPOLARI AL CENTRO DELLA POLITICA

    Di Mario Tassone

    Manca una visione complessiva nell’affrontare la questione della presenza degli ex democristiani nel PD, fermando l’attenzione solo su episodi più o meno recenti con personaggi….di risulta. E’ assente l’analisi di una storia, sminuzzata nello scontro di potere all’interno del Partito, punto di arrivo del periglioso percorso dei post comunisti. La “Margherita”, L’ulivo”, la rete di Leoluca Orlando, sono processi che hanno ribaltato gli antichi equilibri fra le forze politiche preminenti del tempo, attenuandone le diverse visioni in nome del cambiamento per fare dell’Italia una democrazia compiuta, attraverso l’alternanza dei governi, essendo venuto meno il pericolo del comunismo con la caduta del Muro di Berlino. Nello sfondo l’azione del pool di mani pulite e il golpe di alcune procure che hanno raggiunto l’obiettivo di delegittimare la storia della Democrazia Cristiana e di altri partiti. Molti d.c. impegnati in politica ridotti al silenzio e altri a un esodo verso spazi della sinistra ovviamente “protetti”. La legge elettorale con cui si voto’ il 1994 era il risultato della classe dirigente del PPI, che aveva sostanzialmente accettato un sistema elettorale che avviava il “fenomeno” dei parlamentari nominati e subiva il progetto del successo della “macchina gioiosa di guerra” di Occhetto. Il “premio” destinato ad Occhetto fu intercettato abilmente da Berlusconi . La classe dirigente democristiana del 1994 era convinta che era finita la stagione del partito dei cristiani democratici: il futuro era a sinistra e le vestigia di una grande storia, scritta da milioni di democratici cristiani, abbandonata in un resa vergognosa e vile. Bisogna andare alla scissione del PPI del 1995 all’Ergife. Allora furono commessi degli errori. Ma il sottofondo vero di quella scissione fu la decisione già assunta di alcuni di andare verso nuove esperienze in coabitazioni culturalmente impossibili. Chi rimase in posizione distante dalla sinistra ha conservato la propria identità, rifiutando di confluire come nel 2008 nel PDL. Partiamo da ragionamenti più ampi. Chi è andato nel PD non ha avuto spazi politici. Gli ex democristiani sono divenuti gli indipendenti di sinistra che il Pci “reclutava “con qualche contentino negli anni ‘80 del secolo scorso. Ma oggi alcuni interrogativi di amici sul Pd sono importanti. C’è il rifiuto di continuare in subalternità politica in una casa che non è la loro. C’è solo un capitano coraggioso abilissimo ex democristiano che sta sempre in maggioranza: un teorico del potere di rara grandezza. La discriminante per i post democristiani è la Schlein Su via siamo seri, la discriminante riguarda gli errori del passato, di aver pensato che la fase dei popolari e cristiani democratici si fosse consumata. C’è sempre tempo per correggersi, imboccare il percorso giusto e risorgere ! Mario Tassone

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    Giovanni Falcone – Il metodo, la competenza e il coraggio contro la mafia

    Di Giovanni Falcone ricordiamo soprattutto l’autostrada squarciata, le automobili distrutte, il fumo, le sirene e il dolore di un intero Paese. Ma il modo più autentico per onorarne la memoria non è fermarsi alla tragedia del 23 maggio 1992. È comprendere come lavorava, quale idea avesse dello Stato e perché la mafia lo considerasse un nemico tanto pericoloso. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore delle istituzioni, un uomo capace di trasformare l’indignazione morale in metodo investigativo, la conoscenza in prova giudiziaria e il sacrificio personale in servizio al bene comune.
    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    La lezione di De Gasperi per un Paese smarrito Quando la politica era responsabilità

    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Immigrazione: governare, non subire. Accogliere è un dovere morale, programmare è un dovere politico.

    La Dottrina Sociale della Chiesa insegna che ogni uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, possiede una dignità che deve essere rispettata. Accogliere chi fugge dalla fame, dalle guerre o dalla disperazione è un dovere morale di una società civile e cristiana. Ma accogliere non significa rinunciare al governare. Don Luigi Sturzo ricordava che il buon governo consiste nel prevedere i problemi prima che essi diventino emergenze. E proprio sul tema dell’immigrazione l’Italia sembra procedere da anni in una pericolosa navigazione a vista.

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    La politica come servizio, libertà e responsabilità.

    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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    L’Idea Popolare è iscritta al Tribunale di Roma con num: 11822 del 20 settembre 2022. Direttore responsabile Amedeo Massimo Minisini

    Contatti

  • La verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

    La verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

    Se De Gasperi seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali concorrere alla costruzione del nuovo centro politico.

    di Ettore Bonalberti




    Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale. È prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “partito radicale di massa”. Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana. Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della Dc, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica. Abbiamo sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della Dc: la Dc è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia; la Dc è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica; la Dc è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica; la Dc è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la Dc è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista. E finivamo affermando che “la Dc è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché. Alla fine della Dc concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze: la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell’uomo (scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa); la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli; la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe; la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica; la quiescenza nei confronti della criminalità organizzata; la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito; la tiepida lotta all’evasione fiscale; la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico; l’eccesso di sprechi per creazione di enti inutili; il cumulo esagerato di incarichi pubblichi; la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l’innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate; i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all’UE; lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani; gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno; l’eccesso di appiattimento nell’accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Dc. Siamo, però, convinti che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine. È necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da Dc a Ppi? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi? Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della Dc italiana. Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali (Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan). Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna e produce tuttora interessi; -stampare con le BIN (banche d’interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN; -non voleva inoltre che Banca d’Italia fosse estromessa dall’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d’Italia fu estromessa dall’acquisto dei BTP rimasti invenduti, l’Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller “se vuoi che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”. E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo: Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992, nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent, Gran Maestro della Massoneria inglese. In quell’occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post-comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese e alla massoneria il controllo economico e finanziario. Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via in pochi mesi la Dc e i suoi alleati (Psi, Psdi, Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni 80, riuscendo nell’incredibile impresa di portare l’Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali. Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per la realizzazione di quel progetto. Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato. La variabile non prevista fu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia. Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi. La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica. Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area Dc e Popolare. Se De Gasperi con la Dc seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.

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    La forza della competenza
    Nato a Palermo il 18 maggio 1939, Giovanni Falcone entrò in magistratura negli anni Sessanta. Dopo le prime esperienze professionali a Lentini e Trapani, approdò al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove iniziò la parte decisiva della sua lotta contro Cosa nostra. Falcone comprese che la mafia non poteva essere combattuta affidandosi soltanto alle dichiarazioni dei testimoni, spesso impauriti, o affrontando separatamente ogni singolo delitto. Era necessario ricostruire l’intera organizzazione criminale, comprenderne le gerarchie, collegare episodi apparentemente distanti e individuare gli interessi economici nascosti dietro omicidi, traffici e intimidazioni. Il suo metodo si fondava sulla rigorosa ricerca delle prove, sulle indagini patrimoniali e bancarie, sull’esame dei movimenti di denaro, sulla cooperazione internazionale e sulla condivisione delle informazioni tra magistrati e forze dell’ordine. Falcone intuì inoltre che Cosa nostra non era una somma disordinata di bande locali, ma un’organizzazione unitaria e verticistica, dotata di regole, strutture di comando e strategie comuni. Il denaro, per Falcone, non era un elemento secondario del fenomeno mafioso. Era la traccia più concreta da seguire. Le parole possono essere negate, i testimoni possono essere minacciati, ma le ricchezze accumulate, i conti bancari, le società e i trasferimenti finanziari lasciano segni che un investigatore competente può ricostruire. Questa è la prima grande lezione che Falcone consegna alla politica e alle istituzioni: la legalità non vive di proclamazioni, ma di preparazione, organizzazione e continuità.

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    LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON È UN MERCATO DI VOTI

    La Dottrina Sociale della Chiesa non è uno slogan elettorale, non è una vernice da appoggiare sopra un simbolo di partito per raccogliere qualche voto cattolico distratto. È una costruzione culturale, morale, storica e politica costata sacrifici, persecuzioni, isolamento e persino esilio ai suoi interpreti più autentici. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo.
    Oggi invece assistiamo a uno spettacolo desolante: destra, sinistra, centro, movimenti civici, improvvisati “moderati”, tutti si dichiarano ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Tutti la nominano. Quasi nessuno la conosce davvero.
    La Dottrina Sociale della Chiesa non nasce per conquistare poltrone.
    Nasce per difendere la dignità dell’uomo.
    Nasce per mettere al centro la persona, la famiglia, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà educativa, la solidarietà e il principio di sussidiarietà.

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    Paolo Borsellino – Il dovere compiuto fino all’ultimo giorno

    Non cercò il martirio e non si considerò un eroe. Fu un magistrato che, pur conoscendo il pericolo, continuò a servire lo Stato, la giustizia e la propria terra. La sua memoria non chiede soltanto commemorazioni, ma verità, responsabilità e coerenza quotidiana.
    Non morì perché amava il pericolo. Morì perché non volle sottrarsi al proprio dovere. Questa distinzione è essenziale per comprendere la sua figura. La retorica può trasformare un uomo in un monumento lontano, quasi irraggiungibile. Ma Borsellino non apparteneva a una dimensione sovrumana. Conosceva la paura, amava la moglie e i figli, sentiva il peso della scorta e comprendeva quali conseguenze il proprio lavoro potesse avere sulle persone che gli stavano accanto. Il suo coraggio non fu assenza di paura. Fu la decisione di non permettere alla paura di diventare padrona della sua coscienza.

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    Quattordici anni e nove mesi dopo una rapina.

    La sentenza contro Mario Roggero va rispettata. Ma la giustizia non può ignorare la paura di chi viene aggredito e la solitudine di chi non si sente più protetto dallo Stato.
    Mario Roggero ha 72 anni. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, avvenuto il 28 aprile 2021. La pena, inizialmente fissata in diciassette anni, era già stata ridotta in appello. È una sentenza che divide l’Italia perché mette l’una di fronte all’altra due verità. La prima è la verità del diritto. Le immagini acquisite durante il processo hanno mostrato che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori e sparò mentre questi stavano raggiungendo l’automobile per fuggire. Secondo i giudici, l’aggressione era ormai terminata e non esisteva più un pericolo attuale per il gioielliere o per i suoi familiari. Per questa ragione non è stata riconosciuta la legittima difesa. Il principio non può essere cancellato dall’emozione. La difesa è legittima quando serve a respingere un’aggressione presente e inevitabile. Non può trasformarsi nell’inseguimento e nella punizione di chi fugge. Lo Stato di diritto non consente al cittadino di diventare contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena. Due uomini sono morti e un terzo è rimasto ferito. Erano rapinatori, avevano commesso un delitto grave ed erano entrati nella gioielleria armati di una pistola giocattolo e di un coltello. Ma anche chi commette un reato deve essere arrestato, processato e condannato: non può essere ucciso quando il pericolo è cessato.

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    Alcide De Gasperi, lo statista che ricostruì l’Italia senza impadronirsene. Dalla persecuzione fascista alla nascita della Repubblica, dalla ricostruzione economica al sogno dell’Europa unita: un cristiano prestato alla politica, capace di esercitare il potere come responsabilità e non come possesso. Alcide De Gasperi non appartiene soltanto alla storia della Democrazia Cristiana. Appartiene alla storia morale dell’Italia. Fu uomo di parte, perché ogni autentico politico deve avere idee, radici e una visione della società. Ma non fu mai uomo fazioso. Governò senza considerare lo Stato proprietà del vincitore, comprese le ragioni degli avversari senza rinunciare alle proprie convinzioni e seppe distinguere la fede religiosa dall’uso politico della religione.

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    UN SOLO VOTO, TROPPE OMBRE

    Il 14 luglio 2026 la Camera dei deputati ha respinto, con 188 voti contrari e 187 favorevoli, l’emendamento della maggioranza che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. Un solo voto ha separato la vittoria dalla sconfitta. Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni e consentito per le leggi elettorali, ha fatto emergere una consistente area di dissenso all’interno della maggioranza: secondo le ricostruzioni giornalistiche, i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa trenta, anche se il loro numero esatto non è verificabile a causa delle assenze e dei possibili voti incrociati provenienti dall’opposizione.

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    EUROPA SENZA BUSSOLA

    L’Europa si trova in una sorta di caduta libera, sospesa in un limbo istituzionale ed esistenziale. Non ha un governo unitario capace di decidere, non ha una difesa comune in un mondo che torna a farsi feroce. È un gigante burocratico ma un nano politico, dove tutto è possibile e, contemporaneamente, il contrario di tutto.
    Perché siamo arrivati a tanto?
    La risposta non è solo tecnica o economica, è strutturale.
    L’Europa soffre dell’assenza di una filosofia di fondo, di un’idea direttrice che, pur lasciando spazio alle legittime diversità, indichi una rotta certa. Abbiamo costruito una cattedrale di norme dimenticando di gettare le fondamenta valoriali. Eppure, per ritrovare un indirizzo, potremmo non inventare nulla. Basterebbe guardarsi indietro.

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    Don Luigi Sturzo, il sacerdote che fece della politica una missione civile
    Fondatore del Partito Popolare Italiano, oppositore del fascismo, difensore delle autonomie e della libertà, indicò ai cattolici la strada dell’impegno pubblico senza confondere la fede con il potere. Per L’Idea Popolare non è soltanto un protagonista della storia: è la radice dalla quale ripartire.
    di Amedeo Massimo Minisini
    La rubrica dedicata ai “Testimoni del bene comune” non poteva che iniziare da don Luigi Sturzo.
    Non soltanto perché la nostra testata ne raccoglie l’eredità politica e culturale, ma perché pochi uomini hanno saputo interpretare con altrettanta coerenza la politica come responsabilità, servizio e dovere morale.

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